Israele e Medio Oriente

Qatar e Iran, possibili cause civili

La decisione di un tribunale federale di New York di autorizzare la causa civile contro l’Arabia Saudita per il presunto sostegno offerto ai dirottatori dell’11 settembre ha segnato un punto di svolta destinato a fare scuola.

Per oltre vent’anni, le famiglie delle vittime hanno cercato giustizia nei confronti di un Paese formalmente alleato degli Stati Uniti, incontrando ostacoli politici e legali. Ora, il giudice George Daniels ha stabilito che esistono «prove ragionevoli» circa il coinvolgimento di Riad e di due suoi cittadini, Omar al-Bayoumi e Fahad al-Thumairy, nell’assistenza a coloro che avrebbero compiuto la strage delle Torri Gemelle.

Il magistrato ha rigettato le giustificazioni saudite, definite «contraddittorie e non abbastanza convincenti», giudicando infondate le versioni secondo cui gli incontri di Bayoumi con i dirottatori fossero semplici coincidenze. Ancora più significativa la contestazione di un disegno raffigurante un aereo in possesso dello stesso Bayoumi: Riad sosteneva non avesse alcuna attinenza con gli attentati, ma per Daniels si tratta di una spiegazione che «non regge all’esame» e rientra nelle «smentite egoistiche» avanzate dall’interessato.

Questa svolta giudiziaria apre scenari che vanno oltre la memoria del 2001. Il caso dimostra infatti che anche governi considerati partner strategici possono finire alla sbarra quando emergono sospetti di complicità con il terrorismo. È un precedente che in Medio Oriente viene osservato con particolare attenzione, soprattutto a Gerusalemme, dove il governo israeliano ragiona da mesi su come affrontare i finanziatori di Hamas.

Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, Israele ha avviato una campagna militare senza precedenti contro la Striscia di Gaza, con l’obiettivo dichiarato di annientare l’organizzazione responsabile del massacro. Col tempo, tuttavia, l’analisi dei servizi di intelligence ha spostato il baricentro del problema: Hamas non è soltanto un apparato militare radicato nei tunnel e nei quartieri di Gaza, ma una rete sostenuta dall’esterno. Neutralizzare i comandanti e distruggere i depositi di armi potrebbe non bastare se i flussi di denaro e supporto continuano a scorrere.

In questo quadro, due Paesi emergono come principali sponsor: l’Iran e il Qatar. Teheran è da sempre indicata come l’architetto del sostegno alle milizie anti-israeliane nella regione, da Hezbollah in Libano agli Houthi in Yemen, passando per Hamas e la Jihad islamica a Gaza. Nonostante le smentite ufficiali, le prove raccolte da agenzie occidentali indicano trasferimenti di armi, know-how tecnologico e fondi destinati al rafforzamento dell’ala militare dell’organizzazione.Il Qatar, invece, ha giocato una partita più sottile. Per anni ha ospitato la leadership politica di Hamas a Doha, presentandosi come mediatore indispensabile nelle crisi con Israele, ma al tempo stesso ha riversato miliardi nella Striscia. Fondi che, ufficialmente, erano destinati a stipendi dei dipendenti pubblici e progetti umanitari, ma che secondo Israele avrebbero alimentato anche la macchina militare del movimento.

Da mesi, nei corridoi della sicurezza israeliana circola una frase che riassume la nuova strategia: «Tagliare le radici». Significa non limitarsi a combattere Hamas sul campo, ma spezzare le connessioni economiche e politiche che lo tengono in vita. Non a caso, dopo i bombardamenti su Gaza, l’Idf ha esteso le operazioni allo Yemen, colpendo postazioni degli Houthi, gruppo filo-iraniano responsabile di attacchi contro le rotte commerciali nel Mar Rosso. Ora il passo successivo potrebbe essere più audace: prendere di mira, direttamente o indirettamente, gli sponsor di Hamas. Israele non ha ancora annunciato una strategia ufficiale, ma esponenti di governo e fonti vicine all’establishment militare lasciano intendere che il messaggio è chiaro. Se l’Arabia Saudita può finire davanti a un tribunale americano vent’anni dopo l’11 settembre, anche Qatar e Iran dovranno prima o poi rendere conto del loro sostegno a chi ha organizzato la strage del 7 ottobre.

Gli scenari possibili sono molteplici. Uno riguarda la via diplomatica: pressione sugli Stati Uniti e sugli alleati europei perché impongano nuove sanzioni a Doha e a Teheran, come già avvenuto in passato contro altri sponsor del terrorismo. Un’altra ipotesi, più drastica, contempla azioni coperte o attacchi mirati contro strutture riconducibili a finanziamenti di Hamas. Una mossa che rischierebbe di far precipitare gli equilibri già fragili del Golfo, aprendo a uno scontro diretto con l’Iran e incrinando i rapporti con il Qatar, dove hanno sede importanti basi americane.Per Israele, la questione non è più soltanto militare, ma politica e morale. «Il 7 ottobre è stato possibile solo grazie a una rete esterna di appoggi», ripetono da mesi i vertici della sicurezza. In altre parole: fermare Hamas dentro Gaza non è sufficiente, se non si interrompe la linfa che arriva dall’esterno.

Il precedente della causa civile americana contro l’Arabia Saudita, in questo senso, suona come un avvertimento. Dimostra che nessun governo può nascondersi dietro l’immunità diplomatica se emergono indizi concreti di complicità con il terrorismo. E offre a Israele un argomento in più per sostenere che colpire Qatar e Iran non è solo un’opzione militare, ma una necessità strategica. Come accadde all’indomani dell’11 settembre, quando Washington ridisegnò la mappa delle alleanze globali, anche oggi la linea di confine tra alleati e sponsor rischia di diventare il terreno su cui si consumerà la prossima fase del conflitto mediorientale. La domanda non è più se Hamas verrà sconfitto militarmente, ma quanto lontano Israele sarà disposto a spingersi per distruggere i suoi finanziatori.

 

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