Da quando Ahmed al-Sharaa è diventato con la forza il leader della Siria , ha coltivato l’immagine del presidente pragmatico, capace di aprire spiragli di dialogo pur mantenendo il pugno fermo in patria. Una narrazione accolta, in tempi diversi, da molte capitali occidentali e perfino da Donald Trump, che in più occasioni aveva lasciato intendere di considerarlo un interlocutore con cui si potesse trattare sul dossier siriano. La realtà, però, si è rivelata molto diversa.
Negli ultimi giorni Israele ha infatti annunciato che diversi militanti siriani responsabili di agguati, attentati e tentativi di infiltrazione agivano sotto la supervisione diretta della Direzione generale dell’intelligence di al-Sharaa. La notizia, riportata dall’emittente Kan 11 News, squarcia il velo su una rete clandestina che operava a ridosso del confine israeliano, muovendosi con una libertà che fino a poco tempo fa sembrava impensabile.
Fonti di sicurezza citate nel dossier hanno chiarito che questi gruppi non solo prendevano di mira pattuglie dell’esercito israeliano, ma stavano pianificando azioni violente anche contro la minoranza drusa della zona di Khader. Un doppio binario di destabilizzazione che dimostra quanto la macchina di potere di al-Sharaa fosse in grado di manovrare attori diversi, manipolando tensioni locali per proiettare forza oltre i confini siriani.
La rivelazione arriva dopo un’operazione notturna condotta dalla 55ª Brigata di riserva delle Forze di Difesa Israeliane nei pressi di Beit Jinn, sulle pendici del monte Hermon. Gli uomini dell’IDF avevano ricevuto informazioni precise sull’ubicazione di alcuni ricercati collegati alla rete di Damasco e hanno agito con rapidità chirurgica. Gli obiettivi principali della missione erano due fratelli affiliati al gruppo al-Jama’a al-Islamiyya, già noti alle autorità per aver posizionato ordigni esplosivi e preso parte al lancio di razzi verso Israele.
I militari li hanno trovati addormentati, segno evidente che la cellula era convinta di poter operare indisturbata sotto la protezione dell’intelligence siriana. I due non hanno opposto alcuna resistenza: un arresto pulito, apparentemente semplice, ma solo il preludio di quanto sarebbe accaduto dopo. Quando i soldati hanno lasciato l’abitazione per fare ritorno alle loro posizioni, un gruppo di terroristi appostato a circa duecento metri ha aperto il fuoco contro un veicolo dell’esercito parcheggiato nelle vicinanze. L’attacco è stato improvviso, violento e ben coordinato: sei riservisti sono stati colpiti, tre dei quali in condizioni gravissime. L’imboscata conferma che gli affiliati ad al-Sharaa non erano semplici militanti locali, ma operavano come parte di un disegno più ampio, caratterizzato da capacità militari e pianificazione avanzata. La risposta israeliana è stata immediata. Le truppe hanno reagito al fuoco, uccidendo diversi aggressori e riuscendo a neutralizzare l’intero gruppo responsabile dell’attacco. Altri due sospetti sono stati catturati e trasferiti in Israele per interrogatori più approfonditi, nel tentativo di ricostruire la catena di comando e i collegamenti con l’intelligence di Damasco.
Ma il punto centrale non è solo l’attacco in sé. È ciò che esso rivela è che Ahmed al-Sharaa, mentre all’estero si mostra come un leader disposto a collaborare con le potenze mondiali, dirige in realtà operazioni clandestine destabilizzanti. Un doppio gioco che ha tratto in inganno governi, analisti e persino Donald Trump, convinto per anni che il presidente siriano potesse essere “gestito” attraverso pressioni diplomatiche e deterrenza militare.Questa operazione, e le rivelazioni che ne sono seguite, mostrano invece un regime che non ha mai interrotto il sostegno a gruppi armati utilizzati come leve di pressione. Un regime che ha costruito la propria strategia regionale sull’ambiguità, presentandosi come baluardo contro il jihadismo mentre allo stesso tempo alimenta cellule violente quando gli torna utile.
Come scrivono imedia israeliani il caso di Beit Jinn dimostra che al-Sharaa che resta un jihadista, ha giocato su più tavoli contemporaneamente: quello diplomatico, quello militare e quello dell’intelligence. Ha sedotto interlocutori internazionali con la promessa di stabilità, mentre sul terreno sosteneva azioni ostili pronte a incendiare il confine settentrionale di Israele. Una manovra calcolata, un autentico inganno globale. La maschera del leader “affidabile” è caduta solo ora, grazie a una singola operazione condotta in una notte sulle montagne dell’Hermon. E quel che emerge è un quadro inquietante: Ahmed al-Sharaa non solo ha protetto reti violente, ma è riuscito a ingannare l’intera comunità internazionale, compresi coloro che pensavano di aver compreso — o controllato — le sue mosse.