Israele e Medio Oriente

Legalità e legittimità di Israele

David Elber, Israele tra storia, attualità e falsi miti, Prefazione di Giuliana Iuriano e Antonio Donno, Salomone Belforte, Livorno 2025

Legittimità e legalità esistenziale di Israele ottengono una ferrata, serrata, argomentata documentazione giuridica nell’ultimo libro di David Elber, edito dalla storica prestigiosa casa editrice ebraica Belforte. 

Dal minimo dell’utile al massimo del prezioso. Come se la santità della Terra e del Popolo di Israele ottenesse un equivalente “laico” in una salda, specialistica padronanza del diritto internazionale. Un testo che aiuta nello scioglimento dei dubbi, esitazioni, vacillamenti nella difesa di Israele che invece, appunto, richiede intransigenza di fronte all’offensiva universale di menzogne, odio e morte. Ci aiuta in una controffensiva razionale, scientifica, emotiva. Per l’umano contro il disumano. 

Il libro offre motivi validi, solidi nelle più dure e intricate controversie, presenta tutta l’estrema complessità e stratificazione della questione esplosiva dello stato Ebraico, con una capacità sintetica e alcune semplificazioni necessarie che escludono la banalizzazione. È più di un’efficace contro-propaganda e informazione corretta, perché si espongono le radici e le ragioni incontrovertibili della libera esistenza di Israele. Uno strumento indispensabile, opportuno per ebrei, amici di Israele, militanti della libertà. Colpi trafiggenti inflitti alla montagna delle menzogne costruite dalle tirannie, dal terrore, dal potere mediatico. A partire dalla conoscenza di aspetti misconosciuti, a volte dagli stessi ebrei e amici di Israele. Disponiamo dunque di uno strumento efficace che in parte sintetizza i precedenti libri dell’autore, in parte ci offre nuovi elementi di narrazione documentata. 

“Il popolo ebraico è l’unico popolo autoctono riconosciuto dal diritto internazionale – scrive Elber – in Terra di Israele/Palestina. Tale principio è formalmente espresso nel trattato internazionale noto come Mandato per la Palestina, stabilito a Sanremo nel 1920 ed entrato in vigore nel 1923, e precisamente nella storica ‘connessione’ tra il popolo ebraico e la Palestina (da esso sempre chiamata Terra di Israele). Di fatto, questa connessione storica rappresenta l’architrave su cui poggia tutta intera la struttura del Mandato, in quanto il diritto internazionale riconosce in modo esclusivo il legame storico del popolo ebraico con la Palestina, e ravvisa in esso i motivi per ricostituire la sua patria nazionale PROPRIO in quel paese, e non altrove. […]

È necessario mettere in evidenza come, durante i millenni della diaspora, la cultura e le tradizioni ebraiche non abbiano mai dimenticato l’anelito verso il paese dell’origine, né rinunciato al sogno di ricostituire un giorno una patria ebraica nella ‘terra degli avi’. Nessun altro luogo poteva sostituire quella terra, poiché l’ebraismo trae origine nel legame con Eretz Israel e non altrove. Questo principio fu ribadito dal movimento politico sionista di Theodor Herzl e formalizzato dal diritto internazionale con il Mandato per la Palestina”.

L’amore per la Terra di Israele ha sempre escluso conquiste territoriali o assoggettamenti di altri popoli, ma solo voluto la residenza e l’autogoverno del territorio già assegnato al popolo ebraico dal 1922 con l’accettazione della spartizione del 1947. “Pur di evitare la guerra e poter accogliere centinaia di migliaia di profughi dai campi di sterminio, poi detenuti in campi di prigionia principalmente inglesi.” Principi fondamentali del Mandato (articoli 6 e 7) sono il diritto di insediamento e cittadinanza per tutti gli ebrei che vivono al di fuori e scelgono di risiedervi. Le regole mandatarie riconoscono che la Terra di Israele e nessun altra è la patria legittima degli ebrei, e che la grande maggioranza del popolo-nazione ebraico risiedeva al di fuori del proprio territorio.

“Da tutte queste disposizioni mandatarie discendono e acquisiscono piena legalità le leggi fondamentali dello Stato di Israele, come la legge sulla Terra del 1950; la legge su Gerusalemme capitale del 1980; e la legge sullo Stato nazionale del popolo ebraico del 2018. Altre importanti leggi, che discendono dalle disposizioni mandatarie, sono la legge del ritorno del 1950, la legge sulla protezione dei Luoghi Santi del 1967 e la legge sulla cittadinanza del 2003. Nessuna di queste leggi discrimina la popolazione non ebraica, sono pienamente rispettose del diritto internazionale stabilito con il Mandato per la Palestina”.

