“L’Italia rappresenta un caso unico in Occidente” per quanto riguarda i rapporti con il regime iraniano, con “un approccio pragmatico che punta ad evitare contrapposizioni a prescindere dalle posizioni prese dall’Unione Europea” nei confronti degli Ayatollah.
Non siamo noi a dirlo, bensì Minoo Mirshahvalad, ricercatrice iraniana presso l’Università di Copenaghen e specializzata nello studio dell’Islam contemporaneo. La studiosa è nota per la propria contrarietà alla campagna militare di USA e Israele lanciata lo scorso 28 febbraio contro il regime iraniano.
In un breve articolo pubblicato lo scorso gennaio, la Mirshahvalad esponeva le proprie perplessità su un eventuale cambio di regime con conseguenti derive violente:
“In molti, in questi giorni, mi chiedono quale sia la soluzione per l’Iran. La risposta è semplice: non c’è. Se questa massa — che in teoria dovrebbe costruire il futuro del Paese — è indicativa del livello di maturità politica disponibile, allora l’Iran è destinato a una nuova forma di dittatura, altrettanto cieca e, altrettanto violenta”.
E ancora:
“Il popolo iraniano non è pronto a sviluppare niente di migliore rispetto all’attuale sistema politico. Anzi, scivolerebbe in un regime di terrore giacobino che condurrebbe l’Iran verso il caos totale, perché — a differenza della Francia rivoluzionaria — il Medio Oriente contemporaneo non è altro che il mercato delle armi made in USA”.
A prescindere dal fatto che si possa concordare o meno con le posizioni della Mirshahvalad, non la si può certo tacciare di condividere posizioni radicali di alcun tipo.
Ebbene, in un suo articolo accademico intitolato “Al-Mustafa University and Transnational Shia Education in Europe”, pubblicato su Contemporary Islam/Springer (scaricabile qui), la ricercatrice prende in esame l’attività europea dell’Università Islamica Al-Mustafa, con sede centrale a Qom e attiva anche in Italia (a Roma e Milano) spiegando, come vedremo a breve, come i centri sciiti iraniani agiscano indisturbati nonostante la propaganda di regime.
E’ utile ricordare che nel dicembre del 2020, l’Ufficio per il controllo dei beni esteri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito l’Università Al-Mustafa nella blacklist del terrorismo internazionale per aver agito da piattaforma di reclutamento per la Forza Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC-QF) al fine di condurre operazioni di intelligence.
L’occhio di riguardo italiano per i centri islamici sciiti
Nella sezione dell’articolo intitolata “Variabili che influenzano le operazioni della AMU (Al-Mustafa University)”, al punto numero 2 si parla di “atteggiamenti degli stati europei nei confronti dell’Iran” ed è qui che la faccenda si fa interessante in quanto, dopo una breve panoramica europea in particolare su Danimarca, Germania e Gran Bretagna, l’esperta passa ai rapporti Italia-Iran e spiega:
“In un contesto decisamente diverso, l’Italia rappresenta un caso unico. Mentre gli iraniani residenti nel Paese esprimono spesso risentimento verso le istituzioni percepite come legate allo Stato iraniano, non vi sono stati interventi governativi per chiudere o limitare tali istituzioni. L’Italia ha mantenuto un rapporto pragmatico con l’Iran: pur sostenendo le politiche dell’UE sull’Iran, ha generalmente adottato un atteggiamento più orientato al business e meno conflittuale rispetto ad altri Stati occidentali. L’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Iran. Di conseguenza, evita di recidere completamente i legami con l’Iran”.
