Il 26 agosto un gruppo di manifestanti del gruppo pacifista femminile Code Pink si è riunito davanti allo United States Holocaust Memorial Museum a Washington D.C., indossando uniformi a strisce simili a quelle dei prigionieri dei campi di concentramento, protestando contro quella che hanno definito una “carestia provocata dall’uomo” a Gaza.
La loro azione è stata intrapresa dopo la pubblicazione di un rapporto che ha evidenziato una situazione di carestia nella regione, a rischio per 500.000 persone. I manifestanti hanno esposto striscioni con slogan come “Hands Off Gaza” e “Israel is starving Gaza to death”, sostenendo che il motto “Mai più” dovrebbe applicarsi a tutti, non solo a una parte del mondo, e chiedondo la fine di quella che hanno definito una carestia e un “genocidio”.
Va ribadito che la Shoah è un evento unico nella storia, caratterizzato dallo sterminio sistematico di circa sei milioni di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, organizzato in modo industriale e con l’obiettivo di eliminare un intero popolo dalla faccia della terra. Per la comunità ebraica, e in particolare per Israele, la Shoah non è soltanto un ricordo del passato, ma un monito eterno, un “mai più” rivolto soprattutto a se stessi.
Sono in molti gli studiosi e gli analisti che ritengono che qualsiasi paragone tra la Shoah e altre tragedie, come il conflitto nella Striscia di Gaza, sia errato e pericoloso. Essi vedono in queste analogie una banalizzazione dell’orrore unico della Shoah, usata come strumento retorico per attaccare Israele. Nel caso della protesta di Code Pink, per esempio, viene suggerito che Israele stia replicando le azioni di sterminio naziste, un paragone che viene giudicato offensivo e antisemita, poiché equipara vittime storiche e presunti carnefici contemporanei senza considerare il contesto e la complessità della situazione.
La manifestazione di Code Pink è uno dei tanti esempi del clima di grande confusione mediatica che circonda il conflitto a Gaza. Code Pink, pur presentandosi come un movimento pacifista, è stata accusata in passato di avere legami con Hamas.
Israele difende le sue operazioni militari a Gaza sottolineando che sono dirette esclusivamente contro Hamas. La presenza di civili nelle aree controllate da Hamas, dove si trovano scuole e ospedali, complica notevolmente le operazioni, provocando purtroppo anche vittime civili. La situazione di fame e sofferenza a Gaza è aggravata dalle scelte di Hamas, che saccheggia gli aiuti umanitari creando un contesto di caos. Per Code Pink invece, tutta la responsabilità viene attribuita esclusivamente a Israele, proponendo la consueta visione manichea del conflitto in cui i palestinesi sono le vittime innocenti e Israele è l’oppressore.
Si tratta di una semplificazione demagogica e del tutto falsa, funzionle ad alimentare un’ondata di sentimento anti-israeliano che spesso si trasforma in antisemitismo, in cui Israele viene dipinto come colpevole di crimini atroci che possono essere messi sullo stesso piano della Shoah.
Usare la Shoah in modo strumentale è un atto di riduzionismo e di crassa deformazione: si riconosce l’esistenza dell’Olocausto, ma se ne altera il significato, piegandolo a obiettivi politici contingenti. Non è solo un’offesa alla memoria delle vittime, ma si tratta di un vero e proprio ostacolo alla possibilità di affrontare il conflitto israelo-palestinese con realismo e onestà, impedendo un dibattito fondato sui fatti e la verità.