Chiarezza sul controverso termine “Palestina”, che per secoli è stata solo un’espressione geografica usata per indicare un territorio dalla vaga definizione, usata dalla tradizione cristiana come luogo della narrazione di Gesù. Il termine venne imposto dall’imperatore Adriano nel 135 dopo Cristo, per cancellare con lo stesso termine di Giudea il legame tra ebrei e Terra di Israele. La Giudea già era la terra della residenza millenaria del popolo ebraico in un’area che corrisponde all’incirca al territorio attuale dello Stato di Israele. Con la conquista araba del VII secolo il termine Palestina scompare per secoli. Riappare nel 1920 con un significato politico amministrativo da parte delle potenze dell’Intesa che avevano sconfitto l’Impero Ottomano, e viene usato poi nel Mandato per la Palestina, proprio con la finalità di creare per il popolo ebraico il suo Stato nazionale.

“Nel 1922 la Gran Bretagna divise il territorio della Palestina mandataria per farne due Stati, uno ebraico e uno arabo. Nel 1946 lo Stato arabo divenne indipendente con il nome di Regno hashemita di Transgiordania (oggi Regno di Giordania); nel 1948 lo Stato ebraico divenne indipendente con il nome di Israele. Quindi, dal punto di vista del diritto internazionale, la Palestina, nel senso moderno del termine, appartiene al popolo ebraico nella sua parte ad ovest del fiume Giordano, e al popolo arabo nella sua parte a est”.

L’ampio uso del termine “territori occupati” è illegale e ingiusto. Per effetto della guerra dei Sei giorni, Israele riconquistò i territori di Giudea, Samaria, Striscia di Gaza, occupati in modo illegale da Giordania e Egitto con l’aggressione contro Israele appena indipendente nel 1948. Questi territori, per il diritto internazionale, appartenevano dal 1948 ad Israele nella legalità del Mandato per la Palestina, poi riconosciuto dall’Onu con l’articolo 80 del proprio Statuto. Nel 1967 Israele ha ripreso dei territori che erano suoi di diritto.

Anche la diffusa posizione secondo la quale la costruzione di insediamenti ebraici in Giudea e Samaria sia una violazione del diritto internazionale è falsa.

Tale confusione è derivata dalla pubblicazione di un memorandum “da parte di un consulente legale dell’amministrazione Carter, di nome Hansell, che nel 1978 redige un documento nel quale afferma che Israele, con la creazione di ‘insediamenti ebraici’, violava la IV Convenzione di Ginevra del 1949. È fondamentale chiarire subito che questo articolo – come tutti gli articoli delle convenzioni di Ginevra o dell’Aia – non parla di ‘insediamenti’, che non è un termine del diritto internazionale. Ma il succitato articolo si riferisce al ‘trasferimento’ o alla deportazione di parte della popolazione civile da parte di una potenza occupante nel territorio occupato”.

Ma la IV Convenzione di Ginevra si riferiva alla prassi delle deportazioni naziste nella Seconda guerra mondiale. Il trattato di pace tra Giordania e Israele nel 1994 ha legalizzato la situazione, come riconosceva anche il memorandum di Hansell. Inoltre, “nessuno degli insediamenti ebraici sorge su territorio ‘arabo’ privato, espropriato dopo la riconquista del territorio da parte di Israele. Infatti, oltre il 90% di essi sorge su terreni del demanio pubblico. La restante parte degli insediamenti ebraici, meno del 10% del totale, quelli più piccoli e più all’interno del territorio, sorge su terreni privati che gli arabi hanno regolarmente venduto a cittadini israeliani (fino a qualche anno fa l’AP aveva previsto la pena di morte per i proprietari terrieri arabi che vendevano i terreni ad ebrei. Oggi rischiano solo l’ergastolo).

Sono pochissimi invece i casi di proprietari ebrei che sono riusciti a farsi restituire le proprietà confiscate dai Giordani, dopo l’occupazione illegale e la conseguente pulizia etnica del 1948. È da sottolineare che in Giudea e Samaria molto spesso non si ha una piena certezza della proprietà dei terreni , in quanto sono ancora accettate, dalle autorità militari israeliane, le documentazioni catastali in vigore dal periodo di occupazione giordana, di quello mandatario o addirittura di quello ottomano”.

