Il peggio del peggio, nel memorandum della capitolazione totale di Trump al regime terrorista genocida che occupa l’Iran.
Il popolo dell’Iran, in lotta per la libertà con le sue eroiche rivolte, consegnato al massacro. Israele, campione della lotta al sistema criminale militare dell’Iran, pugnalato alla schiena, diffamato, in premio all’intifada universale antiebraica che è l’acme dell’odio antioccidentale e della morte della libertà. Questa Monaco del Medio Oriente è peggio di Obama, Sleepy Joe e Chamberlain messi insieme. Alla legittima, naturale indignazione si uniscono motivi di riflessione senza sconti e senza veli.
I cannibali di Teheran teorizzano e praticano la “diplomazia del bazar”, come essi stessi la definiscono, cioè una trattativa estenuante al rialzo, con l’uso cinico della “taqiyyah”, la falsità sistematica e programmatica per riorganizzare le forze, diventare più forti e tornare a colpire.
Il “Deal” di Trump, idea unica della sua mente angusta e chiusa, presenta profonde analogie con la diplomazia del bazar: tracotanza verbale e cedimenti strategici, negazione di ogni alleanza, inganno fuso con auto-inganno, mezzi militari limitati e circoscritti solo in funzione del “deal”.
Ne risultano spreco difensivo, e disfatta politica: Trump commercializza la politica e politicizza il commercio, con il duplice effetto di smantellare la difesa e ribaltare il libero mercato.
Con questa ultima infamia, la presidenza Trump abbandona definitivamente il campo delle alleanze democratiche e si inserisce nel campo “realpolitiker” delle autocrazie, e del cedimento ai totalitarismi e al terrore. Resta il presidente legale degli Stati Uniti, ma perde la legittimità democratica per alto tradimento della libertà e affiancamento all’offensiva terrorista Islam/Russia/Cina.
Nella sua bolla egocentrica, nel suo analfabetismo politico integrale non comprende, non vuole e non può comprendere la reale natura e il comportamento della repubblica islamica iraniana, esportatore della rivoluzione islamica, e neppure del regime fascio-comunista-gangsteristico di Putin, nonché dell’ordine criminale imperialista del regime cinese.
Non riduciamo l’agire di Trump ai suoi problemi umorali e psicologici, pur presenti. Perché si tratta invece di una strategia globale completamente falsa, illusoria e fallimentare. L’assolutizzazione del negoziato (il sacro “deal”) genera cattivo negoziato e risultato catastrofico, e genera cecità mentale verso la reale natura, strategia e ideologia dei sistemi autocratici totalitari terroristi antioccidentali.
Trump realizza, o tenta di farlo, accordi di spartizione con tali sistemi, ma così li puntella o li rafforza. Proprio in una fase in cui Ucraina e Israele hanno mostrato al mondo libero e civile cosa sia capace di fare una forza libera, democratica e di popolo che dispiega la sua energia, iniziativa, inventiva.
La nazione ucraina, oltre il tradimento di Trump e gli aiuti limitati e condizionati europei, dopo quattro anni di difesa eroica è capace di passare dalla resistenza all’offensiva contro l’invasore con la riconquista di territori, la produzione autonoma di droni e missili e l’unità esercito-partigiani-popolo, e realizza audaci, precisi colpi distruttivi all’apparato militare in territorio russo. Israele, di sua iniziativa e quasi da solo, ha spezzato l’assedio su più fronti e inflitto duri colpi al sistema di terrore che lo vuole annientare e cancellare.
L’esemplarità difensiva, di guerra giusta, di Ucraina e Israele ha mostrato al mondo degli uomini liberi il volto cinico e codardo dell’inquilino della Casa Bianca.
Trump agirebbe per calcolo elettorale in previsione delle elezioni di medio termine. Proprio qui sta un fondamentale punto dolente: quando le elezioni sono dominate dalla pancia e dai piedi contro la mente e il cuore, dominate dal calcolo della tasca contro visione strategica, interesse di lungo periodo e valori permanenti, trionfa naturalmente una demagogia nemica mortale della democrazia. Su questo terreno prevale e vince il peggio esistente, anzi si crea un regime di campagna elettorale permanente che finisce con l’annegare le effettive fasi elettorali in un clima da guerra civile, polarizzazione demagogica, menzogna imperante, infantilismo presentista, demenza digitale, analfabetismo troglodita (alcuni analisti del populismo definiscono questa realtà come “dittatura elettorale”). Si crea cioè una devastante fusione di una duplice cecità, degli eletti e degli elettori: dominano tendenze conformiste servili, ribelliste ottuse, un’omologazione massificata in una deriva totalitaria che occupa quasi tutto lo spazio con l’emarginazione delle libertà individuali, delle energie critiche creative, dei caratteri forti e indipendenti.
Realtà degenerate che stravolgono un’asse di una democrazia vivente, cioè l’alternanza-alternativa di governo: dove la maggioranza di governo si concentra sulle cosa da fare, l’opposizione di minoranza si prepara per un governo alternativo, nell’ambito di una legittimazione reciproca. Solo in coerenza con tale criterio fondamentale le elezioni sono effettivamente democratiche e consentono libertà di scelta tra programmi e leadership alternativi. Altrimenti è demagogia sfrenata, populismo anti-popolare, livellamento progressivo verso il basso, verso l’infimo; delegittimazione reciproca, trivialità di parola e comportamento. Ecco da dove nascono i Trump e l’universale vuoto di leadership nella crisi occidentale.
