Islam e radicalismo islamico

Mohammad Hannoun e il terrorismo…giornalistico….

C’è chi la beneficenza la fa con i banchetti della parrocchia e chi con la maratona televisiva. Poi c’è Mohammad Hannoun, architetto di professione e “attivista umanitario” di vocazione, che negli anni ha saputo costruirsi la reputazione di instancabile paladino della causa palestinese. Manifestazioni, conferenze, raccolte fondi: tutto all’insegna della solidarietà. Peccato che, secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, dietro i suoi appelli non ci fossero né ospedali né scuole, ma i conti correnti del braccio armato di Hamas. Per questo Hannoun è stato inserito nella lista nera delle Specially Designated Nationals (SDN): beni congelati e impossibilità di fare affari con soggetti americani. Non il massimo per chi ama presentarsi come filantropo internazionale.

La filantropia che viaggia in valigia

Già nel 2023, le autorità italiane avevano acceso i riflettori sull’architetto-umanitario dopo un alert dello Shin Bet israeliano: un milione di euro che ballava tra Italia, Germania e Stati Uniti. Altro che collette parrocchiali, qui si parlava di cifre degne di un fondo speculativo.Ma Hannoun non molla: a suo dire, tutto questo è solo il frutto di “terrorismo intellettuale” da parte dei giornalisti che osano raccontare le indagini. Un’accusa che ha il pregio di ribaltare la realtà: chi finanzia presunti terroristi sarebbe un benefattore perseguitato, mentre chi scrive articoli diventa il vero criminale.

Gli amici italiani

E qui entra in scena il siparietto politico tricolore. Hannoun non è mai stato un uomo solo: nel tempo ha trovato ascolto e simpatia tra esponenti del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico, pronti a prestare palco e microfono alle sue crociate umanitarie. Del resto, pochi resistono al fascino di una causa che si presenta come “difesa dei diritti del popolo palestinese”.Il problema è che quando le inchieste internazionali rivelano che dietro quelle cause si nasconde ben altro, il sostegno politico diventa improvvisamente imbarazzante. E così capita che certi esponenti di M5S e PD preferiscano cambiare discorso, fingere di non ricordare, o rispolverare la vecchia formula “non sapevamo nulla”. Il caso più emblematico è quello di Alessandro Di Battista, sempre in prima fila a inneggiare alla resistenza dei popoli oppressi e sempre più in difficoltà quando i giornalisti gli chiedono conto di certe vicinanze. Davanti alle domande sulle attività di Hannoun, l’ex enfant prodige grillino diventa improvvisamente laconico, quasi allergico alla chiarezza. Un disagio palpabile: dalla retorica roboante contro l’Occidente oppressore al silenzio imbarazzato in conferenza stampa, il passo è breve.

Il benefattore incompreso

Nonostante le prove raccolte, Hannoun continua a raccontarsi come vittima di un sistema che non tollera chi difende i deboli. Nella sua versione dei fatti, non è un tesoriere di Hamas, ma un martire della libertà di opinione. Una favola che funziona bene davanti a certi pubblici compiacenti, meno quando i tuoi conti vengono congelati da Washington. La realtà è che la sua filantropia somiglia più a un sistema bancario parallelo che a un atto di carità. E mentre i suoi amici politici in Italia si guardano bene dall’affrontare di petto l’argomento, lui denuncia il mondo intero di essere complice di un grande complotto.Il caso Hannoun insegna che il confine tra la solidarietà e il “business della solidarietà” può essere sottilissimo. Ma quando oltre al microfono entrano in gioco valigie di denaro e dossier dei servizi segreti, il confine smette di essere sottile e diventa una voragine. E così resta l’immagine di un attivista che, tra una raccolta fondi e una conferenza, ha saputo crearsi amicizie politiche imbarazzanti e una carriera “umanitaria” che oggi vale un posto d’onore nella lista nera americana.

Il vero dramma, però, è un altro: ogni volta che un Hannoun di turno viene smascherato, rimane il vuoto dei politici che gli hanno dato credito. Politici che, quando devono spiegare, preferiscono guardarsi le scarpe. Proprio come Di Battista, che davanti a certe domande sembra sempre più un turista sprovveduto a cui hanno appena presentato il conto salato del ristorante.

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