Israele e Medio Oriente

The show must go on

Grattacieli futuristici svettanti verso il cielo, aeroporto super funzionale, magnifiche vedute che guardano il Mediterraneo, otto aree residenziali, e così via. È la grande occasione immobiliare che Jared Kushner ha prospettato attraverso diapositive patinate a Davos per la nuova Gaza che ci fa venire in mente una Doha in miniatura.

Kushner spiega che in tre anni città del genere si costruiscono in Medioriente, dimenticando che secondo le stime ci vorranno almeno sette anni per ripulire la Striscia da sessanta milioni di tonnellate di detriti, per non parlare dello sminamento del territorio. Ma non importa, ciò che importa è lo show, è la pubblicità.

Il suo discorso dura dieci minuti. L’azzimato cognato di Trump, rientrato in pista a fianco di Steve Witkoff come mediatore (entrambi sono attesi a Mosca e poi a Riad), ha le idee chiare. Il futuro di Gaza è rutilante. Certo, bisognerebbe che Hamas si disarmasse, cosa che ancora non è accaduta, se lo farà potrà anche fare parte di una commissione speciale di tecnocrati che sovraintenderà il futuro di Gaza. “Dovrà disarmarsi”, ci dice Trump, “Se no sarà spazzato via”. Restiamo in attesa.

L’importante, ora, è attirare investitori potenziali, lanciare la visione. Certo, una Gaza senza Hamas, senza più jihadisti, trasformata in una oasi di relax, dove, prospicenti al mare si sorseggia Sangria, è una bella prospettiva, anche se, allo stato attuale delle cose, assai fiabesca.

Il prospetto della nuova Gaza, (tra le altre cose ci si chiede che fine faranno durante la sua ricostruzione i 400 mila sfollati della Striscia), è un’appendice del Board of Peace, l’ONU privato di Trump, che inizialmente era nato unicamente per occuparsi di Gaza e poi si è allargato a comitato internazionale in cui si è adunata una ammucchiata eterogenea, Qatar, Biolerussia, Pakistan, Turchia, mentre l’Europa, ingrata, al momento defeziona, con l’eccezione dell’Ungheria. Giorgia Meloni si è tolta dall’impaccio spiegando all’amico Donald che la Costituzione italiana le impedisce di parteciparvi.

Israele osserva e mugugna ma più di tanto non può fare, soprattutto Netanyahu totalmente aggiogato a Trump, “Israel best friend”.

Se con Biden poteva permettersi di contrastarlo anche in funzione dell’apprezzamento che ne avrebbe tratto Trump, con Trump gli è impossibile farlo. E dunque Bibi ha dovuto accettare di salire a bordo forse confidando che in qualche modo potrà giocare la sua partita, che, al momento, non si vede ancora quale sia.

La Babele del Board of Peace è come il piano Kushner per il futuro di Gaza, l’acme del wishful thinking, uno castello di cartapesta. Durerà per i prossimi tre anni fino a quando Trump sarà presidente, poi, dopo, si vedrà che ruolo assumerà quando Trump sarà tornato a essere un ex presidente come un altro, di acqua sotto i ponti ne dovrà passare tanta. Intanto si negozia, si negozia, si negozia, con Hamas, con l’Iran, con chiunque altro. Witkoff ci assicura che i conflitti regionali, gli odi religiosi, i fanatismi incancreniti, si possono risolvere attraverso i negoziati.

Certo ci vuole molta fantasia o una rodata spregiudicatezza ad immaginare Hamas nella Gaza futura di Kushner, che da formazione terrorista si trasforma in gestore immobiliare.

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