Elementi di propaganda

Le mistificazioni di Alessandro Barbero

Alessandro Barbero, nel desolato panorama della «cultura italiana», ha assunto un ruolo oracolare. Qualunque sua affermazione o giudizio viene accolto dalla sua pletora di seguaci, adepti e groupies come una verità celeste, sussurrata dall’alto, alla maniera del Corano a Maometto. «È un santo! Un apostolo!», strillano i suoi follower, come Fantozzi e Filini al cospetto del Conte Catellani.

Il suo clamoroso successo è assolutamente comprensibile. È uno storico prêt-à-porter e un intrattenitore nato, perfetto per quei «mediamente colti» che amano l’anedottica storica e le riflessioni banali travestite da sapere accademico. Barbero ha resuscitato l’ipse dixit: qualunque cosa venga detta da lui, per il solo fatto di essere uscita dalla sua bocca, diviene «fatto», poggiante su una presunta «profonda conoscenza della storia».

Lo abbiamo sentito discettare su tutto: dalla storia antica di Israele alle foibe, dall’Estonia occupata dai sovietici alle differenze tra Islam e Cristianesimo, e su ogni argomento ha fornito versioni discutibili, parziali, quando non apertamente false. La sua recente militanza «pacefondaia» – condotta accanto ai colleghi Canfora e D’Orsi, due stalinisti in servizio permanente – che lo ha visto mettere la storia al servizio della resa dell’Ucraina, ha definitivamente mandato in fumo la sua pretesa di essere uno storico «oggettivo».

Il problema, ovviamente, non è che Barbero dica la sua: la libertà di espressione esiste per tutti, così come il «diritto di essere stupidi» – «diritto» di cui alcuni abusano, come disse Trotzky del «compagno» Macdonald – ma che lo faccia ex cathedra, presentando le sue interessate opinioni, fondate su affabulazioni e interpretazioni ideologicamente distorte, come verità «scientifiche». Ancora più grave è che le sue tesi entrino nei libri di scuola.

È il caso del volume La storia 3. Progettare il futuro, curato da Barbero con Chiara Frugoni – altra «santa laica» dell’accademia italiana – e Carla Sclarandis, edito da Zanichelli, dove il mega-pogrom del 7 ottobre in Israele viene così descritto: «l’ala militare di Hamas ha scatenato un attacco contro insediamenti di coloni israeliani con il lancio di numerosi razzi e l’incursione di molti miliziani che hanno massacrato più di un migliaio di civili e catturato in ostaggio oltre 200 persone». Una descrizione che è un subdolo capolavoro di propaganda antisionista.

Il massacro sarebbe stato compiuto dall’ala «militare» di Hamas, lasciando così intendere che esisterebbe anche un’ala non militare, ossia «politica» e dunque «legittima», dell’organizzazione islamista. Una distinzione che esiste solo nella mente dei curatori. Hamas, infatti, non separa l’azione politica da quella militare; anzi, al cuore della sua dottrina si trova la lotta armata: il jihad. L’articolo 13 del suo Statuto recita:

«Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione. Il nazionalismo del Movimento di Resistenza Islamico è parte della sua religione, e insegna ai suoi membri ad aderire alla religione e innalzare la bandiera di Allah sulla loro patria mentre combattono il jihad».

Poi si legge che l’attacco di Hamas avrebbe colpito «insediamenti di coloni israeliani». Ecco, qui siamo proprio in presenza di una falsificazione della realtà. I massacri – a meno che non si consideri l’intero Stato d’Israele una «colonia» – non sono avvenuti in territori «contesi», ma sotto la completa sovranità israeliana. Inoltre, è impossibile non notare il modo in cui vengono definiti i responsabili del massacro: «miliziani» invece di «terroristi», sebbene Hamas sia stata designata come organizzazione terroristica persino dalla pavida Italia.

Lo scopo di queste scelte linguistiche è quello di diluire la gravità del 7 ottobre, lasciando intendere che si sarebbe trattato di un attacco dell’ala «militare» di Hamas – distinta da quella «politica», messa così al riparo da possibili riprovazioni – ai danni di «coloni» – termine carico di connotazioni negative, che nel caso specifico richiama l’immagine di ebrei barbuti, violenti e armati – da parte di «miliziani», parola che indica reparti armati «irregolari», ma assai meno evocativa della violenza brutale che il termine «terroristi» porta con sé.

È in questo scivolamento costante, in questa trasformazione dello storico in agitatore, del docente in propagandista, dell’accademico in tribuno, che si consuma la parabola discendente di Barbero. L’oracolo, ubriaco di applausi e prigioniero del proprio successo, finisce per credere davvero alla propria infallibilità e smarrire ogni senso del limite. Così, passo dopo passo, egli si avvia verso un’inevitabile autodistruzione intellettuale, lungo lo stesso declivio già percorso da Diego Fusaro, Massimo Cacciari, Giorgio Agamben: quello che conduce dal rigore all’istrionismo, dal pensiero alla posa, dall’illusione della profondità al ridicolo della caricatura. Un destino che, in fondo, non è una disgrazia, ma una necessaria punizione.

 

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