Tutti i nuovi insediamenti sono avvenuti all’interno delle competenze riconosciute dagli accordi di Oslo alle autorità israeliane. Una grande crescita demografica della popolazione ebraica c’è stata all’interno degli insediamenti già esistenti, sempre legali, seguiti dagli accordi di Oslo.

Significativo che una stessa mappa realizzata da “Peace Now”, una ong ipercritica verso i governi israeliani, smentisca la leggenda nera di un Israele che vuole cambiare il tessuto etnico. Gli insediamenti più grandi sono in prossimità della Linea Verde (linea di armistizio firmata a Rodi con la Giordania nel 1949) e attorno a Gerusalemme. Più distanti gli insediamenti poco abitati e le installazioni militari. Nel complesso, il 75% della popolazione ebraica che vive in Giudea e Samaria risiede in area C, in conformità con gli Accordi di Oslo, e negli insediamenti più grandi vicino alla Linea Verde.

La suddivisione amministrativa dei territori in area A e B con amministrazione palestinese, e area C con amministrazione israeliana, comporta che il 95% della popolazione araba è amministrata dai palestinesi, e il 100% della popolazione ebraica è amministrata da Israele.

Una realtà che non ostacola un eventuale accordo di pace. Ma sostiene Elber:

“la verità è che la posizione palestinese sostenuta da Onu, Usa e Ue è illegale dal punto di vista del diritto internazionale, in quanto non esiste un solo caso al mondo in cui un gruppo etnico chieda la propria indipendenza, contestualmente alla richiesta di pulizia etnica di una minoranza che vive nel territorio reclamato. Di tutti i contenziosi territoriali mondiali esistenti – o esistiti – solo quello che riguarda Israele, la popolazione e gli insediamenti sono considerati un ostacolo alla pace. Tale presupposto non ha alcun fondamento nel diritto internazionale, ma trae linfa unicamente dall’agenda politica delle istituzioni che in teoria dovrebbero essere super partes. In parole povere, i cosiddetti mediatori premono su Israele (anche tramite boicottaggi economici, come da l’Ue) affinché esso compia una vera e propria opera di pulizia etnica degli ebrei presenti in Giudea e Samaria, così come richiesto dai palestinesi, come ‘precondizione’ per riprendere le trattative di pace”.

Ma anche se venisse accettata questa inaccettabile pretesa, l’esperienza di Gaza dal 2005 a oggi insegna cosa è accaduto quando Israele, in via unilaterale, smantella tutti gli insediamenti della popolazione ebraica.

Rispetto alla piazza antisionista antisemita ossessiva e fanatica di distruzione e morte, l’autore documenta la loro assenza di spontaneità e la loro eterodirezione. “Il finanziamento delle università (per prime quelle americane) da parte dei paesi arabi esportatori di petrolio è iniziato a partire dalla metà degli anni ‘70, quando l’aumento vertiginoso del costo del petrolio ha dotato i paesi arabi di immense risorse economiche da investire nei paesi occidentali. Progressivamente, le università sono diventate un prestigioso target di investimento, con un preciso fine: plasmare poco alla volta i centri di formazione dei futuri quadri dirigenti, pubblici e privati. Con questo preciso obiettivo sono stati inventati corsi di storia del Medio Oriente o interi dipartimenti di studi mediorientali che, nel corso degli anni, hanno completamente alterato gli avvenimenti storici del vicino Oriente, fino a creare un’autentica realtà parallela”.

Così le università hanno perduto la loro indipendenza e i loro compiti di ricerca, e sono diventate fucine di indottrinamento al soldo della finanza araba. Così si è scatenata la caccia violenta, verbale e fisica, allo studente ebreo, al boicottaggio antisemita antiscientifico delle università israeliane, mentre sinmantienececsi sviluppa la collaborazione con le università dei paesi dittatoriali e totalitari. Si è arrivati a una riduzione drastica, e anche a una cancellazione in diverse università, dei corsi sulla Shoah e sull’antisemitismo, per rispettare gli studenti islamici. Qatar, Arabia Saudita e altri stati del Golfo finanziano sia le università occidentali che il terrorismo genocida islamico.

