Ebraismo

Come fuoco perenne

Carmelo Zaffora, Le Confessioni di Abulafia. Vita di un Visionario, Carthago Edizioni, 2018

Dalle luci del tredicesimo secolo alla sensibilità e coscienza contemporanee si snoda la meravigliosa storia della visione profetica messianica, della ardente e coinvolgente inventiva di Abraham Abulafia. Straordinaria la sua audacia spirituale, il suo coraggio con una sfida radicale in un mondo oscuro di odio, persecuzione, fanatismo, rogo.

L’autore Carmelo Zaffora, scrittore, psichiatra, poeta, pittore, studioso di ebraismo, di Catania, riesce a fondere il verosimile di una avvincente biografia romanzata con la più attenta e scrupolosa ricerca di verità storica, teologica, culturale.

Zaffora ricostruisce e fa parlare in prima persona la vita e l’opera di Abraham ben Samuel Abulafia: splendido vertiginoso pensatore, uno dei massimi del Medioevo ebraico e mediterraneo, sapiente e incessante indagatore, mistico, filosofo di immensa cultura, maestro di Kabbalah.

Andò oltre la pur grande tradizione dei padri, creò novità di metodo e contenuto, con un sapere inedito di radicale innovamento. In un certo senso era di tale profonda ortodossia da de-costruire e innovare l’ortodossia stessa, in uno slancio creativo oltre ogni cristallizzazione. Faceva scandalo, dis-ordinava, provocava, esibiva le sue scoperte e per questo venne bandito da alcune comunità ebraiche e perseguitato dalle autorità cattoliche. Era un nomade, un ebreo errante in senso fisico-spaziale come viaggiatore instancabile e in senso mentale per la sua sconfinata ricerca.

Il lettore si immerge in un mondo fervido, brulicante, cangiante: di colori, odori, sapori, suoni musicali, emozioni, riflessioni, elaborazioni, slanci visionari, analisi e ispirazioni profetiche, creazioni sublimi e ore di dolore e sconforto. La vita ebraica sefardita e l’intero mondo mediterraneo del tempo trovano la loro espressione in tutta la loro varietà, vitalità, tra una ascesa verso Dio e la discesa di Dio verso il suo popolo. Meditazioni di fede, ricerca di una verità divina e umana, specificità ebraica e universalismo di valori, si combinano in una narrazione incalzante, con cruciali vicende storiche come la rivolta dei Vespri siciliani, la caduta della odiata ed esosa dinastia angioina, l’avvento del regno aragonese, la memoria nostalgica per il grande regno di tolleranza e pluralità di Federico II di Svevia.

Dall’istante all’Eterno, la narrazione ti cattura e ti conduce per mano con quell’effetto che gli americani chiamano “turning point”, il voltare pagina con il desiderio di sapere come procede la storia e come va a finire. Come, ad esempio, l’incanto di un sapiente che suona il flauto fa sentire ad Abulafia una forza nuova dentro di lui :

“Non so dire quanto durò quell’esperienza, poiché la successione del tempo sembrò avere perduto la sostanza per la quale diviene e progredisce. Ammetto, tuttavia, che al risveglio sentii una forza nuova dentro di me, un vigore che mi spinse a chiedere che cosa realmente era successo ascoltando quella musica. Compresi, con le lacrime agli occhi, che una sorgente di verità si era versata interamente nel mio spirito e che mi trovavo, ormai, su una via che mai più avrei abbandonato. L’incontro con il sapiente mi aveva trasformato, insegnandomi a condurre il respiro, la meditazione, il digiuno, il suono della parola, il distacco”.

La forma della confessione, sul grande modello agostiniano, conferisce al testo una tonalità intima e vibrante di una esperienza, di una parola nel suo sorgere e divenire. Diventiamo cercatori di verità insieme al protagonista.

La scintilla creativa in Zaffora è stata il ritrovamento filologico di un manoscritto in una biblioteca di San Pietroburgo. Era il prezioso scritto di un allievo diretto di Abulafia, capace di rendere il divenire del pensiero del maestro, il particolare ambiente didattico, l’attrazione carismatica, la vitalità emotiva e la tensione veritativa della scuola profetica del maestro. Da qui si innesca la tenace ricerca documentale di Zaffora per diversi anni.

