Editoriali

Ridefinire la realtà: Un nuovo paradigma

Dal nostro inviato in Israele, Niram Ferretti

E’ arrivata l’ora di rimuovere i vecchi fondali, l’allestimento di scena che dura da 23 anni senza sosta. Sono 63 anni che, nel West End di Londra, continua Trappola per Topi di Agatha Christie, e non ha ancora stancato, ma altro è il caso degli Accordi di Oslo. Diversamente dalla perfetta macchina narrativa costruita dalla celebre scrittrice inglese, qui di perfetto non c’è mai stato nulla. Si è trattato fin da subito di un canovaccio abborracciato e anch’esso con le sue trappole, assai più letali di quella ideata da Dame Agatha per la sua fiction poliziesca.

Occorre, per menti smemorate o per chi è a digiuno, ricordare alcune cose. Oslo nasce già come aborto concettuale. Pensare che sarebbe stato possibile trasformare il lord of terror Yasser Arafat, all’epoca ridotto poco più di un paria dopo essere stato cacciato insieme alla sua organizzazione criminale, l’OLP, da Egitto, Libano, Giordania, Siria e Kuwait, in nation builder, fu già di per sé una spem contra spem sfociante nel grottesco. Sarebbe stato forse più facile convertire Raffale Cutolo o Toto Riina alle opere pie, e se non più facile, altrettanto implausibile. Ma così fu, e il terzetto della pace composto da Shimon Peres, Isaac Rabin e Yossi Belin confezionò il pacco per una opinione pubblica, all’epoca, in buona parte assai riluttante.

I risultati non tardarono a mostrarsi, come avevano previsto i realisti hobbesiani, tra cui Martin Sherman. Nei due anni e mezzo dalla firma degli accordi di Oslo del 1993, alla caduta del governo laburista nel 1996, vennero uccisi a causa di attacchi terroristici 210 israeliani, tre volte di più che nei precedenti ventisei anni. La guerra voluta da Arafat e introdotta in Israele come un cavallo di Troia dal terzetto per la pace il quale credeva di trasformare i lupi in docili agnelli, costò allo Stato ebraico 1,028 vite israeliane a seguito di 5,760 attacchi. Di queste vittime, 450 (il 43,8 %) morirono a causa di attacchi suicidi, una tecnica praticamente ignota prima degli accordi di Oslo. Questo il computo fino alla morte di Arafat nel 2004. Nel totale, dalla firma degli accordi alla fine delle seconda intifada, l’8 febbraio del 2005, le vittime israeliane sono state 1600 e i feriti 9,000.

Questo il prezzo esorbitante di chi si ostinò contro la realtà a volere trasformare non le pietre in pane ma un terrorista senza scampo e cleptocrate bulimico in uno statista. Da allora fino ad oggi, perseverante è stata questa fiction, che regalò all’Autorità Palestinese l’Area A e B della Cisgiordania e parte della Striscia di Gaza, da cui l’Autorità Palestinese venne spodestata da Hamas nel 2007.

L’idea che sulle colline della Cisgiordania, soprattutto lì, nel cuore di Israele, debba sorgere uno stato palestinese con vista panoramica su Tel Aviv, visibile chiaramente nelle giornate prive di foschia, è una follia alla pari di quella di avere voluto scambiare Yasser Arafat per Nelson Mandela.

Nell’insediamento di Peduel, nell’Area C, Ariel Sharon soleva portare i politici stranieri in visita per mostrare loro, dal punto che venne poi chiamato “la terrazza di Sharon”, la vulnerabilità strategica di Israele al cospetto di uno stato arabo che si fosse insediato lì sulle colline.

In un recente articolo pubblicato sul Jerusalem Post, Gideon Sa’ar, ex ministro dell’Educazione e degli Interni, sottolinea con lucidità come sia necessario rimuovere la fiction dei due stati, la realtà decrepita e agonizzante tenuta in vita tutti questi anni in Israele dalla sinistra con gli Stati Uniti e l’Unione Europea a fare da badanti, per sostituirla con un nuovo paradigma.

“L’unico modo per trovare una soluzione e unire l’autonomia palestinese in Giudea e Samaria al regno di Giordania. Non va dimenticato che i palestinesi della Giudea e della Samaria furono cittadini giordani fino al 1988, quando il re, unilateralmente e illegalmente, li privò della cittadinanza”. L’annessione a Israele dell’Area C, dal 1993 sotto completa sovraintendenza israeliana e il ritorno delle aree palestinesi come da accordi di Oslo, alla Giordania doterebbe il regno hashemita di quella continuità  territoriale che si era preso con la forza e del tutto illegalmente, dal 1948 al 1967, quando Israele vinse la Guerra dei Sei Giorni e catturò i territori che gli erano stati assegnati dal Mandato Britannico per la Palestina del 1923.

Una soluzione di questo tipo, per quanto riguarda una regione così strategicamente importante per Israele, come la Cisgiordania, abbatterebbe di colpo l’idea obsoleta e nefasta di uno stato palestinese autonomo, che nel giro di poco tempo, come è successo con Gaza, diventerebbe una enclave terroristica con conseguenze ben più gravi per la sicurezza di Israele di quelle determinate dalla presenza di Hamas nella Striscia.

Sta oggi all’Amministrazione Trump in virtù del realismo che ha mostrato fino ad ora relativamente al Medioriente e al conflitto arabo-israeliano prendere in considerazione un rinnovato paradigma rispetto a quello artificiale e impraticabile dei due stati e spingere con determinazione in modo che i fatti, la loro inequivocabile concretezza, abbiano la meglio su vecchie fantasie ormai ridotte a larve.

Torna Su