Sbatti il mostro in prima pagina. Prendi un bianco, ritrailo con un ghigno in volto, mettigli di fronte un esponente di una minoranza perseguitata: ecco confezionata una perfetta icona del razzismo ad uso e consumo della sinistra internazionale. Poco o nulla interessa la storia che c’è sotto, l’importante è l’istantanea, l’immagine, il suo potenziale social, la sua viralità.
Oggi il bianco in questione, che ha la sventura di essere pure ebreo, riconoscibile dalle treccine degli ortodossi, nonché in uniforme dell’Idf, è ritratto con un ghigno orrendo di fronte al volto di una mesta donna palestinese, più in basso rispetto a lui, tanto che il lettore potrebbe credere che fosse in ginocchio. Il soldato non spara, ma sta filmando con il cellulare. La donna tiene gli occhi bassi. La foto, scattata da Pietro Masturzo, finisce sulla copertina de L’Espresso, il titolo già dice tutto: L’Abuso. Ed ecco servita, in una immagine, “l’occupazione” in tutto il suo orrore.
La storia che c’è dietro non interessa a nessuno. Ma anche perché non dovrebbe effettivamente interessare: è una non-notizia. La foto è stata scattata nei pressi di Hebron, nel villaggio di Idhna. I palestinesi erano lì, formalmente, per “raccogliere le olive”, ma avevano dietro Ong e giornalisti, fotografi e volontari della mezzaluna rossa, la tipica situazione dove l’incidente non capita a caso, ma lo si cerca a tutti i costi, per documentarlo e sbatterlo in prima pagina. Dall’altra parte c’erano israeliani, “coloni” e militari, ma l’incidente, purtroppo per la stampa internazionale che l’aspettava, non c’è stato. I palestinesi e gli israeliani presenti si sono scambiati insulti e versi, “yallah” (vattene, in arabo) detto da entrambe le parti e versi da pastore, per radunare le greggi, usati per scherno dai coloni. Da questo scambio non ci sono stati né morti né feriti, un mezzo miracolo, insomma, considerata la tensione e il livello di violenza in Medio Oriente. La donna palestinese in questione non era prigioniera dell’uomo in uniforme dell’Idf, non era sottomessa, né tantomeno è stata “abusata”, come il titolo suggerirebbe. L’abuso ha un significato ben preciso, nei confronti di una donna.
I lettori che hanno una memoria più lunga di sette anni ricorderanno che c’è un precedente molto simile, quasi uguale, anche se a Washington DC e non nelle colline insanguinate del Medio Oriente. La foto, in quel caso, scattata il 18 gennaio 2019 (terzo anno dell’amministrazione Trump) ritrae un giovane col berretto rosso MAGA che osserva da vicino e “irride” un nativo americano che suona il tamburo. Anche in quel caso, il mostro è stato sbattuto in prima pagina: è diventata l’immagine simbolo del razzismo bianco dei MAGA contro i popoli indigeni, anzi, contro tutte le minoranze americane. Esiste la versione foto, circolata sui social media e trasformata in infiniti meme, così come un breve video, in cui tutti possono vedere il ragazzino con cappello MAGA che non muove un dito contro il nativo americano, ma continua a sorridere, mentre l’anziano, in abiti tradizionali, suona e intona un canto tribale. Secondo la versione antirazzista, si trattava di aggressione. Lo studente MAGA avrebbe “bloccato” il passaggio all’anziano attivista nativo americano.
La storia che c’è dietro si è conosciuta a stretto giro di posta, ma quando ormai il mostro era stato a tal punto esposto al pubblico ludibrio mondiale che sia lui che la scuola in cui studiava hanno ricevuto minacce di morte.
Lo studente in questione si chiama Nicholas Sandmann, ancora minorenne nel 2019, studente della scuola cattolica Covington di Park Hills, Kentucky, presente a Washington DC, assieme ai suoi compagni di classe, per partecipare alla Marcia per la Vita (non proprio un raduno del KKK, insomma). Quando il video è stato girato, lui e i suoi compagni stavano aspettando il bus che li riportasse a casa. Il gruppo di studenti cattolici, gran parte dei quali repubblicani e MAGA, è stato bersagliato di insulti dagli esponenti di un movimento religioso afro-americano, i Black Hebrew Israelites. Un movimento che fa discendere gli afro-americani presenti negli Usa dagli ebrei dell’antico Israele. Essendo neri, si sono sentiti in diritto di insultare i bianchi, i gay, le donne e chiunque entrasse nel loro raggio d’azione. Gli studenti cattolici hanno risposto con canti da stadio e hanno improvvisato una haka, la danza guerriera maori (altro grave caso di appropriazione culturale!). In questo clima di scontro potenziale, si sono inseriti gli attivisti nativi americani che avevano appena finito la Marcia dei Popoli Indigeni. Dichiaratamente per stemperare la tensione e dividere i contendenti, l’attivista Nathan Phillips, in costume tradizionale e con il suo tamburo, ha iniziato a eseguire una danza inter-tribale. Di fronte a lui si trovava Nicholas Sandmann. Successivamente ha dichiarato di aver continuato a sorridere, precisamente per evitare di dare adito ad atteggiamenti ostili o provocare inavvertitamente uno scontro.
Ma è diventato un simbolo mondiale del razzismo.
Nessuno è però rimasto impunito, perché la famiglia Sandmann ha fatto causa per diffamazione a tutte le testate che hanno diffuso foto e video con commenti che accusavano Nicholas di razzismo. I Sandmann hanno querelato il Washington Post per 250 milioni di dollari e il quotidiano ha deciso che fosse meglio patteggiare e pagare. Hanno querelato anche la Cnn chiedendo 275 milioni di dollari e la grande televisione liberal ha patteggiato e pagato. Hanno chiesto la stessa cifra anche alla NBC Universal e con lo stesso esito. Non si sa quanto (i termini del patteggiamento sono rimasti coperti da segreto), ma i principali responsabili della mostrificazione del minorenne Nicholas Sandmann hanno pagato. Ma interessa a qualcuno? Ormai il mostro è stato sbattuto in prima pagina, in tutto il mondo, come l’ebreo “malvagio” sulla copertina dell’Espresso.
Il mostro, in realtà, è già nella mente di chi fotografa e di chi pubblica e diffonde queste foto simbolo. La realtà serve solo a confermare questa immagine preconcetta e se la contraddice non ci vuol nulla a nasconderla. L’immagine è quella dell’uomo bianco cattivo che opprime le minoranze. L’ebreo, una volta in Israele, a contatto con i palestinesi (popolo eletto dagli antirazzisti a simbolo degli oppressi) cessa di essere “minoranza” e diventa “bianco privilegiato”. Esattamente come il cattolico americano, una volta indossato il berretto MAGA, cessa di essere minoranza perseguitata (dai protestanti bianchi anglo-sassoni) e diventa “bianco privilegiato”. Qualunque cosa faccia, è comunque un mostro di cui vergognarsi, se non spara e si limita a sorridere, tanto peggio per lui.
