Tulsi Gabbard se ne va. La direttrice dell’intelligence nazionale nominata da Trump, amica di Israele, di Putin, di Assad e dell’Iran (senza timor di incorrere in contraddizioni), ha rassegnato le dimissioni il 22 maggio, per gravi motivi famigliari. Tuttavia ci sono molti elementi che suggerirebbero che i motivi possano essere anche altri, oltre al motivo, sia pur molto serio, della malattia potenzialmente letale di suo marito.
Tulsi Gabbard nel marzo scorso, a guerra in Iran appena iniziata, aveva preparato un briefing per l’audizione in Senato, ma non lo aveva letto tutto. “Troppo lungo”, la scusa ufficiale. Guarda caso, però, la parte che non ha letto era quella in cui affermava che l’Iran, dopo la breve guerra di giugno, non avesse più avuto intenzione di ripristinare il suo programma nucleare. La decisione presa dall’amministrazione Trump di riprendere la campagna militare contro l’Iran, invece, partiva dal presupposto opposto: cioè che l’Iran stesse effettivamente ricostruendo la sua capacità nucleare e fosse a pochi mesi dalla realizzazione di 11 testate nucleari.
A giugno, poco prima della Guerra dei 12 Giorni, la prima in assoluto in cui gli Usa sono intervenuti al fianco di Israele, la Gabbard aveva presentato un rapporto di intelligence in base al quale l’Iran non costituiva un pericolo per gli Stati Uniti. Nel suo rapporto, la Gabbard sosteneva la tesi più estrema delle “colombe”: quella secondo cui il programma nucleare militare iraniano fosse interrotto nel 2003 e mai più ripreso. Già i documenti trafugati dal Mossad nel 2018, quelli che furono alla base del ritiro statunitense dal Jcpoa (l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, voluto da Obama), dimostrano che dal 2003 gli iraniani abbiano continuato a sviluppare un programma nucleare segreto, con evidenti scopi militari. Come lo dimostra l’esistenza di impianti segreti e sotterranei, quale quello di Fordow, inaugurati dopo il 2003. Ma la Gabbard era aggrappata alla tesi, condivisa probabilmente neppure da tutti gli iraniani, secondo cui dal 2003 Teheran stesse solo sviluppando energia nucleare civile. Chissà per quale motivo, un programma segreto anche se non militare. Misteri persiani.
Sempre prima della Guerra dei 12 Giorni, nel corso della sua visita a Hiroshima, la Gabbard aveva pubblicato un video suggestivo contro il pericolo delle armi atomiche. In una scena (ovviamente un’animazione) si vedeva anche il bombardamento atomico di San Francisco. Puro terrorismo psicologico, insomma, per dire che “le élite del mondo” giocano pericolosamente con l’apocalisse nucleare. Trump fa parte di questa élite evidentemente, essendo a capo della prima potenza nucleare del mondo. Non deve averla presa bene, già allora.
All’inizio di quest’anno, mentre le forze speciali americane catturavano Nicolas Maduro a Caracas, la Gabbard faceva yoga sulla spiaggia, a casa sua, evidentemente all’oscuro di tutto. Notevole, per la coordinatrice dell’intelligence. L’anno prima si era detta assolutamente contraria a un intervento armato in Venezuela. Anche nel 2019, durante la prima amministrazione Trump, era stata fra le pochissime donne politiche americane a riconoscere la legittimità di Nicolas Maduro, eletto presidente dopo elezioni farsa. Opponendosi al sostegno Usa all’opposizione democratica, aveva dichiarato che solo i venezuelani avevano il diritto di scegliere il loro governo, senza nemmeno rendersi conto della contraddizione.
La domanda legittima che ci poniamo noi, al di qua dell’Atlantico: che cosa ci faceva una pacifista di estrema sinistra nell’amministrazione Trump, soprattutto una contraria al suo programma di politica estera e di difesa? La risposta deve attingere più dalla psicologia che alla politica.
