Israele e Medio Oriente

L’isolamento crescente di Israele e la vittoria differita

Ci si sta avvicinando al secondo anniversario dell’eccidio del 7 ottobre, il più grande pogrom contro gli ebrei dai tempi della Shoah, perpetrato dall’organizzazione terrorista palestinese Hamas con contributo anche della Jihad Islamica e di raggruppamenti di civili gazawi.

Non si è trattato soltanto di una vasta offensiva terroristica, ma di un vero e proprio atto di guerra da parte di un’organizzazione che governa su Gaza dal 2007, dopo aver vinto delle elezioni che vennero tra l’altro tanto osannate da molti esponenti politici europei come “vittoria democratica dei palestinesi”. Peccato che da allora Hamas non abbia più indetto elezioni ed abbia anche fatto piazza pulita di qualsiasi forma di opposizione, oltre ad aver trasformato la Striscia in un hub del terrore, con tunnel e basi sotto scuole, ospedali, luoghi di culto e via dicendo.

Fatta questa premessa, bisogna affrontare la situazione sul campo perché, tecnicamente parlando, è assurdo e inammissibile che a due anni da quel drammatico giorno, Israele non sia ancora riuscito ad eradicare Hamas da Gaza.

Le motivazioni che abbiamo sentito per il continuo procrastinare sono delle più disparate: dalle restrizioni della precedente amministrazione USA a guida Biden, alle opposizioni politiche e sociali interne a Israele; dalle trattative con Hamas per cercare di liberare il maggior numero di ostaggi alle presunte difficoltà operative di un’offensiva militare all’interno di Gaza. Non dimentichiamo poi l’impatto emotivo sul rischio di causare la morte degli ostaggi con un eventuale azione militare, fino ad arrivare alle opposizioni da parte dei vertici militari nei confronti di decisioni governative, come se le forze armate fossero diventate una specie di nuova controparte politica invece che un apparato che ha il compito di eseguire degli ordini.

In seguito allo stallo delle trattative, prevedibile ed ovvio, visto che gli ostaggi vivi tutt’ora in mano ai terroristi pare non siano più di una ventina e Hamas non li libererà mai senza garanzie sulla propria sopravvivenza e permanenza a Gaza (richieste ovviamente inaccettabili, come recentemente affermato anche dai Paesi arabi), giovedi scorso Netanyahu ha annunciato che l’IDF prenderà l’intero controllo di Gaza per procedere con l’eradicazione di Hamas e cercare di liberare gli ostaggi. Proclami che abbiamo già sentito parecchie volte dal post 7 ottobre ma, a quasi due anni siamo ancora in questa situazione.

Si sta realmente per procedere con l’offensiva finale? Lo scetticismo è più che lecito visti i precedenti e difatti, poco dopo una riunione governativa per autorizzare l’operazione, durata dieci ore, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha criticato il piano affermando che non serve né a sconfiggere Hamas e nemmeno a liberare gli ostaggi. Insomma, l’ennesimo procrastinare.

Anche le tempistiche sono molto vaghe: si è parlato di una prima fase per far confluire gli abitanti di Gaza City a sud per poi, successivamente iniziare ad accerchiare il centro urbano. Teniamo presente che l’IDF controlla già il 75% circa della Striscia. L’impressione, ancora una volta, è che Netanyahu in realtà non abbia alcuna intenzione di chiudere la partita con Hamas nel breve periodo e questo è un problema.

In primis perché trascinando la guerra così a lungo ed evitando di risolvere il problema (Hamas) alla radice, si sta generando un progressivo isolamento di Israele sul piano internazionale. Sicuramente la propaganda e la disinformazione perpetrate da attori contingenti a Hamas hanno un’enorme responsabilità, ma la lunghezza della guerra non ha certamente aiutato. C’è poi tutta la questione legata al Qatar, presentato come mediatore, ma di fatto braccio diplomatico ed economico di Hamas nonché principale sostenitore dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas ne è il ramo palestinese. In base a ciò, non si spiega infatti come Netanyahu possa aver affermato che “il Qatar non è un Paese nemico”.

L’unico modo per porre fine alla difficile situazione in cui Israele si ritrova è chiudere in fretta la partita con Hamas, sradicandola da Gaza una volta per tutte. Ciò può essere fatto soltanto con una occupazione, seppur temporanea, del territorio. Senza i “boots on the ground” le guerre non si vincono. Una volta che si ha il controllo capillare del territorio, allora è possibile lanciare operazioni mirate, con le necessarie coperture, volte a stanare le sacche di resistenza e ripulire i vari segmenti territoriali.

In secondo luogo, l’aver trascinato la guerra fino a questo punto ha anche fatto impennare un antisemitismo, mascherato da “antisionismo”, che ovviamente era già presente in Occidente e che è stato abilmente alimentato dagli ambienti islamisti e dell’estrema sinistra. Un fenomeno che non potrà che acutizzarsi e diffondersi ulteriormente nei mesi a venire.

Per quanto riguarda gli ostaggi, per chi ancora sostiene che “rischiano di morire”, questo rischio è reale, ma tuttavia, come è apparso dagli ultimi drammatici filmati, il tempo per loro si sta esaurendo. Ulteriori ritardi sono controproducenti sia per la loro sopravvivenza che per la posizione di Israele a livello mondiale, per l’immagine delle sue forze armate, per la guerra internazionale al terrorismo e per l’antisemitismo dilagante.

Trump ha dato il via libera a Netanyahu ed ha anche aggiunto “io so cosa farei, ma non si può dire”. Cosa c’è da attendere ancora? Così come sta facendo, Israele rischia di perdere quei pochi alleati che ancora gli sono rimasti, visto che in molti iniziano a chiedersi quali siano le reali intenzioni di Netanyahu.

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