Un capitolo degli approfondimenti viene dedicato all’Onu, di cui si mostra la compiuta trasformazione rispetto alla Carta fondativa in un organismo politico con una maggioranza terzomondista, dittatoriale, totalitaria, filoterrorista. In particolare si esamina l’effettiva natura dell’articolo 80 dello Statuto dell’Onu, il diritto legale del popolo ebraico nella terra di Israele:

“L’articolo 80 è la più importante prova, scolpita nel diritto internazionale, della legittimità della nascita dello Stato di Israele, a discapito della falsa e cinica affermazione che Israele sia nato come ‘riparazione’ per la Shoah e per di più a scapito di un altro popolo, che tra l’altro ancora non esisteva come tale. Bisogna anche sottolineare che l’Onu, tramite l’articolo 80, non crea il diritto del popolo ebraico in Terra di Israele, bensì riconosce un diritto già esistente”.

La celebre Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu, approvata nel novembre 1947, viene accolta con grande favore ed entusiasmo dal popolo ebraico sia del Mandato che della diaspora. Sebbene rappresentasse un’ulteriore amputazione del territorio assegnato alla patria ebraica nel 1922, la risoluzione fu considerata preferibile all’insostenibile occupazione britannica. Per questo accettarono la spartizione proposta, come già avevano fatto nel caso della separazione che condusse alla formazione della Giordania, “e perfino alla proposta della Commissione Peel del 1937 che sottraeva al popolo ebraico circa il 70% del Mandato approvato nel 1922”.

L’autore demolisce il mito negativo di un’ingiustizia imposta agli arabi con la spartizione del 1947:

“La presunta ingiustizia deriverebbe dal fatto che la spartizione territoriale prevedeva: il 55% del territorio al popolo ebraico, il 43% alla popolazione araba, e circa il 2% come territorio internazionale (Gerusalemme e dintorni). I sostenitori della presunta ‘spartizione ingiusta’ prevista con la Risoluzione 181 omettono di dire che le percentuali sopra descritte riguardano solamente il 28% del territorio originario (visto che il restante 72% era già sotto controllo arabo con la creazione della Giordania nel 1946) e per di più si trattava della totalità del territorio già assegnato in precedenza al popolo ebraico. Quindi, quella del 1947 è stata un secondo tentativo di spartizione, relativamente al 28% del territorio rimasto, dopo la spartizione operata dagli inglesi nel 1922. La spartizione – se accettata dagli arabi – avrebbe portato il controllo arabo all’83% del territorio mandatario complessivo e al controllo ebraico del 16%. Quindi anche dal punto di vista della popolazione complessiva (ebraica e araba) l’83% di territorio premiava ampiamente la maggioranza araba”.

Come si vede, la realtà fattuale, storica e giuridica ribalta la leggenda nera della guerra psicologica araba e dei media asserviti.

L’orrore della spiaggia di Sydney ci lacera l’anima e scuote il mondo. Siamo ad una sorta di “Shoah diffusa” come denuncia Fiamma Nirenstein. Siamo a un 7 ottobre della diaspora, come ha dichiarato l’UCEI. Il primo ministro di Israele ha condannato la complicità antisemita del governo e di una parte della società australiana. Che tra l’altro non avevano accolto le informazioni israeliane sui pericoli in corso. Netto, evidente lo spartiacque tra la civiltà ebraica della pace e la barbarie disumana degli assassini stragisti di Sydney e dell’intera galassia nazi-islamica. Un’evidenza che obbliga alla recita di lacrime ipocrite gli stessi che fino al giorno prima avevano sostenuto ed esaltato la ferocia eliminazionista su Israele, e la demonizzazione implacabile dello Stato ebraico.

Quando l’antisemitismo genocida diretto e nudo, senza neppure la maschera dell’antisionismo, massacra ebrei promotori di pace in preghiera alla festa di luce contro l’oscurità, si fanno rituali umanitari, mentre si occulta che l’islamizzazione ideologica e la violenza parossistica verbale e fisica contro gli ebrei di Israele e della diaspora ha armato la mano degli assassini di Sydney.

Onore e amore per i martiri di Sydney e Israele.

Questo libro onesto, motivato, scientifico, ci aiuta a comprendere la realtà degli orrori inauditi infiniti del 7 ottobre e di Sydney, a smontare la montagna dei falsi e della demonizzazione dell’ebraismo, a gettare un fascio di luce nell’oceano di tenebre dell’odio e della morte. Verrà accolto dalle menti che restano aperte e dei cuori non pietrificati, e forse riuscirà anche ad aprire qualche mente dubbiosa.

Mi limito a raccomandarne la lettura, la riflessione, la divulgazione a chi già sa e a chi vuole cominciare a sapere.

 

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