Anti-Semitism, anti-Zionism and debunking

Morta a Monaco la figlia di Himmler: Negazionista della Shoah

È morta a 88 anni “Puppi”, la figlia di Heinrich Himmler, comandante supremo delle SS fanatico dell’occulto e il maggiore artefice della Shoah. Il decesso risale al 24 maggio, ma la notizia è stata diffusa dai media tedeschi soltanto il 29 giugno scorso.

Gudrun Burwitz (dal cognome del marito, lo scrittore e attivista del partito neonazista Npd, Wulf-Dieter Burwitz, sposato negli anni Sessanta), fu una fervente sostenitrice nazista e negli anni Sessanta lavorò sotto falso nome come segretaria nella Bundesnachrichtendienst, l’agenzia di intelligence tedesca meglio nota come BND.

Dal 1951 Gudrun Himmler diresse “Stille Hilfe” (Assistenza silenziosa), un’organizzazione di mutuo soccorso che aiutò i responsabili della Shoah a sottrarsi alla giustizia.  La Himmler fornì assistenza legale a personaggi come Adolf Eichmann, Joseph Mengele, «l’angelo delle morte», Erik Priebke, «il boia delle Fosse Ardeatine» e Klaus Barbie, «il boia di Lione». Nella sua villa, nel 2010, organizzò incontri per evitare l’estradizione di Klaas Carel Faber, criminale nazista di origine olandese condannato nel 1947 da un tribunale olandese per l’assassinio di ventidue ebrei e combattenti della resistenza all’epoca della guerra.

La «principessa nazista», come era soprannominata Gudrun, rimase fedele a suo padre sino alla fine. A contraddistinguere la sua adesione attiva all’ideologia nazionalsocialista fu l’assoluta mancanza di prospettiva e distacco nel valutare la figura paterna da cui non prese mai le distanze, anzi dedicò tutta la propria vita alla sua riabilitazione. Del resto, già da bambina Gudrun chiedeva alla madre di non informare il padre delle sue marachelle, perché non voleva deluderlo.

Quando aveva 12 anni, Gudrun accompagnò Himmler nel campo di concentramento di Dachau e ne restò affascinata. Dopo la macabra visita scrisse nel suo diario: «È stato bello. (…) Un’impresa grande». E ancora nel diario che sua madre Margarete, detta  «Marga», teneva sulla crescita della figlia, si legge che nel 1935, all’età di sei anni «Puppi», come la chiamava il padre, si preoccupò del destino del Führer e chiese: «Deve morire anche lo zio Hitler?», ma la mamma la rassicurò dicendole che lui sarebbe vissuto almeno cento anni e Gudrun le rispose: «No, mamma, almeno 200, io lo so».

Himmler, il Reichsführer, anima nera del nazismo, fu catturato dalle forze inglesi il 20 maggio 1945, dopo che aveva tentato di fuggire sotto falso nome. Tre giorni dopo, si uccise con una capsula di cianuro.  Gudrun e sua madre erano riuscite a fuggire in Italia, in Alto Adige, dove furono arrestate nei pressi di Bolzano dalle forze americane, nel marzo 1945, e inviate in un centro di detenzione. Lì, la giovane Gudrun apprese del suicidio del padre, ma non volle mai credere alla versione del cianuro e puntò il dito contro gli inglesi, ritenendoli responsabili del suo assassinio.

 

Quando Gudrun testimoniò al processo di Norimberga nel 1946 alla domanda se il padre le avesse mai parlato della guerra, risponde: «Con mio padre non parlavo mai di guerra e cose del genere». Nonostante il suo cognome fosse per lei una macchia indelebile , fu indomita nella sua militanza nazionalsocialista. E non rinnegò mai il suo cognome sino alla fine.

 

 

 

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