La nave ammiraglia della Global Sumud Flotilla si chiama «Vik» in memoria di Vittorio Arrigoni, l’attivista per i «diritti dei palestinesi» ucciso dai palestinesi. Un paradosso che ci invita riflettere su uno degli enigmi più profondi del nostro tempo: la passione morbosa che lega i figli dell’Occidente liberale agli abomini islamisti e totalitari del Medio Oriente.
I giovani radical mostrano un’indulgenza sconcertante verso l’Islam – la cosiddetta «religione della pace» – e la principale beneficiaria di questa ingiustificata adorazione è la «Palestina», elevata a divinità laica di un Occidente ipersecolarizzato all’affanosa ricerca di «cause assolute». Questa adorazione è il sintomo più evidente della «stupidità politica» che affligge una generazione di «attivisti» plagiati dalle università egemonizzate dalla sinistra radicale e incoraggiati, da mass media e professori compiacenti, a considerare il loro acefalo entusiasmo come universalmente valido.
Il paesaggio mentale delle nuove generazioni è stato «colonizzato» dall’utopia dell’umanità e dal mito della «purezza» di quello che un tempo veniva definito Terzo Mondo. Una visione che interpreta la realtà attraverso un dualismo manicheo: il male assoluto è nel mondo presente dominato dall’Occidente e da Israele; il bene assoluto in quello futuro, riscattato dal «Sud globale». E questo mondo futuro è già prefigurato a Gaza e in Cisgiordania, dove sedicenti «resistenti» combattono per la libertà contro l’oppressione.
Il loro pensiero, il più delle volte, si riduce a quello che Pierre-André Taguieff ha chiamato «etnocentrismo negativo», un odio di sé che si espande fino a diventare un odio del noi, capace di provare empatia solo per vittime ideologicamente selezionate.
Ecco, allora, che schiere di giovani – spesso accompagnati dai loro anziani mentori rinsecchiti – si radunano sotto la bandiera della falsa «causa palestinese» e partono con la kefiah al collo per unirsi ai loro «compagni» immaginari. Così, dalla loro palude ideologica finiscono nella feroce realtà mediorientale, dove i terroristi più «tattici» li attendono impazienti per sfruttarli a fini propagandistici, mentre quelli più brutali e rigoristi per il solo gusto di ammazzarli. Il caso di Arrigoni, in tal senso, è emblematico.
Si consideri anche il caso del ventiquattrenne Angelo Frammartino, accoltellato a morte da un «palestinese» della Jihad Islamica a Gerusalemme Est. L’ONG per cui lavorava, l’ARCI, rilasciò una dichiarazione in cui definiva l’accaduto non un attacco terroristico, ma un «sintomo preoccupante della crisi socioeconomica di Gerusalemme Est». L’idiozia di questa mistificazione fu resa ancora più grottesca dall’atteggiamento dell’omicida, Ashraf Abdel Hanaisha, che secondo le autorità giudiziarie non mostrò alcun segno di pentimento.
Vittorio Arrigoni, Angelo Frammartino, Rachel Corrie (che si gettò volontariamente sotto un bulldozer israeliano per protestare contro la demolizione della casa di un terrorista), il regista Juliano Mer-Khamis, un altro ucciso dagli stessi militanti «palestinesi» che sosteneva, e oggi Greta Thunberg, sono espressioni di quella bêtise che atterriva Gustave Flaubert. Una stupidità tanto più pericolosa perché alimentata e legittimata dall’ideologia.
La generazione della Global Sumud Flotilla, come la precedente, si dimostra del tutto inadeguata di fronte alla complessità della politica globale. Questi giovani «attivisti» danno l’impressione di ospitare un vuoto interiore laddove, invece, dovrebbe esserci un’identità. Sono, di conseguenza, attratti da ogni ideologia e «causa» radicale che possa compensare la suddetta mancanza, e la più facile in cui possano incappare è anche quella più pericolosa, ossia la «causa palestinese».
Convinti che il «matrimonio» ideologico con una cultura esotica (l’Islam), e in particolare con la «Palestina», li libererà dalla loro anomia e dall’odiata civiltà occidentale, gli illusi epigoni della sinistra sono come giovani spose e sposi che si consegnano volontariamente a una relazione violenta, dalla quale non usciranno indenni. Ricordano da vicino la giovane Pippa Bacca, l’artista italiana che, indossando un abito da sposa, partì per un pellegrinaggio «pacifista» in Medio Oriente nel 2008, solo per essere violentata e assassinata in Turchia.
Cos’è la stupidità in politica? Nient’altro che la sostituzione della realtà con un mondo fittizio costruito su illusioni, impulsi, slogan, idee raffazzonate e mal assortite. Il vanitoso «attivista» occidentale filopalestinese è lo stupido per antonomasia del XXI secolo. La sua stupidità, come si diceva, è altamente ideologizzata e muove da una cecità ai fatti causata da convinzioni assolute.
Viene spontaneo chiedersi come mai questa stupidità sussiegosa attragga e affascini così tante persone. La risposta la fornisce Robert Musil: «Se la stupidità non somigliasse tanto al progresso, al talento, alla speranza e al miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido».