Israele e Medio Oriente

Solo la sicurezza (statuita dalla forza) è garanzia di pace

Nella politica internazionale, come nella fisica, il vuoto non esiste. Dove si ritira una forza, immediatamente ne penetra un’altra. Si tratta di un principio cardine del realismo politico nelle relazioni internazionali, ed è necessario tenerlo a mente quando si valuta, al di là delle convenevoli ipocrisie «democratiche», la situazione che si presenta oggi nella Striscia di Gaza e nella Giudea e Samaria (segnatamente nell’area C). Le recenti dichiarazioni del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz non sono, come vorrebbero i loro detrattori, manifestazioni di un imperialismo irrazionale o di una pulsione vendicativa. Esse rappresentano, piuttosto, il riconoscimento tardivo ma necessario di una verità geopolitica ineludibile, ovvero che la sicurezza dello Stato ebraico non può più essere affidata a compromessi precari né a illusioni osannanti la «convivenza».

Coloro che invocano il ritiro immediato delle Forze di Difesa Israeliane da Gaza rivelano una mancata comprensione dei meccanismi della deterrenza. L’esperienza del 2005, il disimpegno unilaterale, il ritorno ai confini del 1967, la distruzione degli insediamenti di Gush Katif, non fu un passo verso la pace, bensì il preludio all’emirato islamista di Hamas a Gaza e agli orrori del 7 ottobre. Chi ha occhi e gli usa per vedere comprende che il ritiro militare non produce riconciliazione, ma crea un vuoto di potere che viene immediatamente occupato dalle fazioni più estremiste, più armate, più votate al martirio collettivo.

La presenza permanente dell’esercito israeliano a Gaza non è una scelta tra diverse opzioni plausibili; è la sola alternativa al terrorismo jihadista. Come insegnava Carl von Clausewitz nella sua Vom Kriege, la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi; ma quando l’avversario non persegue obiettivi razionali e negoziabili, ma si abbandona a un fanatismo distruttivo, la politica deve necessariamente tradursi in annientamento dell’avversario (e controllo del territorio nel caso specifico).

Veniamo ora a un argomento che suscita un ipocrita inorridimento nelle cancellerie occidentali, ma che ogni politico degno di questo nome dovrebbe affrontare con pragmatica determinazione: la demografia. L’area C, quel 60% della Cisgiordania rimasto sotto controllo israeliano secondo gli accordi di Oslo, vigenti ma superati dalla realtà, rappresenta il cuore strategico di Israele. Qui si gioca il destino dello Stato ebraico come entità demograficamente sostenibile e militarmente difendibile.

I critici parlano di «pulizia etnica» con la stessa leggerezza con cui si ordina un caffè al bar, dimenticando che la storia la si fa sul terreno, con i movimenti di popolazione, non certo coi trattati. Questo intendeva il ministro Katz quando dichiarò, nel maggio dello scorso anno, «riconosceranno uno Stato palestinese sulla carta e noi costruiremo lo Stato ebraico-israeliano sul campo. La carta verrà gettata nel cestino della storia e lo Stato di Israele prospererà e fiorirà». Il «trasferimento di popolazioni» (termine da preferire al più emotivo «espulsione») è da sempre uno strumento legittimo della politica. Dalle deportazioni assire agli scambi di popolazione greco-turchi del 1923, dall’esodo dei pieds-noirs dall’Algeria alle più recenti ricollocazioni nel Caucaso, la storia insegna che la stabilità regionale spesso richiede riallineamenti demografici dolorosi ma necessari.

Non si tratta di odio verso i palestinesi, al contrario, si tratta di riconoscere che due nazionalismi incompatibili non possono pacificamente coesistere nello stesso spazio fisico senza generare uno stato di guerra interminabile. Come ha scritto il filosofo israeliano Yoram Hazony in Le virtù del nazionalismo, la pace duratura richiede l’esistenza di stati-nazione omogenei, capaci di esercitare sovranità effettiva su territori definiti. La presenza di una popolazione ostile, numericamente significativa e armata di rivendicazioni irredentiste, all’interno dei confini di uno stato, costituisce una bomba politico-demografica destinata a scoppiare.

Si deve affermare, con la stessa fermezza che caratterizzava le posizioni di Vladimir Jabotinsky negli anni Venti e Trenta, che la soluzione duratura passa solamente attraverso tre tappe, la prima delle quali è l’annessione de facto dell’area C e di Gaza; la seconda, l’offerta di ricollocazione volontaria, con pacchetti di compensazione economica, per quei palestinesi che desiderino costruire il loro avvenire altrove; la terza, la naturalizzazione controllata di quella minoranza che accetti di vivere in pace sotto sovranità israeliana, alla stregua degli arabi israeliani di Haifa o di Jaffa.

Questa non è fantapolitica, ma realismo puro. Il Medio Oriente non è l’Europa occidentale, dove i confini sono diventati linee amministrative. Qui i confini sono ancora, nel senso weberiano, linee di demarcazione tra poteri sovrani capaci di esercitare il monopolio della violenza legittima. L’alternativa alla sovranità israeliana integrale non è uno stato palestinese democratico e prospero, illusione che solo i diplomatici di professione possono ancora coltivare, ma qualcosa di simile al caos libico o a una tirannia islamista.

È qualcosa che dovrebbero capire anche quegli intellettuali israeliani, o anche gli ebrei «progressisti», che affollano le università da Tel Aviv ad Harvard, che trovano più comodo predicare la resa morale che difendere l’esistenza del loro stesso popolo. Individui che invocano il «dialogo» con entità che nei loro statuti invocano esplicitamente l’eliminazione di tutti gli ebrei. La pace, quella vera, non nasce dalla simmetria dei deboli, ma dalla sicurezza dei forti.

Netanyahu e Katz hanno il merito storico di aver rotto il tabù, di aver detto ad alta voce ciò che molti pensano in segreto ma non osano pronunciare per paura delle sanzioni internazionali o delle condanne morali. Lascino l’esercito a Gaza come presidio di civiltà contro la barbarie. Annettano l’area C come atto di legittima difesa. Offrano alternative di vita, come gesto di umanità che riconosce l’impossibilità della coesistenza forzata, ai palestinesi che non accettano la sovranità israeliana.

Il destino di Israele non si gioca nelle aule del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Si gioca nelle stanze dei comandanti di brigata, nei consigli dei ministri che hanno il coraggio di guardare la realtà senza filtri, nelle decisioni che chiariranno se, nel ventunesimo secolo, ci sarà ancora spazio per gli ebrei.

La storia non perdona chi indugia. E il tempo, come ammoniva Machiavelli, non aspetta.

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