Nel 2024, infatti, le elezioni sono state vinte da Trump pescando da un elettorato di destra, ma anche di estrema sinistra. La Gabbard, così come Kennedy jr, sono personaggi che si trovavano alla sinistra del Partito Democratico, usciti dallo stesso perché lo consideravano troppo moderato. L’unico tratto che accomunava destra ed estrema sinistra, scavalcando del tutto i moderati e gli ormai fantomatici “indipendenti e indecisi”, era la rivolta contro le élite. Dopo il Covid e dopo la performance non propriamente entusiasmante di Joe Biden, la rivolta contro le élite procedeva a gonfie vele. La Gabbard, con il suo sostegno tardivo a Donald Trump, quasi due anni dopo la sua rottura con il Partito Democratico, aveva lo scopo di intercettare un segmento particolare della rivolta: quella degli americani scontenti delle guerre combattute all’estero, i delusi della Guerra Globale al Terrorismo (Gwot, l’acronimo americano). Essendo veterana lei stessa, poi divenuta pacifista, come nella peggior tradizione post-Vietnam, la Gabbard li rappresentava fedelmente.
L’effetto collaterale di isolazionismo e pacifismo, che in questa fase storica sono perfettamente sovrapponibili, è di finire dalla parte dei dittatori. La Gabbard aveva il perfetto curriculum dell’utile idiota delle dittature nemiche degli Usa. Aveva dato ragione a Putin nella sua invasione in Ucraina, fino a rilanciare le più selvagge teorie del complotto della propaganda russa (come la tesi che gli Usa stessero segretamente fabbricando armi biologiche in Ucraina). Era stato proprio in dissenso con il sostegno dei Democratici all’Ucraina che aveva rotto con il suo partito di origine. Non le era nemmeno mancato il tour dei dittatori: aveva incontrato Bashar al Assad, amichevolmente, nel pieno della guerra civile siriana.
Era sempre stata molto dura con il terrorismo islamico. Sì, ma di quelli che pur condannando fermamente Isis e Al Qaeda, non disdegnano Hezbollah, Assad e Iran, come se i terroristi sciiti fossero un po’ meno terroristi rispetto a quelli sunniti. Ne abbiamo tanti, in questa epoca, soprattutto fra i sostenitori di Putin. Nel 2015 la Gabbard, come deputata democratica, aveva votato a favore dell’accordo sul nucleare con l’Iran. Nel 2018 aveva messo in guardia contro una possibile “escalation” dell’amministrazione Trump contro l’Iran e aveva proposto il “No More Presidential Wars Act” che avrebbe dovuto legare le mani al presidente se avesse voluto iniziare un conflitto. Nel gennaio 2020 aveva fermamente condannato l’uccisione del generale Soleimani, benché fosse stata ordinata a seguito di un attacco subito da truppe americane in Iraq (dunque da suoi commilitoni).
Tulsi Gabbard è sempre stata amica di Israele, lo ha dimostrato sia nel Partito Democratico, con i suoi voti contro i boicottaggi, sia nella sua breve carriera nell’amministrazione repubblicana. Ma al tempo stesso stava rafforzando i nemici dello Stato ebraico, che ne fosse consapevole o no. Tali contraddizioni sono comuni in quel settore dell’opinione pubblica che ha portato Trump alla Casa Bianca nel 2024, ma che si sta rapidamente lacerando per le sue scelte successive in politica estera. Essere sostenitori di Putin e di Israele era possibile finché si era all’opposizione. Trump dimostra ancora oggi di essere il presidente americano più amico del Cremlino in assoluto, più ancora di Bush e di Obama. Ma una volta al governo ci si trova inevitabilmente ad affrontare una realtà scomoda: che fra i migliori amici ci Putin ci sono anche i peggiori nemici degli Usa e (nel caso dell’Iran) anche di Israele. Tenere i piedi in due scarpe è sempre più difficile. Tulsi Gabbard non ce l’ha fatta a lungo.