Il temutissimo “Armagedon” annunciato da Trump come conseguenza del suo ultimo “penultimatum” non è mai arrivato, come era prevedibile. E’ così andato in scena l’ennesimo voltafaccia trumpiano nei confronti di un martoriato popolo iraniano che dovrà plausibilmente subire un’altra repressione da parte di un regime agonizzante e disposto a tutto pur di sopravvivere.
Lo scorso gennaio Trump aveva già incitato i manifestanti a scendere in strada per “riprendersi il Paese”, promettendo un aiuto che non è mai arrivato. Il risultato? Un massacro di proporzioni inusitate.
Stavolta, con la campagna militare iniziata lo scorso 28 febbraio, era stato detto agli iraniani di attendere in casa il segnale per muoversi perché bisognava attendere la fine dei raid aerei. Il segnale non è mai arrivato e Trump ha accettato l’accordo per un cessate il fuoco campato in aria, con delle potenziali richieste iraniane definite da numerosi esperti come “pura fantasia”.
Le ragioni per le quali Trump abbia così poca considerazione per gli iraniani anti-regime è difficile da comprendere. Certo è che Trump si è giocato la reputazione e la credibilità agli occhi degli oppositori degli ayatollah e probabilmente non soltanto ai loro. Ci sono Israele, i Paesi del Golfo, Paesi che avevano espresso posizioni molto chiare sulla necessità di andare fino in fondo, ma Trump ha preferito desistere.
La NATO e i Paesi UE (Italia inclusa) hanno assunto posizioni controverse tirandosi fuori dal conflitto con la scusa che “non è una loro guerra”, arrivando a non concedere basi e sorvolo agli aerei USA diretti in Medio Oriente, considerato che il regime iraniano rappresenta una minaccia anche per il Vecchio Continente e non soltanto sul piano della corsa al nucleare e dei missili balistici, ma anche per l’ideologia che diffonde.
Rapporti economici col regime e paura di reazioni violente da parte di una diaspora islamista sempre più aggressiva avranno anche contribuito alle posizioni assunte, ma è altresì difficile schierarsi a fianco di Trump vista l’estrema volatilità delle sue posizioni e la disponibilità a stringere accordi con leadership che poche ore prima voleva annientare.
Che Trump non avesse alcuna intenzione di colpire le infrastrutture vitali per il sostentamento del regime (centrali elettriche, ponti, siti petroliferi eccetera), come invece minacciato, era evidente. Soltanto uno sprovveduto lancerebbe un ultimatum indicando prima gli obiettivi da colpire. Il regime iraniano ha colto la palla al balzo e ha posizionato centinaia di scudi umani attorno ai potenziali bersagli, precludendo così all’aeronautica di colpirli. Si possono immaginare le ripercussioni a livello internazionale di eventuali raid in simili condizioni. La comunità internazionale avrebbe subito incolpato USA e Israele per i raid e non il regime per l’uso degli scudi umani (che è un crimine di guerra secondo la legge internazionale), esattamente come è accaduto per le vittime civili della guerra a Gaza.
Le guerre si vincono andando fino in fondo e possibilmente evitando di comunicare anticipatamente al nemico i propri piani. Trump, che durante le conferenze stampa, vanta sempre di non comunicare mai al nemico le proprie mosse e la cui strategia viene spesso elogiata come “confusione tattico-strategica” questa volta è stato estremamente chiaro
Perché? Probabilmente sperava in una capitolazione del regime dopo le prime settimane di guerra, ma non è avvenuto perché il Presidente non ha tenuto conto di almeno tre aspetti fondamentali: il fanatismo religioso basato sul martirio che è la base ideologica del regime e dei suoi seguaci, l’enorme apparato bellico di un regime che in 47 anni ha speso gran parte delle proprie risorse in tale ambito, la preclusione, fin dall’inizio, dell’utilizzo delle truppe di terra, senza le quali una guerra non si può vincere.
Se Trump fosse stato chiaro con l’opinione pubblica americana fin dall’inizio indicando che una “ground invasion” non poteva essere esclusa a priori, non si sarebbe trovato nella situazione di dovere necessariamente passare alla fase negoziale per paura di perdere ulteriore consenso in vista delle mid-term elections.
Il Generale in pensione Jack Keane ha più volte spiegato su Fox News che per sconfiggere il regime è necessario conquistare l’isola di Kargh (motore dell’economia iraniana) e prendere il controllo dello Stretto di Hormuz, operazioni che gli Stati Uniti possono raggiungere in tempi brevi. Trump ha preferito chiudere in fretta la partita iraniana.
Sapeva benissimo che il regime non avrebbe ceduto all’ennesimo ultimatum e aveva bisogno di prorogare ancora la scadenza. Chiaramente non poteva farlo di propria iniziativa e allora ecco spuntare miracolosamente il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif con un fantasioso piano in dieci punti avanzato dal regime iraniano, un cessate il fuoco di due settimane e la presunta riapertura dello Stretto di Hormuz.
Come indicato dalla CNN, sebbene non sia stata resa disponibile una versione ufficiale della proposta di Teheran, il Consiglio nazionale di sicurezza iraniano ha indicato tra questi dieci punti il ritiro delle forze americane dalla regione, le riparazioni economiche di guerra, la rimozione delle sanzioni internazionali e una risoluzione Onu per blindare l’accordo di pace. Sharif si era addirittura spinto al punto di includere nel cessate il fuoco anche l’offensiva israeliana in Libano contro Hezbollah, subito smentita da Israele. Viene il dubbio che Trump non abbia nemmeno consultato Netanyahu al riguardo.
Il regime iraniano ha del resto capito benissimo l’inconsistenza di Trump sugli ultimatum e ne ha fatto buon uso. Gli iraniani hanno chiuso lo Stretto di Hormuz per fare cessare la guerra e Trump alla fine ha ceduto. La strategia di Tehran è quella di riaprire lo Stretto sotto il proprio controllo contando sul fatto che Trump non abbia il coraggio di riprendere il conflitto.
La vittoria dichiarata da Trump è solo uno slogan privo di contenuti reali come si è già visto con il cosiddetto “piano per la Pace” di Gaza preceduto dalla dichiarazione di avere “raggiunto la pace in Medio Oriente”. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e anche in quel caso veniva deciso di non chiudere definitivamente i conti con Hamas e Hezbollah. Come si può parlare di vittoria quando si accetta un cessate il fuoco sotto ricatto di chiusura dello Stretto di Hormuz?
A tutto ciò va aggiunto che in Iran non c’è stato affatto un cambio di regime, come ha dichiarato il Presidente. Semmai si è verificato un rimescolamento con le Guardie Rivoluzionarie che hanno preso il sopravvento in seguito all’eliminazione dei vertici politici e militari.
Nel complesso, il quadro generale è disastroso. Trump è riuscito nell’intento di sconfiggersi da solo nonostante gli USA e Israele stessero vincendo la guerra contro il regime iraniano in maniera schiacciante. Non era facile. Nel frattempo Russia e Cina osservano soddisfatti.