Il memorandum di intesa che, salvo sorprese, Stati Uniti e Iran si apprestano a siglare domani, è stato annunciato a Israele tramite una telefonata di Donald Trump a Benjamin Netanyahu, assicurandogli che, per Israele, esso rappresenta un’ottima cosa. Dalle indiscrezioni pervenute, il premier israeliano si sarebbe limitato ad ascoltare senza sollevare obiezioni, sapendo che ormai i giochi erano fatti.
La prima osservazione da fare è che Israele è stato tenuto fuori dai round negoziali. Le squadre di negoziatori hanno proceduto senza che fosse presente alcun funzionario o diplomatico israeliano e mettendo al corrente lo Stato ebraico solo quando si è ritenuto che ciò che doveva essere discusso era giunto a un punto di reciproca soddisfazione. In altre parole, Israele non solo non ha avuto voce in capitolo, ma è stato informato a cose fatte.
L’operazione militare israelo-americana contro l’Iran iniziata il 28 febbraio e che in base ai desiderata americani e israeliani avrebbe dovuto mettere il regime di Teheran in ginocchio e addirittura creare le condizioni per un suo rovesciamento, non solo non ha prodotto nessuno di questi due risultati ma ha obbligato gli Stati Uniti a sedersi al tavolo con l’Iran e a negoziare una via di uscita.
Oggi, sulla base di quanto trapelato finora, il Memorandum di intesa prevede la libertà di navigazione sullo Stretto di Hormuz, il principale obiettivo che Trump voleva ottenere e…molte promesse. Il presidente americano ha infatto dichiarato che la questione dell’uranio arricchito ancora in Iran e quella del programma nucleare iraniano verranno affrontate “nei tempi appropriati”, ovvero dopo sessanta giorni. Anche a Gaza, il disarmo di Hamas sarebbe stato affrontato, post-accordo, dopo la cessazione delle ostilità, “nei tempi appropriati”. Si è visto.
Israele si trova dunque con un accordo che non risolve la sua principale preoccupazione, la minaccia costante dell’Iran e, nello specifico, la cessazione del suo programma nucleare.
C’è anche la questione dei missili balistici, la cui gittata, come si è potuto constatare quando uno di essi ha colpito l’isola Diego Garcia nell’Oceano Indiano ha evidenziato una capacità di gittata missilistica molto più ampia del previsto, appalesando che la reale portata dell’arsenale balistico di Teheran non è quella dichiarata. Si tratta di un tema che non è stato posto come prioritario da parte americana ma che per Israele è decisivo.
C’è poi la questione dei proxies finanziati dal regime e che il Memorandum di intesa non ha tematizzato come questione urgente delegando anch’essa al futuro, e quindi lasciando intatto il legame di supporto tra Iran e Hezbollah, il suo principale delegato in Medioriente.
Ci sono molti elementi, dunque, allo stato attuale, che lasciano Israele a bocca asciutta e legittimamente preoccupato. Le urgenze dello Stato ebraico sono infatti subordinate ad altre e delegate a un futuro incerto.