Il Qatar è riuscito a costruire un’immagine di attore indispensabile sulla scena internazionale, capace di passare con disinvoltura dai salotti diplomatici alle trattative segrete con gruppi armati. Ma dietro questa patina di neutralità si nasconderebbe una strategia accurata che mescola diplomazia, denaro e sostegno al terrorismo. A sostenerlo è Oded Ailam, ex capo della divisione antiterrorismo del Mossad e oggi ricercatore al Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs (JCFA). «Il Qatar ha sviluppato una formula unica, quasi come una start-up globale, paragonabile a Charlie Chaplin che manda un ragazzo a rompere le finestre e poi torna a ripararle», ha dichiarato Ailam ad Arutz Sheva – Israel National News. «Hanno costruito un modello che permette a Doha di essere un attore dominante sulla scena mondiale. Oggi il Qatar è un impero diplomatico, economico e mediatico, costruito deliberatamente per conquistare un ruolo centrale a livello internazionale». Secondo Ailam, la formula ha funzionato: Doha si è proposta come mediatrice tra gli Stati Uniti e i talebani, in Siria con Jabhat al-Nusra, in Nigeria e in altri scenari instabili. «Il mediatore guadagna sempre prestigio, visibilità e potere», osserva. «Non è un caso che il Qatar abbia ospitato la Coppa del Mondo e punti ora a portare a Doha le Olimpiadi del 2036. Si presentano come costruttori di pace globali, ma il rovescio della medaglia è il loro sostegno a movimenti jihadisti».
L’ombra di Hamas e il ruolo dei media
Uno degli esempi più evidenti riguarda Hamas. Dopo l’espulsione dalla Siria nel 2012, la leadership dell’organizzazione palestinese si è trasferita a Doha, dove risiede in condizioni di lusso. Da allora, il Qatar avrebbe trasferito circa 1,8 miliardi di dollari al gruppo, soldi che – secondo Ailam – hanno contribuito a rafforzarne l’apparato militare. «Il Qatar è il patrono dei programmi di Hamas, con Al Jazeera come suo portavoce», accusa. L’emittente qatariota non sarebbe solo un megafono politico: «I video degli ostaggi diffusi da Hamas sono stati realizzati da troupe di Al Jazeera», denuncia l’ex funzionario. E ricorda che poche ore dopo il massacro del 7 ottobre, il ministro degli Esteri di Doha accusò Israele senza mai chiamare Hamas alle proprie responsabilità.
Per Ailam, la diplomazia israeliana è stata a lungo «abbagliata dall’offensiva di charme del Qatar», ma la realtà sarebbe diversa. «I veri negoziatori più duri non sono a Gaza, ma a Doha: induriscono le posizioni invece di favorire compromessi. È lecito sospettare che sia il Qatar stesso a spingere verso l’intransigenza».
L’ambiguità di Doha tra Washington e Teheran
Il potere del Qatar si fonda anche su un equilibrio geopolitico attentamente calibrato. Da un lato, ospita la base militare americana di al-Udeid, la più grande del Medio Oriente, considerata un pilastro della presenza statunitense nella regione. Dall’altro, mantiene rapporti stretti con Teheran, con la quale condivide il gigantesco giacimento di gas di North Dome/South Pars. «Doha ha capito come muoversi in equilibrio tra gli opposti», spiegano analisti regionali: agli occhi di Washington appare un alleato indispensabile, ma agli occhi dei movimenti islamisti resta un patrono affidabile. Questo doppio registro consente al Qatar di rafforzare il proprio peso sia in Occidente sia nel mondo arabo, mantenendo margini di manovra che altri Paesi del Golfo non possiedono.
Influenza economica e scandali politici
Secondo Ailam, la strategia qatariota non si limita alla diplomazia. «Stanno comprando l’Europa», denuncia. «Acquistano immobili, aziende, squadre di calcio: si dice possiedano un terzo dei grattacieli di Londra, una quota dell’Empire State Building a New York, oltre a compagnie aeree considerate tra le migliori al mondo».
Il soft power sportivo e finanziario si intreccia però con dinamiche meno trasparenti. «Hanno sviluppato un ramo molto ‘interessante’ di acquisti di politici, usando qualsiasi mezzo, comprese le criptovalute», sostiene Ailam. Alcuni casi sarebbero già emersi in Francia e negli Stati Uniti, mentre in Europa il cosiddetto Qatargate ha scoperchiato i canali di influenza all’interno del Parlamento europeo. «Quella vicenda – aggiunge – è solo la punta dell’iceberg. Un intero sistema è in funzione da anni, capace di incidere direttamente sul processo decisionale dell’Unione Europea. Non è difficile capire perché al Qatar, una dittatura priva di diritti umani, sia stata comunque assegnata la Coppa del Mondo». Ailam descrive l’ideologia della famiglia al-Thani come radicale, anche se lontana dal jihadismo tradizionale. «Non vogliono conquistare il mondo sotto un califfato qatariota: conoscono i propri limiti, essendo uno Stato con 200.000 cittadini. Ma puntano al dominio e usano il jihad come strumento per promuovere questa ambizione».
L’Europa e il dilemma Doha
Il quadro tracciato da Ailam apre interrogativi anche per l’Europa. Bruxelles, che continua a intrattenere rapporti economici e politici stretti con il Qatar, si trova oggi in una posizione ambigua: da un lato condanna Hamas come organizzazione terroristica, dall’altro continua a considerare Doha un partner energetico e un interlocutore privilegiato. La vicenda Qatargate ha già mostrato quanto profonda possa essere la penetrazione dell’influenza qatariota nelle istituzioni europee. Alcuni Stati membri hanno chiesto maggiore cautela, mentre altri – attratti dagli investimenti miliardari di Doha – chiudono un occhio. «È proprio questa la forza del Qatar», avverte Ailam. «Mostrarsi come un mediatore indispensabile e allo stesso tempo esercitare una pressione silenziosa sui centri decisionali dell’Occidente». Per l’Unione Europea, dunque, il dilemma resta aperto: continuare a trattare il Qatar come un partner affidabile o riconoscerne il ruolo ambiguo, tra diplomazia e finanziamento del terrorismo.