Lo scorso 29 novembre le strade di Roma si sono riempite ancora una volta di slogan, fumogeni e parole taglienti. Dietro lo striscione «Stop agli accordi con Israele. Sanzioni ed embargo subito», migliaia di manifestanti hanno attraversato la capitale per la manifestazione nazionale pro-Palestina e contro la legge di bilancio del governo Meloni. In testa al corteo due figure che, pur avendo fatto dell’attivismo internazionale la loro bandiera, con l’Italia non hanno alcun legame politico o istituzionale: Greta Thunberg e Francesca Albanese. Eppure entrambe hanno scelto proprio il nostro Paese come palcoscenico per attacchi durissimi, entrando a gamba tesa nel dibattito nazionale.
Per garantire la sicurezza, la Questura ha mobilitato oltre 1.500 agenti tra polizia, carabinieri, guardia di finanza e vigili urbani, dopo giorni di controlli nei nodi ferroviari e ai caselli per scongiurare un bis degli incidenti del 4 ottobre, quando un gruppo di antagonisti – molti provenienti da Torino – trasformò l’Esquilino in un campo di battaglia. Nel materiale diffuso dagli organizzatori si parlava apertamente di “genocidio”, accusando l’Italia di aver «fornito armi» e di sostenere politicamente Israele. A incendiare ulteriormente il clima è stata proprio Greta Thunberg, che dal palco ha attaccato frontalmente il governo italiano, definendolo senza mezzi termini un «governo fascista». L’attivista svedese ha poi rincarato: «Non potete aspettare che ogni palestinese sia ucciso per mostrare solidarietà. L’Italia è uno dei Paesi più complici in questo genocidio. Avete la responsabilità di scendere in strada e boicottare. Insieme blocchiamo tutto». Parole gravi, dettate da una visione ideologica estrema e pronunciate da una giovane che non conosce, né può conoscere, la complessità delle dinamiche politiche, diplomatiche e di sicurezza del nostro Paese.
Questo tipo di propaganda si basa su tecniche di comunicazione politica che mirano a semplificare concetti complessi attraverso slogan accattivanti e messaggi fortemente polarizzanti, facilmente memorizzabili e diffusi con ripetizione strategica per aumentarne visibilità e persuasività. Utilizza meccanismi di framing ideologico e demonizzazione dell’avversario per creare una narrazione antagonista, che mira a mobilitare emozionalmente il pubblico facendo leva su bias cognitivi e dinamiche di gruppo. In questo modo si veicola un discorso ideologico riduttivo e manipolativo che strumentalizza la complessità, generando una diffusione rapida e frammentata soprattutto attraverso i social media, con algoritmi che targetizzano specifiche nicchie di opinione. Il risultato è una comunicazione di tipo conflittuale che mina la stabilità sociale, trasformando il confronto politico in uno scontro emotivo e polarizzato.
Non meno problematico è stato l’intervento di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite già sanzionata dagli Stati Uniti, che all’Università Roma Tre – durante l’evento “Rebuild Justice” – ha condannato l’assalto di un centinaio di manifestanti alla redazione torinese de La Stampa, avvenuto in un giorno di sciopero con le redazioni vuote. Ma, subito dopo, ha trasformato quella condanna in una giustificazione mascherata: «Questo sia anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro». Un messaggio che, per una figura ONU che dovrebbe garantire equilibrio e imparzialità, risulta difficilmente accettabile in quanto è una minaccia non troppo velata ai giornalisti.
Albanese ha poi rimproverato i giornalisti per aver dedicato maggiore attenzione all’irruzione violenta piuttosto che alle manifestazioni pro-Palestina. Ha definito «da anni» il suo impegno per la non violenza, ma senza nascondere la sua irritazione per la narrazione mediatica. Una posizione che ha immediatamente provocato reazioni trasversali che hanno denunciato come inopportuno e pericoloso il tentativo di legittimare un atto intimidatorio contro una redazione giornalistica.
Il punto è proprio questo: né Thunberg né Albanese hanno alcun titolo per dettare la linea del dibattito pubblico italiano, eppure lo fanno come se fossero attori politici interni, ignorando volutamente la cornice democratica e istituzionale del Paese in cui scelgono di intervenire. È una dinamica che si ripete: attivisti e funzionari internazionali che arrivano in Italia, attaccano il governo, criticano la stampa, incitano alla mobilitazione, salvo poi ripartire lasciando dietro di sé un solco di polemiche. Al di là del merito delle loro posizioni, rimane l’elemento centrale e ineludibile: l’ingresso così pesante nel discorso politico italiano da parte di figure che non rappresentano il nostro Paese è non solo inopportuno, ma profondamente inaccettabile. Perché incidere sul confronto democratico con parole così radicali senza avere responsabilità né conoscenza del contesto significa solo alimentare tensioni e contribuire a polarizzare un clima già esasperato. E l’Italia, oggi più che mai, avrebbe bisogno del contrario.