“Uccidere con la parola”. Così si dice, nel tipico linguaggio biblico, dell’odio dichiarato che prepara il massacro fisico.
Ancora e ancora, sempre, la guerra comunicativa dominante attacca le democrazie che si difendono e difende le tirannie che aggrediscono, occupano, massacrano, espandono piani genocidi. La guerra ibrida antidemocratica ha il suo compito facilitato, spianato dalla corruzione-dissoluzione interna alle cosiddette democrazie liberali, che raggiunge anche livelli autodistruttivi.
La difesa preventiva israelo-americana, prima della tregua, contro i boia pasdaran-ayatollah viene bollata come aggressione a uno Stato sovrano, guerra illegale, negazione della pace, con la negazione della loro realtà di macellai di vite umane e di esportatori di terrore sanguinario. Ribaltamento perfetto. Invece della necessità e legittimità, del carattere giusto di ogni guerra di difesa contro invasori e poteri assoluti criminali che realizzano la guerra “civile” contro i propri popoli e le orde assassine del terrore, abbiamo piagnistei e cerchi concentrici di complicità, isterie pacifiste al servizio degli ordini totalitari come gli irenisti del 1939 plauditi da Hitler e i “partigiani della pace” degli anni Cinquanta esaltati da Stalin. Oppure, nel migliore dei casi, una palude di paura, viltà, arrendevolezza.
Un filo rosso della filosofia politica, da Platone a Tocqueville, ci ammonisce che esiste un chiaro antagonismo tra demagogia e democrazia, che l’una è la morte dell’altra. Esperienza storica e storiografia ci dicono che i demagoghi sono la via maestra dei tiranni.
Nell’ebraismo esiste l’esempio negativo della demagogia di Qòrach, che organizza una ribellione contro la leadership di Mosè (Torah, Numeri). Un personaggio che rappresenta la figura tipica del demagogo che sfrutta con abilità un malcontento di massa, che crea un’agitazione che ha un’apparenza ragionevole nell’immediato ma si rivela falsa e catastrofica nel suo esito e nel suo scopo. Si presenta come un sostenitore di una democrazia assoluta, avversa alla concentrazione di potere di Mosè e Aronne. Mentre Mosè orienta gli ebrei nel comandamento “Dovete essere santi” e li guida per elevarli nel difficile cammino nel diventare santi, Qòrach proclama la via facile per cui ognuno di loro è già santo, in un populismo informe che li accontenta subito.
Il motivo scatenante della congiura fu un forte risentimento personale contro Mosè. Il demagogo passò alla violenza e cercò di lapidare Mosè. Questa rivolta si rivelò falsa e fallì, ma i motivi demagogici che la ispirarono e organizzarono restarono presenti e permanenti, sempre oggetto di condanna morale nella Torah.
Inoltre, nella migliore scienza politica, due pensatori ebrei ci hanno insegnato che all’interno della stessa democrazia si annida il pericolo estremo di un progressivo svuotamento delle libertà democratiche, fino alla possibilità di una riduzione a un semplice involucro democratico che copre una realtà opposta, quella di una democrazia totalitaria : Hannah Arendt (“On Totalitarianism”) e Jacob Talmon (“Le origini della democrazia totalitaria”).
Non può esistere la volontà e la capacità di combattere i totalitarismi compiuti esterni senza contrastare, in modo permanente, la tendenza all’interno ad una crescente demagogia in una democrazia meramente quantitativa, statistica, “di massa”, che limita e annulla le libertà individuali e tende a diventare appunto una democrazia totalitaria, come scrive Talmon.
Una demagogia aggressiva contro la democrazia ebraica viene fomentata da una sinistra mediatica che urla su un “governo di estrema destra”. È il popolo di Israele e non altri che sceglie con libere elezioni i suoi governi temporanei e sostituibili. Sono governi di coalizione perché la democrazia rappresentativa israeliana vuole che sia rappresentata ogni corrente e minoranza, anche a scapito della necessità di avere governi maggioritari o di unità nazionale per una ragione superiore, che è quella di una autodifesa da un nemico genocida.