La narrazione ripercorre vita e pensiero di Abulafia (nato a Saragozza nel 1240) dagli studi giovanili di Torah e Talmud in Navarra, poi dall’età di 18 anni comincia la sua erranza nel mondo mediterraneo dove attira allievi affascinati, e incomprensioni e odi da parte delle autorità ecclesiastiche cattoliche e anche da parte di alcuni rabbini. Dopo diversi viaggi in Palestina e Provenza, vuole attuare il temerario progetto di ottenere udienza da Papa Niccolò III Orsini per convincerlo al suo messianesimo profetico e al riconoscimento del popolo ebraico. Viene condannato al rogo, ma la notte avanti l’esecuzione il Papa muore all’improvviso per un colpo apoplettico, interpretato come manifestazione di un disegno divino. Questo evento gli salva la vita, e gli consente di proseguire i suoi studi e la sua scrittura.

Ecco come il maestro esprime il suo misticismo estatico:

“Cominciai a comprendere che la combinazione delle lettere del Nome determinava una situazione in cui il potere dell’Eterno entrava dentro di me attivando le mie facoltà in un modo del tutto nuovo. Scoprii che le lettere erano la radice di ogni conoscenza, di ogni profezia, di ogni estasi, e mi apparivano sotto forma di corpi opachi o di angeli, insegnandomi altri segreti attraverso il movimento delle loro ali poggiate sulla montagna dello Spirito Santo”.

Ma l’estasi mistica si accompagna e si combina con processi cognitivi rigorosi, validi:

“Ho cercato la conoscenza, come l’assetato cerca l’acqua per continuare a vivere, e ho compreso una cosa. Conoscere è diventare consapevoli non della propria libertà ma dei propri limiti, in quanto non tutto, nella vita di un uomo, può essere conosciuto. La brama di conoscenza a volte può rendere temerari, poiché è così forte questo bisogno che si può perdere di vista la disciplina, il rispetto delle regole o addirittura la propria vita. La conoscenza, venerabile, Superiore, non è un atto di egoismo né un desiderio solitario. La conoscenza è una luce che quando si trova non si può più nascondere, poiché non appena essa si accende il suo destino è di splendere, non soltanto per lo scopritore ma per tutti, in quanto essa rappresenta il bene supremo per l’umanità contro il male e l’invidia, contro la cupidigia e la sopraffazione. La conoscenza non ha limiti, né si può imprigionare. Essa è così potente che, non appena scoperta, varca le frontiere senza lasciapassare, volando sopra le montagne e oltre le porte chiuse di ogni città, entrando nello spirito della gente come l’aria che respiriamo. Io non cerco potere, moltitudini sottomesse, glorie, orgoglio, riconoscimenti, poiché comprendo che la verità rende umile chi la cerca”.

Questo atteggiamento, metodo, questo senso della verità come ricerca, questo stupore e meraviglia che prova di continuo e riesce a trasmettere ai suoi allievi con entusiasmo, contrasta con la sua temeraria presunzione di essere e dichiararsi Messia. Possiamo comprendere che la sua provocatoria e pericolosa identità messianica sia vissuta piuttosto, come a volte afferma, “sento il Messia dentro di me”. Questa consapevolezza lo allontana in un certo senso da quella che sarà la terribile, catastrofica esperienza di un preteso messianesimo realizzato come quello di Sabbatai Zevi, o quello che si era realizzato nella dogmatica cristiana. Diversi rabbini accusano Abulafia di stare fuori dalla Torah e di seguire le vie del cristianesimo e dell’islam. Ma quando a Palermo si diffonde la sua fame e anche diversi cristiani gli chiedono di essere istruiti da lui, e gli chiedono perché gli ebrei non riconoscono in Gesù il Messia di Israele, Abulafia dice loro:

“Gesù, sebbene all’inizio della sua predicazione avesse dichiarato di non allontanarsi dalle norme della Torah, se n’era poi distaccato, mettendo in dubbio le fondamenta su cui poggia tutto l’ebraismo e, ancora più di lui, lo aveva fatto Paolo di Tarso. Spiegai anche che il sacrificio umano, visto in funzione della salvezza terrena, non è conciliabile con tutto il credo ebraico, poiché viene espressamente vietato dalla Torah quando essa ricorda che Dio fermò la mano di Abramo allorché stava sacrificando suo figlio Isacco. E ancora, il concetto di ‘figlio di Dio’, sotto la prospettiva cristiana in cui Gesù viene concepito come vero uomo e vero Dio, si scontra con la concezione unitaria e monoteistica dell’ebraismo. Il cristianesimo ha, inoltre, con la sua dottrina, abbandonato il pensiero di Terra Promessa che, insieme a quello di Popolo di Dio e di Torah, è fondamentale per ogni ebreo. Dissi anche che il Signore delle Schiere di Israele è un ‘Deus Absconditus’ che per manifestarsi non ha bisogno di idoli da venerare, di statue e di simulacri, e che tutta la potenza della Sua Luce splende nel cuore di ogni uomo benedetto. E, infine, un uomo non può adorare un altro essere umano come un Dio”.

