Propalestinismo

Di chi sono vittime i bambini di Gaza

Un sostenitore di Israele, Bernard-Henri Lévy, ha scritto che le sue notti insonni sono tormentate dal ricordo dei bambini palestinesi deceduti a Gaza (si segnala che nessun sostenitore della «Palestina» si è mai detto tormentato dai bambini ebrei uccisi il 7 ottobre). Sono normali le angosce di Lévy: chiunque abbia visto da vicino la guerra sa bene quali orrori infligga agli innocenti, ai bambini certamente, ma anche agli anziani, e persino agli animali. Questi ultimi in particolare sono le vittime più dimenticate delle guerre e solo raramente la letteratura si è ricordata di loro. Tra i pochi scrittori che lo hanno fatto c’è stato il tedesco W.G. Sebald, che ha raccontato l’incendio dello zoo di Berlino in seguito ai bombardamenti alleati: la distruzione delle gabbie e dei padiglioni, i pachidermi che bruciavano vivi, urla di rabbia e terrore, animali in fiamme che scappano tra le macerie. Nemmeno queste scene strazianti, e altre che si trovano in Malaparte o Grossman, devono farci dimenticare che il nazismo andava sconfitto ad ogni costo, altrimenti l’umanità intera avrebbe conosciuto sofferenze altrettanto atroci e di ben più vasta portata.

Ma torniamo ai bambini di Gaza: qualcuno, segnatamente l’associazione pugliese «L’Isola che non c’è», ha deciso di candidarli al Premio Nobel per la Pace, un’iniziativa che ha riscosso l’entusiasmo di docenti universitari, leader politici, prelati, organizzazioni «umanitarie» laiche e religiose. La domanda sorge spontanea: perché proprio i «bambini di Gaza» e non i bambini in generale? Non sono bambini anche quelli che vengono rapiti in Ucraina e rivenduti come merce vivente nelle profondità della Russia, oppure quelli fatti a pezzi con metodi da macellai in Sudan o nel corso di qualche pluridecennale conflitto dimenticato dalla Storia e dai mass media?

La risposta è semplice: i «palestinesi», e soprattutto i «bambini palestinesi», sono stati trasformati nelle vittime per eccellenza, assolute, la cui tragedia supererebbe in sofferenza quella di qualsiasi altro evento della storia umana, e questo nonostante l’IDF sia l’esercito che, più di ogni altro, presta attenzione ai civili, bambini compresi. Eppure «intellettuali» come Sofri, Filiu o Traverso sostengono, privi di senso delle proporzioni e del ridicolo, che «c’è un prima e un dopo Gaza nella storia del mondo». Questa idealizzazione delle «vittime palestinesi» si paga al prezzo dell’oblio di tutte le altre, fatte scivolare in un cono d’ombra da cui non c’è possibilità di uscita.

Anche se, a ben vedere, un motivo per cui i bambini di Gaza meriterebbero il Nobel per la Pace a discapito degli altri fanciulli esiste: non solo sono stati vittime della guerra, ma anche dell’indifferenza e dell’incuria criminale dei leader politici votati e sostenuti dai loro stessi genitori. Hamas, infatti, per bocca dei suoi maggiorenti, non ha mai fatto mistero di aver scatenato il 7 ottobre per provocare una reazione israeliana che fabbricasse «martiri», meglio se donne e bambini, da agitare in favore delle telecamere occidentali, ben disposte a commuoversi davanti a vittime ideologicamente selezionate.

I «palestinesi» non si sono curati affatto dei loro figli: se lo avessero fatto, non li avrebbero affidati ad Hamas per farli crescere come fondamentalisti religiosi e assassini di massa, né avrebbero iniziato guerre che non possono vincere, anzi, avrebbero cercato la pace con il vicino israeliano, dal quale avrebbero potuto trarre indubitabili vantaggi. «Vittime della guerra e dei loro padri», questa è l’unica motivazione valida per cui ai «bambini di Gaza» andrebbe concesso il premio Nobel per la Pace.

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