Israele e Medio Oriente

Terrorismo, Israele, antisemitismo: intervista alla deputata italo-brasiliana Renata Bueno

Renata Bueno è una deputata del Parlamento italiano. E’ la prima parlamentare italo-brasiliana eletta nella circoscrizione estera “America Meridionale” alle ultime politiche. L’abbiamo intervistata per l’Informale toccando i temi del terrorismo, dell’antisemitismo, di Israele e della violenza sulle donne.

Onorevole Renata Bueno, lei è stata eletta nella circoscrizione estera. Che cosa pensa del problema terrorismo a livello internazionale?

Il terrorismo è un fenomeno complesso, multidimensionale e che non conosce frontiere. Fortunatamente, la mia circoscrizione elettorale, nonostante le sue problematicità, è una “zona di pace”, come la stessa UNASUR si è auto dichiarata nel suo documento fondativo del 2008. Anche la Colombia, che aveva alle spalle un grave caso di terrorismo interno, sta avanzando nel suo percorso di pace, come testimonia anche l’ultima visita di Papa Francesco. In questo senso, l’America Meridionale va presa ad esempio. Il fenomeno del terrorismo, come lo stiamo conoscendo ai giorni nostri, ovvero nel senso della strategia usata dallo Stato Islamico, è particolarmente preoccupante perché, di solito, le vittime sono cittadini innocenti, che non sono legati né alle cause della violenza né alle domande dei gruppi che la praticano. Credo che le uniche soluzioni a lungo termine siano quelle che coinvolgono molti paesi tra loro eterogenei, organismi internazionali e organizzazioni della società civile. E’ altrettanto importante che gli attori politici assumano un chiaro ruolo contro queste minacce che erodono la democrazia, condizionano le libertà più basilari e mettono in pericolo la sicurezza delle persone, un diritto umano fondamentale, consacrato infatti nell’articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Gli attentati colpiscono anche l’Europa e gli Stati Uniti. Qual è la sua ricetta contro il terrore?

Non credo esistano ricette per affrontare problemi così complessi e multi dimensionali. Senza dubbio, la presenza dello Stato è fondamentale, visto che la sicurezza delle persone è una sua responsabilità. In questo senso, le attività d’intelligence e le azioni preventive svolgono un ruolo importantissimo, evitando ogni giorno potenziali attacchi. D’altra parte, non dobbiamo perdere di vista che l’obiettivo del terrorismo è, appunto, seminare il terrore, provocare la paura al punto da modificare i comportamenti abituali dei cittadini, condizionando così le loro libertà individuali più fondamentali. Da questo punto di vista, considero importante che la società resti solida davanti a questo tentativo, dimostrando che la strategia della violenza non sortisce effetto. Un chiaro esempio è la marcia avvenuta in risposta agli attacchi di Barcelona, dove 500.000 cittadini – tra cui il Presidente del Governo, Mariano Rajoy e Filippo VI, sono scesi in strada al grido “No tinc por!” (“Non ho paura”). Infine, una lotta efficace contro il terrorismo richiede un’analisi multidisciplinare, che non si concentri solamente sugli aspetti militari e su quelli della sicurezza. E’ necessario comprendere gli aspetti storici, sociali, politici ed economici di un conflitto, in modo da ottenere una diagnosi completa che renda possibile scegliere con chiarezza gli strumenti migliori da applicare ad ogni situazione.

C’è chi sostiene che il Vecchio Continente dovrà convivere per anni con la paura degli attentati alla stessa stregua di Israele. Che cosa pensa del conflitto israelo palestinese?

Il conflitto israelo-palestinese costituisce una delle dispute più gravi del XX secolo e dell’attualità, coinvolgendo anche la comunità internazionale, che è intervenuta in diverse occasioni per trovare un accordo di pace. Nonostante questo, la violenza sembra non arrestarsi, continuando a generare un alto numero di vittime. Gli elementi religiosi, politici, sociali ed economici, caratterizzanti questo conflitto, rendono particolarmente difficile trovare una soluzione. La difesa dei diritti umani costituisce la linea guida di tutte le mie azioni e posizioni come politica: per questo vedo la necessità di trovare un accordo tra le parti, al cui raggiungimento anche la comunità internazionale ha il dovere di impegnarsi.