Altrettanto netto è il distacco critico dalla logica filosofica greca.

In “I sette sentieri della Torah” (uno scritto di Abulafia contenuto nella splendida antologia “Mistica ebraica” con prefazione di Giulio Busi) Abulafia sostiene che la logica di Aristotele “è un’arte e non una sapienza, ed essa ha per la mente la stessa funzione che ha la grammatica. Superiore è la via della conoscenza e della combinazione delle lettere, la via della Qabbalah”.

Scrive Abulafia :

“Il Signore ha scelto noi e la nostra lingua e la nostra scrittura, e ci ha insegnato credenze e tradizioni che egli ha prescelto rispetto a ciò che si trova presso gli altri, proprio come in natura sono state elette tra le altre alcune cose come rivela la realtà. Non c’è da discutere su questa elezione, possono farlo solo i profeti che sono perfetti al cospetto del Signore più di tutti gli altri sapienti, e che sono stati eletti dal Signore per essere gli unici suoi araldi e messaggeri nel mostrare la veridicità della fede. È cosa incontestabile: le loro parole sono una lingua santa e la loro scrittura in lettere sante, e questo perché essa indica le settanta lingue secondo la combinazione delle lettere”.

La sapienza è superata dalla profezia. Il profeta è più del sapiente. La tensione e la visione profetica di Abulafia ci fa rammentare la folgorante, vertiginosa espressione del profetismo ebraico di André Neher:

“Il segno, per eccellenza, della storia divina del mondo: Israele è l’asse del mondo, ne è il nervo, il centro, il cuore. Capitoli come il XXV di Geremia o il LIII di Isaia mostrano che questi termini recenti possono essere usati senza timore di snaturare il pensiero profetico.

Si potrebbe dire, riprendendo una nozione che la nostra analisi dell’esperienza profetica ci ha fornito, che, per i profeti, Israele è la visione del mondo. Quando lo Spirito soffia su Israele, l’universo intero si erge in un soprassalto patetico e sperimenta il passaggio di Dio. Quando Israele è fissato da Dio, in collera o in amore, la massa perde il suo anonimato: la nebbia si dirada, tutti accorrono, ognuno con la propria fisionomia, il proprio colore, la propria geografia, il proprio destino.

Non c’è da stupirsi, allora, che, trasformando in intuizione assoluta la conoscenza provvisoria alla quale partecipavano, i profeti abbiano affermato l’eternità della visione di Israele. Israele è inscritto nel mondo come una legge, come la legge dei cieli, degli astri e della Terra (Isaia 30,26; Geremia 31,34-36)”.

Carmelo Zaffora ci ha donato la narrazione creativa della vita e dell’opera di Abulafia, dove la forma-romanzo ha potuto riconoscere ed esprimere il lato realistico, vissuto, di un mistico estatico, di un visionario veggente. Una realtà come sogno.

Da parte sua, Moshe Idel ci ha dato una profonda e fascinosa analisi in “L’esperienza mistica in Abraham Abulafia” (1992). I due testi, di Zaffora e di Idel, naturalmente diversi, mi sembrano complementari.

Per Idel, il pensiero di Abulafia ha origina da una sintesi potente, paradossale in 5, tra il razionalismo filosofico di Maimonide (soprattutto il suo capolavoro “La Guida dei perplessi”) con le dottrine cosmologiche, linguistiche, combinatorie del “Sefer Yetizirah” (il Libro della Formazione).

Idel mostra bene come Abulafia realizza un’interpretazione profonda, esoterica di Maimonide, dove l’ordine concettuale di un’epistemologia neo-aristotelica e di derivazione islamica si trasforma in un pensiero mistico e in una sua relativa prassi. In tale visione, la profezia non è più un miracolo biblico che appartiene a un passato irripetibile, ma diventa uno stato sublimato estatico di coscienza al quale si perviene attraverso una intensa preparazione intellettiva.

