Islam e Islamismo

L’utilità del dato empirico nell’analisi della “questione islamica”

Il ragionamento che in questi giorni, e come dopo ogni attacco terroristico, emerge dalle riflessioni dei media “main stream” e dall’ormai collaudata retorica post-attentato è più o meno questo: non esiste, come è ovvio, una relazione effettiva, strutturale, dimostrabile tra Islam e terrorismo; il collegamento tra i due fenomeni può al limite essere posto solo a livello empirico, ma ciò non è possibile né legittimo perché si tratterebbe di generalizzazione e pregiudizio nei confronti della comunità islamica; ergo, in mancanza di una possibilità di dimostrare un nesso causale ne deriva che non c’è alcun allarme e nessuna minaccia rappresentata dalla religione dei musulmani ma solo sporadici (se pensiamo all’ampiezza della popolazione islamica mondiale) casi di pazzi, disadattati e frustrati. Il fatto che gli attentati siano soprattutto di matrice islamica rappresenta per costoro una semplice contingenza che nulla dimostra (come è ovvio che sia) né sul piano statistico né sul versante della causalità strutturale tra i due fenomeni (assurda da pretendere e impossibile da ottenere) che sola potrebbe portarli a riconoscere il problema e la minaccia islamica (conseguenza paradossale della negazione della validità del dato empirico). Ma il problema evidentemente non si pone: essendo il nesso causale (l’unico eventualmente legittimo) impossibile da dimostrare, la minaccia non esiste.

Il problema non sta a questo punto tanto nel paradossale ingresso della necessità di dimostrare il nesso tra Islam e terrorismo nell’analisi dei due fenomeni quando nell’espulsione e nella delegittimazione dell’esperienza dal novero degli strumenti utili ad orientare il ragionamento ancora prima dell’azione. Il fatto che una relazione posta empiricamente sia insufficiente a determinare il riconoscimento di un pericolo e la conseguente reazione (quale che sia) ad esso è una delle forme attraverso le quali si mostra il cortocircuito nei meccanismi di difesa dell’organismo culturale occidentale. Per usare un’immagine banale, è come se, prima della definizione della legge fisica della forza di gravità, la gente si gettasse serenamente nei burroni e non facesse invece dell’esperienza empirica un elemento sufficiente a capire che l’altezza è pericolosa.

Come detto, è evidente che la definizione di un nesso causale tra Islam (e islamici) e terrorismo è demenziale oltre che impossibile da creare; ed è altrettanto immaginabile che anche nel caso assurdo in cui ci fosse la dichiarata volontà da parte di tutti i musulmani del mondo di distruggere l’Occidente la cosa verrebbe considerata una contingenza coincidente con il 100% per puro caso e non un nesso strutturale, per il semplice fatto che è impossibile definire una legge “scientifica” che codifichi in automatismi e connessioni causali le dinamiche e i comportamenti umani. In altre parole non ci resterebbe che il dato dell’esperienza derivante da singoli, ancorché sempre più frequenti, casi di attacchi di matrice islamica, e al massimo corroborato da qualche dichiarazione di intenti distruttivi lungi dal rappresentare il pensiero della comunità islamica nel suo complesso. Ma il dato empirico, come detto, è insufficiente, per la classe dirigente, politica e intellettuale del Vecchio Continente a riconoscere che abbiamo un problema con la deriva che il sistema di pensiero e azione islamico sta prendendo (sempre che di deriva si tratti e non piuttosto dell’uscita da un periodo, tutto da dimostrare, tendenzialmente tranquillo e silente, almeno qua in Europa e almeno nei confronti della comunità che per comodità possiamo chiamare cristiana); ad ammettere l’idea – impronunciabile perché riconducibile a quella forma di paura illegittima chiamata islamofobia – che se è vero che non tutti i musulmani sono terroristi, è anche vero che, piaccia o no, gran parte degli attentati sono di matrice islamica; a dare in poche parole il via ad una seria, approfondita e soprattutto intellettualmente onesta riflessione su quella che andrebbe definita nel suo complesso come “questione islamica europea” e che dovrebbe affrontare l’Islam prescindendo e andando oltre il fenomeno del terrorismo.

Se quindi, ricapitolando, il presupposto per l’individuazione della minaccia islamica è l’individuazione di un nesso intrinseco, strutturale, causale tra Islam e terrorismo, è evidente che questa ammissione non ci sarà mai. Ed è altrettanto evidente che a supportare dialetticamente la pretesa della necessità di una legge “scientifica” c’è la codificazione intellettuale e morale dell’illegittimità e dell’insufficienza dell’esperienza come elemento utilizzabile per la valutazione di tali fenomeni, relegata sotto il temibilissimo e infamante cappello del termine “pregiudizio”.

Non sappiamo se questa “scientificità” del rapporto Islam-terrorismo sia un modo per creare una giustificazione alla mancanza della volontà e del coraggio per fare un discorso serio sul tema (tanto utile quando scomodo per chi ci ripete di non avere paura) e per evitare l’accusa di vigliaccheria. Il dubbio viene, ma poco cambia.

La distopica immagine dell’Occidente che a questo punto rimane è quella di una massa di automi che, non avendo studiato le leggi fisiche che regolano la forza di gravità e non potendo fare ricorso all’esperienza come elemento di memoria e mappatura dell’ambiente circostante, si gettano sorridenti dai burroni e dai tetti delle case. E il cattivo, in questa immagine da film di fantascienza di serie B, è lo stuolo di intellettuali che ci punta il dito contro intimandoci di non azzardarci a collegare quello che nell’angolo più onesto di noi stessi (e anche di loro stessi) è già da un pezzo collegato.

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