In tale quadro, va osservato che il Likud è, aldilà dei suoi errori e difetti, un pilastro della democrazia israeliana, erede del sionismo di Jabotinsky, del governo di Menachem Begin che realizzò il massimo della pace possibile con l’Egitto di Sadat, che ha liberalizzato e de-burocratizzato l’economia e la società israeliana, contribuendo al suo eccezionale dinamismo creativo e produttivo, tanto forte da reggere anche nelle condizioni durissime di un assedio aggressivo, invasivo, mortale di una guerra imposta su più fronti.
Non dimentichiamo che i passati governi israeliani di sinistra non erano meno demonizzati dai due totalitarismi gemelli : l’imperialismo sovietico e il terrorismo palestinese, entrambi negazionisti totali dell’esistenza stessa dello Stato ebraico. Così fu per Ben Gurion, Golda Meir, Moshe Dayan e lo stesso Rabin, prima che venisse trasformato in un santino dopo essere stato assassinato.
Si aggiunge ora la controversia sull’approvazione a maggioranza nella Knesset di una legge sulla pena di morte per terroristi accertati, autori di omicidi e stragi efferate. Legge criticata oppure giudicata “vergognosa”, “schifosa”, “infamante”.
Mi pare una legge sbagliata e inefficace. Sbagliata perché mi sembra contrastare i criteri del diritto ebraico, inefficace perché i terroristi genocidi sono integralmente posseduti da un’ideologia fanatica di morte, da una ossessione “religiosa” di entusiasmo per l’eccidio che si fa beffe di ogni forma di legalità. Il ministro proponente Ben Gvir ha tenuto un comportamento plateale indegno di un ministro dello Stato ebraico, costui riduce e deforma in modo caricaturale la nobiltà e la grandezza del sionismo.
Altrettanto errato è trasformare una critica la egittima alla legge in questione in una demonizzazione illimitata che, di fatto, viene ad allinearsi alla guerra psicologica antiebraica con la sua intifada globale.
Con il 7 ottobre 2023 esplose una naturale ondata di indignazione, ed ebrei, Amici di Israele e democratici giurarono a se steessi che era necessario e giusto trovare degli antidoti adeguati: che non bastava un’operazione di polizia ma occorreva una vera e coraggiosa guerra di difesa; che gli attori genocidi erano più selvaggi, più ostentati ed entusiasti delle SS della Shoah e che dunque dovessero essere giustiziati. Si comprese allora che tante illusioni e concessioni da parte dell’intero establishment israeliano avevano incoraggiato e favorito i mostri dell’eccidio.
Poi, alcuni si sono persi per strada: una parte degli ebrei della diaspora e degli amici di Israele non ha retto di fronte al ferocissimo, pervasivo, criminale oceano antisemita-antisionista di demonizzazione totalizzante, fonte di tante aggressioni verbali e fisiche. Alcuni hanno ceduto, e adottato comportamenti simili a quelli che Rav Riccardo Di Segni ha imputato a Gad Lerner. Cioè fare la parte degli “ebrei buoni” che per essere considerati tali devono delegittimare le ragioni ebraiche e fiancheggiare il coro degli odiatori. Ascoltiamo molte voci critiche di ebrei israeliani ad alcuni ebrei della diaspora e amici di Israele di seguire schemi politico-mediatici di ristretto eurocentrismo, e di non comprendere la terribile realtà mediorientale e neppure le specificità politiche, culturali, religiose degli ebrei di Israele.
I valori ebraici della Torah, Talmud, Halakah, Aggaddah non possono essere invocati a senso unico a sostegno di una singola tesi politico-giuridica. In ogni caso devono includere la condanna degli Haman, Amalek, Faraone, Tito, Hitler, Stalin, Khomeini, con la consapevolezza che gli Amalek di oggi sono peggiori di quelli.
