C’è stato un tempo in cui lo studio della storia esigeva il rispetto dei fatti, il rigore documentale e una quasi asettica distanza dalle passioni della cronaca. Un tempo in cui parole come «genocidio» e «sterminio» venivano maneggiate con la stessa attenzione che si riserva ai materiali radioattivi. Di quel tempo, nella parabola intellettuale di Omer Bartov, non è rimasta che una sbiadita traccia. Lo storico che un tempo ricostruiva minuziosamente il ruolo avuto dalla Wehrmacht nei crimini di guerra compiuti sul fronte orientale, sembra oggi aver smarrito la bussola della sua stessa disciplina, pressato da quel fardello ideologico che affligge una parte dell’intellighenzia occidentale: l’urgenza spasmodica di compiacere il «consenso» progressista dei circoli culturali occidentali.
Il culmine di questa deriva è noto. Nel luglio scorso, dalle colonne del New York Times, quotidiano liberal per eccellenza, Bartov ha pronunciato la sua sentenza definitiva, unendosi ai membri del tribunale mediatico globale nel bollare come «genocidio» l’operazione militare israeliana a Gaza. Una capitolazione concettuale che non è solo un’implicita ammissione di fanatismo politico, ma un vero e proprio suicidio metodologico.
Questa parabola non è certo un fulmine a ciel sereno, ma il coerente approdo di quello che Raymond Aron avrebbe definito «l’oppio degli intellettuali». Per anni, Bartov ha difeso la specificità della Shoah contro le tesi più estreme del postcolonialismo, prima di compiere una vistosa (e vergognosa) metamorfosi. Nelle sue ultime analisi, il rigore dell’archivio è stato sostituito dalla lente deformante della «storia dal basso», trasformata in un pretesto per legittimare il soggettivismo politico. L’errore intellettuale più imperdonabile di Bartov risiede nell’inversione della colpa storica. Intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel nel gennaio del 2025, lo storico ha ripetuto uno dei più scontati e abusati argomenti della retorica anti-israeliana, ossia che la memoria della Shoah sarebbe stata «sfruttata» in Israele come una sorta di esenzione dai comuni vincoli morali. In realtà, come ha notato ben più intelligentemente Alain Finkielkraut, la memoria dello sterminio degli ebrei ha pesato su Israele come un’ingiunzione perpetua a rispettare standard di moralità mai richiesti a nessun’altra nazione.
Bartov fonda il suo ragionamento su una falsa analogia, non solo storicamente falsa, ma moralmente indegna per chi ha dedicato la vita allo studio del Terzo Reich. Equiparare la guerra di sopravvivenza di una democrazia aggredita da un’organizzazione jihadista all’annientamento pianificato e industriale di sei milioni di ebrei non è analisi critica, ma pura e semplice stupidità, per quanto ideologicamente rivestita e linguisticamente fiorita.
Dal punto di vista strettamente analitico, la tesi del genocidio sostenuta da Bartov pecca di un intenzionalismo esasperato e di una totale disattenzione verso la realtà della guerra asimmetrica. Lo storico ha isolato i richiami biblici ad Amalek pronunciati da Benjamin Netanyahu, elevandoli a prova giuridica di un intento sterminatore, quando qualunque studioso di cultura ebraica sa che quel riferimento indica, nella tradizione retorica e politica, il male metafisico ed esistenziale, nel caso specifico il terrorismo sadico di Hamas, colpendo l’ideologia e non un popolo — anche se sulle qualità morali dei «palestinesi» vi sarebbe molto da dire, e niente di positivo. Ma Bartov preferisce applicare il letteralismo, utile a nutrire gli inquisitori dell’Aia. Nel denunciare l’azione dell’IDF, egli ignora deliberatamente la dottrina militare israeliana e la natura del campo di battaglia. Gaza non è un teatro bellico convenzionale, bensì una gigantesca infrastruttura terroristica, in larga parte sotterranea, integrata nel tessuto civile. Considerare le tragiche e inevitabili vittime civili di una guerra urbana come la prova di un piano di sterminio significa ignorare i costanti sforzi di evacuazione della popolazione operati dall’IDF e le procedure umanitarie che nessun altro esercito ha mai applicato in contesti simili (una moralità che deriva proprio dalla memoria della Shoah).
La reazione del mondo scientifico non si è fatta attendere e le dimissioni di Bartov dal comitato editoriale di Yad Vashem Studies non sono il martirio di un libero pensatore, ma l’inevitabile conseguenza di una rottura profonda con i suoi stessi colleghi, che hanno rifiutato di piegare l’istituzione della memoria ai diktat dell’attivismo militante. Mentre lo Yad Vashem mantiene fermo il confine tra la ricerca storica e la propaganda, Bartov ha scelto di accomodarsi nel salotto buono del progressismo globale. Il dramma di questo risveglio tardivo, su cui hanno ironizzato ampiamente persino i suoi critici di sinistra, che gli rimproverano una vita passata a difendere il sionismo liberale prima di cedere, sta nella sua totale inattualità.
Qui da noi, in Italia, sappiamo già a chi piaceranno i malsani parallelismi di questo storico diventato ideologo: Anna Foa, Gariwo, Francesca Albanese, Alessandro Di Battista… ossia alla «brava gente che odia Israele».
Bartov ha voluto salvare la propria coscienza di intellettuale liberal sacrificando la verità storica sull’altare del politicamente corretto. Nel tentativo di ammonire Israele, ha finito per offrire sponde teoriche a chi quell’Israele lo vuole distruggere, e la storia, quella vera, difficilmente gli perdonerà questo tradimento dei fatti.