Pancia, piedi, tasca determinano proposte e scelte facili, immediatiste, irrealizzabili, che impediscono le scelte strategiche che invece necessitano di coraggio e lungimiranza, che spesso sono impopolari e determinano il peggio in politica interna e, soprattutto, emarginano la politica estera in quanto tale, riducendola a cenerentola della campagna elettorale. Tali processi in atto favoriscono demagoghi, truffatori, capipopolo, potenziali tiranni, ed escludono la possibilità stessa dell’emersione di leader. Mentre creano dal basso meccanismi di sudditanza, ed emarginano comportamenti di cittadinanza.
Tutte realtà che hanno contribuito alla potente diffusione di un violento antiebraismo di massa, virale, viscerale, mentale, di aggressività fisica, di mortale odio esplosivo, di ottusa credulità verso un oceano di menzogne velenose. Un virus letale di morte agli ebrei e di mortificazione di una già debole democrazia liberale. Un antiebraismo totalitario che non conosce limiti o ragioni, che aggredisce l’Ebreo ovunque e comunque, con un razzismo puro, duro, feroce che si accanisce su ogni ebreo, anche quello assimilato, anche quello ipercritico e oppositore radicale del governo israeliano. Dunque razzismo di massa, scatenato, legittimato e coccolato, che è diventato una facile rendita elettorale, che ha pesato non poco nel calcolo trumpiano che ha condotto alla capitolazione americana verso il regime dei pasdaran: mostruosa concentrazione di antiebraismo apocalittico sadico, fabbrica di una nuova Shoah.
Ma è l’intero Occidente che esibisce la sua catastrofica crisi autodistruttiva, la sua codardia e resa verso l’offensiva virulenta, implacabile, barbarica delle autocrazie e dei terrorismi. Esiste la necessità di deterrenza, difesa, guerra giusta contro gli abissi infernali dei mostri del terrore, con la loro disumanità criminale e criminogena, la loro ostentazione sanguinaria, la loro trionfale cultura di morte e distruzione. Con la loro guerra permanente verso i propri popoli; il 7 ottobre glorificato, l’incubazione di nuovi 7 ottobre; un’orrenda schiavitù femminile, stupri sistematici come atti di guerra, crescenti impiccagioni e torture quotidiane; guerriglie urbane nel cuore delle metropoli occidentali, “lupi solitari” che uccidono vicini di casa con coltelli da cucina e decapitano in pubblica piazza, o investono con auto impazzite passeggeri casuali; magistrati arbitrari che mettono in libertà terroristi dichiarati; una sinistra ideologica che definisce “resistenza” gli orrori criminali delle peggiori canaglie della jihad.
Tutto questo spaventa una classe politica occidentale debole, confusa, imbelle, invischiata in posizionamenti tattici domestici; prigioniera di un pacifismo politico schiavo della guerra di aggressione e dell’azione terrorista, che agisce perché le democrazie siano indifese e disarmate.
Bisogna proclamare apertamente, gridare dai tetti che solo l’apologia della guerra giusta per la libertà e l’indipendenza dei popoli e delle persone potrà avere validità e vitalità per contrastare e vincere i mostri trionfanti e impuniti.
Per un regime criminale come quello dell’Iran – che si comporta come un sistema di occupazione del suo popolo e territorio, che pratica una sistematica guerra civile interna e una guerra terrorista esterna, che ha il programma di una nuova Shoah per l’indipendenza politica del popolo ebraico – una strategia di regime change dovrebbe essere la regola giusta di una democrazia degna, a cominciare dalla rottura di tutte le relazioni diplomatiche e commerciali con l’Iran, come chiede a gran voce l’opposizione iraniana: la regola giusta, il solo modo per poter salvare il popolo dell’Iran e le sue minoranze nazionali da un massacro, per salvare l’esistenza di Israele, per la difesa di diversi stati arabi del Golfo aggrediti dall’Iran.
All’opposto, l’indegna amministrazione Trump rilegittima il regime di Teheran, fornisce bombole di ossigeno alla sua crisi agonica, lo finanzia, consegna il suo popolo a un destino di schiavitù e morte. Soprattutto, consente il riarmo atomico iraniano, mortale estremo pericolo per tutta la regione e il mondo intero. Trump si comporta come un usurpatore, umilia l’intero mondo civile quando sproloquia a favore dei barbari, definendoli “razionali e ragionevoli”, insieme a tutta una pornografia politica allucinante, incommentabile.
L’unico orizzonte di speranza sta in possibili reattivi, forti di vera svolta, alla catastrofe trumpiana e all’aumentata aggressività totalitaria terrorista. Se le democrazie non moriranno di morte lenta e si risveglieranno, esprimeranno la loro eterna e universale gratitudine per Israele e l’Ucraina, che realizzano e indicano la strada del nostro futuro.