Una guerra senza esito finale?
È proverbiale dire che le guerre si sa come cominciano ma non come finiscano. Mai, come nel caso dell’attacco congiunto israelo-americano all’Iran, partito il 28 febbraio, la frase risulta calzante.
I bombardamenti serrati alle strutture missilistiche, alla flotta navale, l’uccisione di numerosi alti esponenti militari, coronata da quella di Khamenei, hanno immediatamente mostrato la potenza e l’efficacia operativa dei due Paesi con gli eserciti più tecnologici e avanzati del pianeta.
Tutto questo è galvanizzante per chi spera che il regime autoritario e terrorista che da 47 anni governa l’Iran possa, finalmente, sparire dalla scena. Ma al di là dei successi, resta irrisolta la questione fondamentale, quale è l’obiettivo finale che si pone questa guerra?
Obiettivi variabili
Donald Trump, come suo costume, ha continuato a variarne la finalità con dichiarazioni contrastanti mentre Benjamin Netanyahu ha ripetuto più volte che la libertà del popolo iraniano si avvicina (dichiarazione retorica già spesa altre volte recentemente, senza che ciò sia avvenuto).
Due sono le condizioni necessarie affinché il regime di Teheran possa cadere: che ci sia una opposizione interna strutturata e in grado di avere come sponda una parte dell’apparato militare, oppure che Stati Uniti e Israele decidano una invasione di terra. Nessuna delle due condizioni, sicuramente non la prima, si è manifestata.
Ma è questo l’obiettivo di questa guerra? Così non sembra. La realtà è che Trump pensava che dopo i forti colpi inferti, il regime, atterrito, si ponesse nella condizione di scendere a miti consigli e si predisponesse a una collaborazione con gli Stati Uniti sul modello venezuelano. Non è successo e non può succedere.
La specificità iraniana
La differenza ideologica e strutturale tra il regime di Maduro e quello degli Ayatollah è abissale. Il primo è un regime laico fondato sulla corruzione e totalmente privo di uno slancio egemonico e missionario, i due elementi fondanti del secondo, teocratico, creato da Khomeini. Per questo motivo il regime di Teheran non accetterà alcun negoziato con il “Grande Satana” che possa compromettere la sua stessa ragione d’essere.
Non basta dunque per piegarlo una grande dimostrazione di forza, così come non è bastato, per portarlo al tavolo dei negoziati in una posizione soccombente la minaccia dell’uso di quella stessa forza ora in azione.
L’incapacità dell’attuale amministrazione americana di discernere la specificità dei suoi interlocutori, di considerarli tutti come attori suscettibili di cedere alle stesse pressioni, di fare valutazioni prettamente materiali e pragmaticamente vantaggiose, lo si è visto anche nei confronti di Hamas.
Per Teheran, come per la formazione jihadista da esso foraggiata, ciò che conta sopra ogni altra considerazione è la “missione”, è l’ideale, i vantaggi economici, materiali, sono del tutto secondari. Se si riescono a ottenere restano subordinati all’obiettivo principale, che è ideale, valoriale. Si tratta di un orizzonte totalmente al di fuori della percezione geopolitica dell’Amministrazione Trump, per la quale la politica estera si declina in senso puramente transazionale e finanziario.
Colpire duramente l’Iran come stanno facendo ora Sati Uniti e Israele, senza porre in essere l’obiettivo di abbattere il regime, e quindi impiegando altre modalità operative, dall’invio massiccio di soldati, al bombardamento delle infrastrutture vitali per il suo sostentamento, quella petrolifera ed energetica, potrà al massimo indebolirlo, renderlo meno temibile per un periodo, ma non eliminarlo.
La rinuncia agli Opliti
Ciò ci porta ad affrontare l’aspetto cardinale della questione, ovvero l’indisponibilità contemporanea di fare la guerra come è sempre stata fatta, con i soldati sul campo, e non solo con i mezzi più sofisticati di cui dispone la tecnologia militare. Non bastano, anche oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, dei droni, delle bombe in grado di perforare il terreno a centinaia di metri di profondità, per vincere le guerre, e sicuramente non sono sufficienti da soli per porre fine a un regime fondato sulla persuasione palingenetica di essere la soluzione per i mali del mondo, soluzione che esige, necessariamente, la distruzione di Israele. Ci vogliono i moderni Opliti, ci vogliono gli uomini da spendere sul terreno, come è sempre accaduto in tutte le guerre combattute nel corso della storia.
La rinuncia all’impegno di soldati su vasta scala in un teatro estero è, dal 2003, anno della seconda guerra del Golfo, un imperativo che ha guidato tutte le amministrazioni succedute a quella di George W Bush.
Viviamo il paradosso che la più grande potenza militare esistente, gli Stati Uniti, non ha più intenzione di impiegare il suo esercito per combattere le guerre. Certamente non sarà Donald Trump, che di questa scelta ha fatto uno dei cardini della sua politica estera, a derogare da questo principio, e Israele, da solo, non è in grado dopo due anni di estenuante guerra a Gaza, dove tuttavia Hamas continua a governare poco meno di metà della Striscia, di potere impiegare i propri soldati per abbattere il regime di Teheran.