Israele e Iran

L’unica opzione risolutiva

La celebre affermazione attribuita a Von Clausewitz secondo cui la guerra altro non sarebbe se non la continuazione della politica con altri mezzi, è da tempo stata proscritta in Occidente.

Nella prospettiva soprattutto europea, ma di fatto anche statunitense, la guerra apparterrebbe a una fase dell’umanità ormai superata, nonostante gli Stati Uniti dirottino al comparto militare una quota di spesa tre volte quella della Cina e che da sola rappresenta il 37 per cento della spesa militare mondiale.

La postura transazionale dell’Amministrazione Trump (si negozia con tutti, dai talebani a Hamas) è nemica dell’interventismo ma gioca la carta indispensabile del potere bellico come minaccia persuasiva. È, ovviamente, il caso della postura assunta nei confronti dell’Iran.

Alle spalle dei negoziati in corso, in Medioriente si è adunato il dispiegamento militare americano atto a fare capire che se non si otterrà un accordo che gli Stati Uniti considerano soddisfacente l’Iran verrà attaccato. Israele considera i round negoziali, di cui domani in Oman ci sarà un’ulteriore fase, una perdita di tempo.

Nella sua settima visita a Washington da quando Trump si è insediato, Netanyahu ha palesato il profondo scetticismo di Israele ma ha dovuto incassare la risposta che si andrà avanti con i negoziati fino in fondo.

Ci sono attori politici, e il regime di Tehran è uno di quelli, l’altro è la Russia putiniana, l’altro è Hamas, con i quali negoziare è inutile. Per loro è solo la forza che ha l’ultima parola. Negoziare serve solo a guadagnare tempo, a riposizionarsi, a ingannare.

Nessun negoziato può modificare la persuasione ideologica del regime degli Ayatollah secondo cui Israele deve essere distrutto, è che l’Iran ha la necessità di diventare egemone in Medioriente per imporre la sua visione messianica ed escatologica dell’Islam, così come nessun negoziato convincerà Hamas a cedere le armi e a rinunciare al suo progetto jihadista antisemita. Le uniche soluzioni da adottare nel confronti di questi due attori possono solo essere radicali, ovvero la terminazione dei loro progetti, e questo obiettivo sì può ottenere esclusivamente attraverso l’uso della forza militare. Non esistono soluzioni mediane.

Il pasticcio che l’Amministrazione Trump ha creato a Gaza e al quale Israele si è dovuto adeguare, rappresenta un esempio plastico di cosa si può ottenere quando si rinuncia alla determinazione della forza, a vantaggio di un accordo.

Hamas è in controllo del 43 per cento della Striscia, sta cercando di riarmarsi e può godere all’interno della struttura messa in piedi dall’Amministrazione Trump, della sponda politica e ideologica di due dei suoi maggiori sponsor, Qatar e Turchia. Non solo, l’Autorita Palestinese, che Netanyahu più volte aveva dichiarato non avrebbe avuto alcun ruolo a Gaza, ha già, di fatto, alcuni suoi funzionari operativi nella principale commissione di governo del Board of Peace.

È chiaro che non essendo stato sconfitto ma solo fortemente diminuito durante la guerra di Gaza durata due anni, Hamas cercherà di lucrare al massimo dalla posizione di cui gode. La stessa cosa accadrà al regime di Tehran se si chiuderà un accordo con gli Stati Uniti, sarà solo un modo in cui, tramite concessioni parziali e aggirabili, troverà il modo di continuare ad alimentarsi.

Tornando dunque a Von Clausewitz, la guerra è l’unico sbocco che può modificare strutturalmente e definitivamente la situazione, è l’unico modo in cui, trasformandosi in forza concreta, la politica può rimuovere la minaccia che il regime iraniano rappresenta non solo per Israele ma per l’intera stabilità mediorientale.

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