E ancora:
“Un riflesso visibile di questo approccio relativamente permissivo è il trattamento riservato al Centro Imam Ali di Milano. Questa organizzazione ha chiari legami con il consolato iraniano, un fatto riconosciuto anche sul sito web del consolato, dove il centro viene indicato come sua sezione culturale. Nella sua sede milanese, i ritratti di Khomeini e Khamenei sono ben visibili, posizionati vicino alla qibla. Ancora più significativo è il fatto che, durante un’intervista del novembre 2017, il responsabile religioso del centro ha esplicitamente confermato che riceve sostegno finanziario dal consolato iraniano, e quindi non sorprende che ogni anno a febbraio il Centro Imam Ali ospiti le celebrazioni per l’anniversario della Rivoluzione iraniana. Nonostante questi evidenti legami, non si sono registrate forti reazioni negative da parte delle autorità o dei media italiani. Di conseguenza, l’ISRA (Istituto Studi Religiosi Al Mustafa) di Milano continua le sue modeste attività senza interferenze statali”.
La succursale italiana dell’Università Al-Mustafa, il cui sito risulta offline da qualche mese, era diretta da Hanieh Tarkian, moglie del religioso iraniano Abolfazl Emami, anch’egli residente in Italia e Dottore in Diritto Politico Islamico e Relazioni Internazionali presso l’Università Al-Mustafa in Iran, nonché Giurista presso la scuola religiosa di Qom.
La Tarkian si è distinta sui social per una costante attività di propaganda a favore del regime di Teheran e contro Israele e Stati Uniti.
Il Centro islamico iraniano Imam Mahdi di Roma e la propaganda
Lo scorso marzo il thinktank statunitense Washington Outsider Center pubblicava un report nel quale si approfondivano storia, struttura e attività di un altro centro islamico khomeinista con sede a Roma: il ben noto Centro Imam Mahdi, attivo dalla seconda decade del 2000 e fondato da convertiti italiani, nonché il ruolo centrale ricoperto dal presidente, Damiano Abbas Di Palma, anch’egli convertito, con un passato di studi a Qom e con titolo di Hujjatulislam (sapiente in ambito sciita). Di Palma è inoltre stato indicato come insegnante di Scienze coraniche e Hadith proprio presso la sede italiana dell’Università Al-Mustafa.
Secondo quanto illustrato in un articolo del 2005, pubblicato dalla rivista di intelligence dell’AISI, “Gnosis”, il Centro Imam al Mahdi è nato da una scissione interna alla sezione italiana della rete khomeinista “Ahl al Bait”, fondata da ex membri dell’estrema destra italiana:
“…O ancora, l’attività del napoletano Luigi De Martino, un altro ex militante di Ordine Nuovo, convertitosi nel 1985 con il nome di Ammar, fondatore ed ispiratore dell’Associazione islamico-sciita “Ahl Al Bait” (Casa delle Genti). Istituita a Napoli sulla scia dell’interesse suscitato dalla rivoluzione khomeinista, la Ahl Al Bait fa riferimento all’omonima rete internazionale con sede a Teheran. Vicina alle posizioni dell’Hezbollah e di Hamas l’organizzazione, che si dedica principalmente ad attività di proselitismo e di diffusione culturale, si configura in senso spiccatamente antisionista ed antioccidentale.
Attorno ad essa si sono ritrovate molte realtà dell’estrema destra italiana ‘convertita’, la stessa associazione romana “Imam al Mahdi” è nata di recente da una scissione interna all’Ahl Al Bait ed è anch’essa ispirata da un altro ex militante di destra convertitosi all’Islam, Marco “Hussein” Morelli”.
Ecco dunque quel nexus tra estrema destra e ideologia khomeinista, con fuoriusciti della prima che trovano nella seconda una nuova causa di lotta contro il cosiddetto “imperialismo occidentale” e il “sionismo”.
Il Centro Imam Mahdi si è distinto per una serie di iniziative tra cui una conferenza con il parlamentare di Hezbollah, Nawar al-Sahili, nel 2015; una conferenza sulla “liberazione del sud del Libano” e su Hezbollah nel 2023, con la partecipazione di Hassane Assi (presidente associazione Amici del Libano, ritratto tra le varie cose vicino alla bandiera di Hezbollah in Libano) e Maurizio Falessi (ex membro delle Unità Comuniste Combattenti e latitante per anni in Libano); la commemorazione della morte di Hassan Nasrallah e la presentazione del libro “I semi della Rivoluzione” (biografia di Ali Khamenei) nel 2024.