Uno dei terroristi di Barcellona aveva pubblicato su Facebook un video antisemita. A suo parere c’è più antisemitismo in Italia o in Brasile?

Sinceramente, è complicato misurare il livello di antisemitismo, anche se sicuramente in Europa, in generale, è evidente un preoccupante riaffiorare di queste tendenze. Che questo avvenga proprio nell’Europa nata come affermazione dei valori dell’integrazione e della convivenza pacifica è ancora più grave. La tolleranza e la convivenza di popoli che si sono guerreggiati per secoli hanno costituito fattori fondamentali per la costruzione di un solido blocco politico-economico a partire da un continente assolutamente eterogeneo, come esemplificato dalle quasi 30 lingue ufficiali ivi parlate. Per questo motivo, considero inaccettabile e una minaccia ai nostri valori come società liberale e democratica l’antisemitismo e qualsiasi altra forma di discriminazione. Il continente americano è stato da sempre un crogiolo di culture in cui gli immigrati europei hanno conosciuto fin da subito il significato di un’integrazione obbligata. All’interno di questo panorama, il Brasile, più che altri, con le sue diverse etnie, culture e religioni è sempre stato l’emblema della convivenza pacifica tra popolazioni: dalle native, a quelle africane e poi europee. In Brasile convivono quindi pacificamente comunità ebree e mussulmane. E’ evidentemente complicato comparare il grado di antisemitismo tra due paesi che hanno avuto un percorso storico e culturale così diverso, ma ritengo che in tutto il mondo l’educazione e la conoscenza costituiscano gli strumenti fondamentali per arginare o combattere qualsiasi minaccia ai valori fondamentali di una società democratica, quale la libertà di professare la propria fede e di convivere pacificamente. Difendere questi valori da qualsiasi attacco, compresi quelli terroristici, di cui a mio avviso costituiscono il bersaglio principale, è il nostro compito principale.

La giunta romana guidata da Virginia Raggi potrebbe dedicare un parco della capitale ad Arafat, controversa figura legata all’estremismo palestinese. Che cosa pensa?

Si tratta di un’iniziativa che probabilmente aveva un’intenzione conciliatoria ma che era indubbiamente delicata. Una misura spontanea di questo genere non può permettersi di generare un malcontento tra i cittadini. Per questo, difendo con enfasi l’importanza delle decisioni partecipative, soprattutto in questioni sensibili che, come in questo caso, si associano a simboli importanti e carichi di significato. Ad ogni modo, il comune di Roma ha giustamente tenuto in considerazione le proteste della comunità ebraica e ritirato la decisione, dimostrando sensibilità nei confronti dei cittadini.

Un’ultima domanda legata al tema della violenza sulle donne. Come parlamentare ha portato avanti alcune proposte. Ce le può raccontare in sintesi?

L’Italia ha ancora molta strada da fare da questo punto di vista. E’ incomprensibile che ancora oggi ci sia un tasso così alto di violenza contro le donne e che manchi una politica di prevenzione supporto alle vittime adeguata in un paese europeo. In Italia i casi di violenza di genere diventano di dominio pubblico una volta compiuti, come se esistesse un vuoto tra la fase della minaccia e il compimento del femminicidio. Oltre a seguire da vicino questa questione, facendo parte dell’Intergruppo Donne della Camera dei Deputati, diretto dalla stessa presidente Laura Boldrini, dedicato a molte indagini di campo con l’obiettivo di individuare i punti deboli del sistema e poterli scardinare, personalmente, ho cercato di dare un contributo ispirandomi alla famosa legge brasiliana Maria da Penha. Questa legge, infatti, in Brasile, ha avuto molto successo fin dalla sua promulgazione, avvenuta nel 2006, nella rigorosa applicazione della punizione per i crimini domestici e per quel che riguarda la fase di prevenzione. In Italia, il decreto legge sul femminicidio, approvato all’inizio di questa legislatura, prevede, tra l’altro, l’uso del braccialetto elettronico, che è un dispositivo molto simile a quello previsto dalla menzionata legge brasiliana e che ho proposto proprio per il successo che aveva avuto in Brasile. Sono, infatti, convinta che parte del mio ruolo come deputata eletta all’estero sia quello di arricchire il lavoro parlamentare anche attraverso l’intercambio legislativo tra i paesi della mia circoscrizione e la Repubblica Italiana.

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