L’esoterismo di Abulafia si esprime attraverso il nascondimento, dietro termini filosofici, “della natura intrinsecamente linguistica e sovversiva della sua estasi” (viene in mente la diversità e affinità con la lettura che Leo Strauss fa di Maimonide profeta-filosofo). Di particolare interesse e suggestione è il quarto capitolo di Idel, che analizza e decodifica l’intenso linguaggio erotico della scrittura di Abulafia (che si ritrova in diversi luoghi della narrazione di Zaffora). Un Eros della parola che comunica il carattere ineffabile della “unione mystica” tra l’intelletto, il concetto e il divino. Su un fondamento teoretico astratto si sovrappone un linguaggio capace di dire tutto il gaudio di questa unione. Linguaggio poetico-carnale derivato dal simbolismo nuziale, sensuale-sessuale del Cantico dei Cantici con tutta la sua sublime bellezza. L’esegesi allegorica del Cantico si fonda sulla dottrina di Maimonide dell’amore per Dio (l’Eros filosofico).

Nella lettura del libro di Zaffora mi salta in mente con impeto, per tante analogie e suggestioni, la leggenda e l’immenso fascino del misterioso, vagabondo in tutti i continenti, del rabbino barbone Mordecai Chochani (o Chouchani), noto negli anni cinquanta del Novecento. Maestro riconosciuto ed amato di Emmanuel Levinas, Elie Wiesel, Lèon Askenazi e tanti altri soggiogati dal suo straripante carisma. Di lui diceva Levinas: “Si sono dette molte cose su Chouchani, ma la realtà fu grandemente più bella della leggenda”.

Elie Wiesel dedica alla sua felice memoria un capitolo, “L’ebreo errante”, che dà poi il titolo al suo intero libro. Scrive Wiesel:

“Stregati, noi lo ascoltavamo, il cervello in fiamme, trattenendo il respiro. Trasformati, trasportati in uno strano universo, dove esseri e oggetti si svelavano, dove tutto era collegato e tendeva verso un assoluto, qualunque esso fosse, e dove, per la sola forza della parola e della sfumatura, l’uomo scopriva il potere e il dovere di dissipare il caos che precede, e spesso segue, ogni creazione, di imporgli un senso, un divenire”.

Una volta Wiesel, emozionato da un pensiero del maestro, gli dice che quel pensiero “è bello”. Ecco la reazione-lezione del rabbino:

“Mi afferrò per le spalle, mi scosse violentemente e si mise a urlare con disprezzo: ‘È questo tutto ciò che trovi da dire? Che è bello? Imbecille, della bellezza me ne infischio! Non è che apparenza, scena: le parole svaniscono nella notte senza arricchirla. Quand’è che capirai che una bella risposta non è nulla? Nient’altro che un’illusione. L’uomo si definisce per ciò che lo inquieta e non per ciò che lo rassicura: quand’è che capirai che vivevi e cercavi nell’errore, perché Dio significa movimento e non spiegazione?”.

L’intera vita di Wiesel resterà soggiogata dall’imprevedibile magistero di questo rabbino-clochard. “Dovunque apparisse la gente smetteva di parlare, si raccoglieva in se stessa, e i cuori angosciati si mettevano a battere violentemente, come davanti a qualcuno che sapesse perché viviamo e perché moriamo”.

(Di recente si è creata una certa attenzione per la leggenda di questo maestro misterioso, extra-ordinario: Haim Baratier, “La valigia quasi pronta”, 2014; JC Lattes, “Monsieur Chouchani. L’enigma di un maestro del XX secolo”, 2017; e poi l’ampio documentato libro di Sandrine Szwarc, “Chouchani il maestro inquieto”, 2022)

Abulafia sostiene che la sapienza ebraica è più della sapienza delle settanta nazioni. Per la legge divina, per le elevazioni delle regole di condotta, per l’elezione come obbligo morale. Di questo orgoglio identitario, passione cognitiva, parola di fuoco, fede ardente nella vita e nella creazione di Abulafia, Zaffora ci ha fornito un ritratto fervido, fedele, bello.

Questi motivi ci aiutano a comprendere il miracolo dell’esistenza ebraica. Di generazione in generazione, anche oggi, ira funesta, odio illimitato, armi di orde assassine non riescono a debellare il popolo di Israele, anzi lo rendono più animato, tenace, compatto, coraggioso.

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