Se ci riflettiamo, è una vera tragedia che il primato ebraico dell’etica, cifra distintiva della civiltà ebraica e dei valori biblici permanenti, sia considerata e usata come una debolezza da parte dei nemici eliminazionisti genocidi.
Assicurare la piena autodifesa della vita indipendente della patria e del popolo ebraico, la punizione degli uccisori efferati disumani, il mantenere la democrazia vitale e la giustizia ebraica senza rischiare di diventare, neppure nelle minoranze estremiste, simili a loro, è un nodo aggrovigliato di difficile e non immediata soluzione, per la quale occorre sciogliere il nodo e non tagliarlo con l’accetta.
Per cominciare, evitare gli estremismi: quello di estrema sinistra con i suoi cedimenti a rischio di capitolazione, quello di estrema destra che snatura il patriottismo sionista in un nazionalismo che contrasta con la particolarità della nazione ebraica e tende ad assimilarsi ai nazionalismi goyim. Sostenitori e oppositori della legge in questione dovrebbero ricercare e trovare quella legittimazione reciproca che è fondamento e linfa di una democrazia vivente. Una soluzione giusta ed efficace capace di garantire un’estrema autodifesa di fronte a un estremo eliminazionismo genocida, anche sul piano di una valida innovazione legislativa. Perché di questo si tratta, della distruzione totale dello Stato di Israele e del genocidio del suo popolo, a un livello più infernale ed efferato di quello del nazionalsocialismo hitleriano. Molti se ne rendono conto, altri no, oppure lo sottovalutano o dimenticano.
Accanto alla pianificazione genocida, estrema e dichiarata, dell’Iran e dei suoi terroristi, dell’Isis eccetera, esistono incomprensioni e limitazioni verso la realtà politica ebraica. Accanto ai distruttori fisici ci sono quelli che pretendono per Israele una sovranità limitata, concessa, subordinata. Che è poi un antisemitismo sottile, che sia consapevole o inconsapevole. Cioè io riconosco Israele solo se segue il mio canone democratico, dunque Israele non ha e non deve avere pienezza di legittimità, legalità, sovranità. Lo fanno falsi amici oppure amici intenzionali, strumentali, che cadono in una forma pericolosa di incomprensione. A parte il fatto che questo canone democratico che vogliono imporre spesso si rivela tutt’altro che canonico, ma piuttosto corrisponde a forme degenerate di democrazia debole, indifesa, giudiziaria-giustizialista, “di massa”, oppure con quella tendenza totalitaria di cui abbiamo scritto in precedenza.
Nessuno fa pressione sui nemici genocidi di Israele, anzi si fa aperta pressione su e contro Israele affinché subordini la propria autodifesa in una situazione estrema e radicalizzata alle loro politiche miopi, anguste, comunque estranee. L’autodifesa necessaria e giusta viene sempre etichettata con arrogante presunzione come “sproporzionata”, senza comprendere e neppure voler comprendere le reali proporzioni del conflitto in atto.
Non siamo certo sorpresi di questa realtà, conosciamo bene la plurimillenaria stratificazione antisemita, ora carsica ora eruttiva. Gli ebrei sono una minoranza che vuole restare minoranza, e proprio per questo sono il facile bersaglio di tutte le demagogie antidemocratiche, del socialismo degli imbecilli, degli stati delle organizzazioni assassine. Una minoranza permanente, che esclude per necessità e volontà di diventare maggioranza, è per sua natura un attore del pluralismo del mondo. Un mondo che invece risponde con una posizione totalitaria verso il pluralismo minoritario ebraico, dal massimo del genocidio al minimo della discriminazione, limitazione, incomprensione.
In queste ore buie, il mondo nella mani di politici dilettanti, mediocri, calcolanti furbeschi, provinciali, pecorelle smarrite, non riesce o non vuole comprendere che il terribile combinato atomica-strutture terroriste per cancellare Israele dalla faccia della terra è un incubo mortale per tutta la regione e per il mondo intero. Stanno arrivando a comprenderlo popoli e capi arabi, non ci arrivano i pavidi politici e opinioni pubbliche in Occidente.