A settembre, all’Assemblea Generale dell’ONU, potremmo assistere a uno spettacolo indegno: Paesi occidentali pronti a riconoscere lo Stato palestinese proprio mentre Hamas, responsabile dell’eccidio del 7 ottobre, mantiene ostaggi, continua a lanciare razzi e governa con il terrore la Striscia di Gaza. Sarebbe un tradimento della logica, della giustizia e della sicurezza internazionale.
Non ci sono giri di parole: riconoscere oggi la Palestina è un regalo su un piatto d’argento a un’organizzazione terroristica. Hamas potrà presentarsi davanti al mondo proclamando: «Abbiamo resistito con le armi e ci hanno premiati». Sarebbe il più potente spot di propaganda jihadista degli ultimi decenni, un incoraggiamento esplicito a chiunque, ovunque, voglia conquistare potere con il terrore.
La tempistica è da manuale dell’errore politico. Mentre le famiglie israeliane aspettano notizie dei loro cari rapiti, mentre i tunnel di Hamas restano intatti e i suoi leader brindano e gozzovigliano da Doha e Istanbul, il riconoscimento internazionale cancellerebbe in un colpo solo ogni pressione diplomatica. Il messaggio ai moderati palestinesi sarebbe devastante: non serve negoziare, basta sparare.
Non è solo una questione di principio, è una questione di sopravvivenza strategica. Il riconoscimento è sempre stato il punto di arrivo di un processo di pace, non il punto di partenza. Anticiparlo significa rinunciare a qualsiasi leva negoziale. Israele perderebbe uno degli ultimi strumenti per ottenere garanzie concrete di sicurezza; l’Autorità Nazionale Palestinese, già debole e screditata, verrebbe definitivamente umiliata; e Hamas, anziché essere isolata, verrebbe catapultata sul palcoscenico internazionale come “difensore” della causa palestinese.
I sostenitori del riconoscimento a oltranza fingono di ignorare che uno “Stato palestinese” creato oggi sarebbe una costruzione fittizia: senza confini certi, con due governi in conflitto (Ramallah e Gaza), e con un territorio in parte controllato da un gruppo che rifiuta apertamente l’esistenza di Israele e la pace. È come proclamare uno Stato di diritto consegnandolo in mano a un clan armato.
Sul piano geopolitico, le conseguenze sarebbero esplosive. L’Iran, sponsor di Hamas, lo celebrerebbe come un trionfo strategico. La Turchia di Erdogan lo userebbe per rafforzare la propria influenza nel mondo arabo. I Paesi arabi moderati, impegnati a normalizzare i rapporti con Israele, si troverebbero in difficoltà, consapevoli che una Palestina sotto controllo di Hamas significherebbe instabilità cronica e minaccia ai loro stessi regimi. E poi c’è la data di settembre. Hamas la attende come il giorno della consacrazione. Immaginate le immagini che circolerebbero: folle in festa a Gaza, bandiere verdi e nere, leader del movimento che parlano di “vittoria su Israele e sull’Occidente”. Sarebbe una vittoria non ottenuta ai tavoli diplomatici, ma strappata con il sangue degli innocenti. Chi sostiene questa mossa si riempie la bocca di parole come “giustizia” e “pace”, ma sta in realtà spalancando la porta a un futuro di guerra perpetua. Non ci sarà pace finché Hamas non sarà disarmato, finché non saranno liberati tutti gli ostaggi, finché i palestinesi non avranno una leadership capace di costruire, non di distruggere.
Riconoscere oggi lo Stato palestinese non è un atto di coraggio, è un atto di resa. È il tradimento della sicurezza di Israele, la condanna dei palestinesi moderati e il più grande successo politico della storia di Hamas. A settembre, il mondo dovrà scegliere se stare dalla parte della pace vera o regalare al terrorismo il trionfo che aspetta da anni.