Quando un docente universitario trasforma la propria voce in un megafono d’odio, non si è più davanti a un dibattito accademico, ma a una deriva morale che mina le fondamenta stesse dell’istituzione. È ciò che è accaduto con Luca Nivarra, ordinario di Diritto civile e decano della facoltà di Giurisprudenza di Palermo, il quale ha diffuso sui social parole che hanno suscitato sgomento, indignazione e condanna unanime. Nel suo sfogo, il professore ha scritto: «Sono ormai solo macchine di morte votate allo sterminio dei palestinesi. Questa è la vera dimensione del fenomeno: la loro necrofilia liberata da quasi due anni di assoluta impunità. Con il sangue dei palestinesi lavare quello degli ebrei vittime dello Shoah. Guardate che abbiamo a che fare con qualcosa che viene da lontano, da un sentimento di odio nei confronti di se stessi (il famoso Selbsthass per essere stati vittime inermi dell’Olocausto) che soltanto un nuovo bagno di sangue potrà finalmente curare. La dimensione politico-militare del problema è secondario: questo manipolo di assassini spostati si fermerà solo quando il rito di purificazione sarà stato consumato fino in fondo. Ci hanno precipitato in un sabba infernale».
Queste frasi, intrise di un linguaggio che ricorda le più torbide narrazioni antisemite del Novecento, non appartengono al registro della critica politica, né alla legittima opposizione a un governo. Sono parole che negano la distinzione tra scelte governative e identità di un popolo, trasformando milioni di persone in un’unica entità demonizzata e colpevole per nascita. Il professore non si è limitato a esprimere giudizi sprezzanti sullo Stato di Israele o sulle sue scelte militari. È andato oltre, invitando pubblicamente a interrompere i rapporti social con gli ebrei tout court. In un altro messaggio ha infatti scritto: «Avendo a disposizione pochissimi strumenti per opporci all’Olocausto palestinese, un segnale, per quanto modesto, potrebbe consistere nel ritirare l’amicizia su Facebook ai vostri “amici” ebrei, anche a quelli “buoni”, che si dichiarano disgustati da quello che sta facendo il governo di Israele e le IDF. Mentono e con la loro menzogna contribuiscono a coprire l’orrore: è una piccola, piccolissima cosa ma cominciamo a farli sentire soli, faccia a faccia con la mostruosità di cui sono complici». Non si tratta dunque di critica politica: si tratta di boicottaggio identitario. Colpire una persona non per ciò che fa, ma per ciò che è. Un ritorno a logiche di esclusione che in Europa hanno prodotto pagine oscure e che mai dovrebbero riaffacciarsi in un’università.
La condanna dell’Ateneo e della politica
Il rettore dell’Università di Palermo, Massimo Midiri, ha preso le distanze con fermezza: «Prendo le distanze da quanto dichiarato dal professore Luca Nivarra. Invitare a togliere i contatti su Facebook agli “ebrei” è una proposta che rischierebbe di alimentare le stesse dinamiche che afferma di voler contrastare. Su temi complessi come il conflitto in Medio Oriente, la strada da percorrere deve essere quella del dialogo e del confronto critico, non dell’isolamento e di ciò che si avvicina a una censura ideologica». Anche il ministro dell’Università Anna Maria Bernini ha definito le parole del docente «inaccettabili»: «Le dichiarazioni del professore Nivarra non offendono solo il popolo ebraico ma tutti coloro che si riconoscono nei valori del rispetto e della convivenza civile». Parole doverose, ma insufficienti a cancellare l’onta. Un professore di diritto civile dovrebbe rappresentare il baluardo dei principi di uguaglianza, dignità e rispetto reciproco. Nivarra, con i suoi scritti, ha fatto il contrario: ha spogliato l’insegnamento del suo valore formativo per ridurlo a propaganda tossica. Ha scelto un linguaggio di demonizzazione collettiva, alimentando stereotipi e pregiudizi che non appartengono a una società democratica. Questa vicenda getta un’ombra pesante sull’università italiana, costringendola a confrontarsi con un interrogativo cruciale: fino a che punto la libertà accademica può essere invocata come scudo per giustificare l’odio? La libertà di parola non può e non deve trasformarsi in libertà di discriminare.
Un problema culturale più profondo
Come ha osservato la docente Stefania Mazzone, ciò che emerge è l’esistenza di una generazione di accademici che, anziché educare alla complessità, trasmettono ai giovani un veleno ideologico. «Molti dei giovani che protestano oggi ignorano cosa sia l’antisemitismo, ed esiste una generazione di docenti, in genere comunisti, che trasmettono veleno vero», ha spiegato. Il rischio è che parole come quelle di Nivarra non restino isolate, ma sedimentino nel dibattito pubblico, alimentando la legittimazione di nuove forme di antisemitismo, questa volta travestite da impegno politico. L’università non può essere complice silenziosa di questo degrado. Se un docente può scrivere che gli ebrei sono «macchine di morte», se può invocare la solitudine sociale di persone solo in quanto ebree, e continuare a sedere in cattedra come se nulla fosse, allora l’accademia rinnega sé stessa. Non si tratta di censura, ma di difesa della civiltà. Non si tratta di limitare la libertà, ma di impedire che essa venga deformata in licenza di odiare. Luca Nivarra ha scelto di infangare la memoria delle vittime della Shoah e di ridurre l’università a palcoscenico di un fanatismo degradante. Ora l’Università di Palermo ha davanti una scelta: o si limita a una presa di distanza formale, o dimostra con i fatti che la cultura non può mai essere usata come arma contro un popolo. Perché, se la cattedra diventa pulpito d’odio, allora non siamo più nell’università: siamo già nel baratro.