L’11 marzo 2026, il Centro Imam Mahdi pubblicava poi una dichiarazione riguardante la morte di Ali Khamenei e la presunta successione di suo figlio Mojtaba, evidenziando ancora una volta il legame tra il centro islamico e il regime iraniano:
“Il vile e criminale assassinio, per mano di Stati Uniti e Israele, dell’eminente autorità religiosa e Guida della Rivoluzione Islamica, il Grande Ayatullah Seyyed Alì Khamenei, ha inferto una profonda ferita di dolore e sgomento non solo nel popolo iraniano e in ogni autentico musulmano, ma anche in tutti quegli uomini nobili e liberi che seppero scorgere in lui un faro di rettitudine spirituale, politica e morale.
Non ci interessa in questa sede denunciare le innumerevoli violazioni del diritto internazionale o dei cosiddetti diritti umani, né stigmatizzare per l’ennesima volta le sanguinarie politiche di morte e rapina che, sin dalla loro origine, hanno contraddistinto gli Stati Uniti e il regime sionista, pur rimanendo ferma la nostra condanna dell’aggressione e della barbarie israelo-americana ai danni dell’Iran.
Per il Grande Ayatollah Khamenei, così come per tutte quelle anime che, sino all’ultimo respiro, han tenuto fede al loro patto con Dio, il martirio altro non è che santo coronamento e sublime ricompensa di una vita che –alla celeste ombra del Sacro Corano e dell’Islam – è stata totalmente consacrata all’Altissimo e al servizio del popolo iraniano, della Ummah Islamica e di tutti gli oppressi dell’intero mondo.
E mentre ci congratuliamo con l’Assemblea degli Esperti per la saggia nomina dell’Ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei a nuova Guida della Rivoluzione, preghiamo Iddio Onnipotente affinché lo mantenga su quel medesimo lucente solco, tracciato dai suoi predecessori con lacrime, gioia e sangue, e a che giammai la sua forte mano abbia a stancarsi di tenere issato lo stendardo della Fede, della Verità e della Giustizia nel mondo.
“O voi che credete, perseverate! Incitatevi alla perseveranza, serrate i ranghi e temete Allah, sì che possiate prosperare” (Corano, 3: 200)”. 21 Ramadan 1447 – 11 marzo 2026”.
Un comunicato che sembra uscito da una sede diplomatica iraniana più che da un centro islamico ma a questo punto è più che evidente come il confine tra i due sia pressochè inesistente.
Alcune considerazioni finali
Tornando dunque alla questione iniziale, quella evidenziata dalla Dott.Ssa Mirshahvalad sui rapporti Italia-regime iraniano, i punti citati dalla ricercatrice sui quali è utile riflettere sono i seguenti:
- “Mentre gli iraniani residenti nel Paese esprimono spesso risentimento verso le istituzioni percepite come legate allo Stato iraniano, non vi sono stati interventi governativi per chiudere o limitare tali istituzioni” (intese come centri educativi e culturali sciiti legati al regime).
Allo stato attuale, la Germania è l’unico paese europeo ad aver intrapreso azioni dirette e su larga scala per chiudere i centri islamici legati all’Iran. Nel luglio del 2024 il Ministero degli Interni tedesco ha fatto chiudere il Centro Islamico di Amburgo (IZH), indicandolo come un'”organizzazione estremista islamista” e un rappresentante diretto della Guida Suprema iraniana. Le misure hanno previsto la chiusura della “Moschea Blu” di Amburgo e di oltre 50 altre proprietà e organizzazioni sussidiarie in otto Länder tedeschi. I centri sono stati accusati di promuovere estremismo politico-religioso, di sostenere il gruppo terroristico Hezbollah e di agire contro l’ordine costituzionale. Va evidenziato che la Germania aveva precedentemente espulso diversi funzionari da centri sostenuti dall’Iran, tra cui il vicedirettore del centro di Amburgo nel 2022 e un altro dirigente nel 2024.
L’intervento tedesco nei confronti dei centri islamici iraniani è interessante, considerato che la Germania è il primo partner commerciale dell’Iran. Nel periodo 2025-2026 infatti la Germania rappresentava circa il 31-32% del commercio totale tra UE e Iran, concentrandosi sulle esportazioni di macchinari e prodotti chimici, come illustrato sul sito dell’ICE.
Le misure intraprese dalle autorità tedesche nei confronti dei centri dediti alla propaganda khomeinista dimostrano come la Germania non scenda a compromessi quando si tratta di sicurezza interna ma anche che rapporti economici e commerciali privilegiati con l’Iran non escludono di intraprendere le misure necessarie contro i centri nevralgici del regime in territorio tedesco.
Un altro Paese che sembra muoversi in direzione della messa al bando dei centri islamici khomeinisti è l’Austria. Nel 2024 il Parlamento austriaco aveva preso in esame una serie di opzioni legali per la chiusura del centro “Imam Ali” di Vienna, legato all’ambasciata iraniana e indicato come promotore di estremismo ed antisemitismo. Lo scorso aprile la questione è nuovamente tornata alla ribalta dopo che l’emittente nazionale austriaca ORF ha riferito che il Consiglio nazionale sta nuovamente valutando la possibile chiusura del centro “Imam Ali”.
La decisione sarebbe legata a una violenta rissa scoppiata all’interno del centro islamico dopo una cerimonia commemorativa in onore del defunto Ali Khamenei, che ha richiesto l’intervento della polizia. L’ORF ha inoltre evidenziato che l’incidente ha scatenato forti reazioni politiche, con membri di diversi partiti austriaci che hanno chiesto un’indagine più approfondita sulle attività del centro islamico.
Il secondo punto evidenziato dalla Mirshahvalad su cui soffermarsi è il seguente:
- “L’Italia ha mantenuto un rapporto pragmatico con l’Iran: pur sostenendo le politiche dell’UE sull’Iran, ha generalmente adottato un atteggiamento più orientato al business e meno conflittuale rispetto ad altri Stati occidentali. L’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Iran. Di conseguenza, evita di recidere completamente i legami con l’Iran”.
In primis va evidenziato come, allo stato attuale, l’Italia risulti essere il secondo partner commerciale dell’Iran in UE, rappresentando il 15,6% del commercio totale. Appurato ciò, va detto che i due centri islamici iraniani indicati come direttamente legati al regime tramite sedi diplomatiche, presenti a Roma e Milano, risultano ancora operanti nonostante la loro attività di propaganda sia già stata ampiamente documentata.
Un altro aspetto che andrebbe valutato è l’eventuale presenza di operativi delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC) in territorio italiano visto che lo scorso gennaio l’Unione Europea le ha inserite nella blacklist delle organizzazioni terroristiche, al fianco di ISIS, al-Qaeda, Hamas e la Jihad Islamica Palestinese. Va tra l’altro evidenziato come l’Italia, assieme alla Francia, sia stata la principale promotrice della misura, come riportato da Euronews:
“Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha esortato l’UE a dichiarare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) dell’Iran un’organizzazione terroristica, in seguito alla sanguinosa repressione delle proteste di massa che hanno attraversato il Paese nelle scorse settimane”.
La mossa aveva portato Teheran a richiamare immediatamente l’ambasciatrice italiana, Paola Amedei, per esprimere la ferma opposizione di Teheran alla posizione dell’Italia. Il regime ha definito il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) come “componente legalmente costituita delle forze armate iraniane” ed ha altresì ammonito di gravi ripercussioni sulle relazioni tra i due Paesi.
Pochi giorni dopo, Tajani aveva dichiarato che l’inesrimento delle IRGC nella blacklist dell’UE non comportava la rottura dei rapporti diplomatici e il dialogo con il regime iraniano, illustrando che il cambio di posizione dell’Italia nei confronti delle IRGC era dovuto alla morte di migliaia di manifestanti durante le proteste di gennaio 2026.