Israele e Chiesa

È Israele che non vuole due Stati

La cronaca del viaggio papale in Medio Oriente, ci offre un interessante spunto per sintetizzare le vicende relative ai tentati compromessi tra arabi e ebrei negli ultimi cento anni per arrivare al mitico concetto dei «due Stati per due popoli». A Beirut, Papa Leone XIV incalzato dalle domande dei cronisti si è pronunciato su questo tema ritenendo che se non si è giunti ad un accordo è perché «Israele non vuole i due Stati».

Proviamo a vedere se ha ragione.

1919 Weizmann  Feisal   

Il primo tentativo di accordo tra ebrei e arabi è quello noto come accordo Weizmann-Feisal nel quale, i due leader, alla vigilia della Conferenza di pace di Parigi sottoscrissero un accordo che prevedeva il riconoscimento della nascita di uno Stato ebraico ad ovest del fiume Giordano. Accordo che poco dopo Feisal disconobbe completamente. 

1922 spartizione del Mandato 

Subito dopo la creazione del Mandato per la Palestina, volto ad assicurare l’autodeterminazione ebraica in Terra di Israele, gli inglesi, in qualità di Potenza mandataria, divisero il Mandato in due unità amministrative, una ad ovest del Giordano per creare lo Stato ebraico, e una a est per creare un nuovo Stato arabo: due Stati per due popoli anche se il popolo palestinese ancora come tale non esisteva. Tale decisione fu accetta (obtorto collo) dagli ebrei e rifiutata dagli arabi. 

L’Alto Commissario Samuel e il Gran Muftì di Gerusalemme 

Il rapporto tra le autorità britanniche e Amin Al-Husseini è emblematico di come la politica dell’appeasement nei confronti degli arabi, pur di arrivare ad un compromesso, abbia costantemente fallito: più le autorità britanniche “premiavano” Husseini più il leader arabo antisemita diventava estremista e dava il suo imprimatur a pogrom e jihad, così come nei decenni successivi è successo con Arafat e Abu Mazen.  

Nel maggio nel 1921 Amin Al-Husseini fu nominato dal Samuel Gran Muftì di Gerusalemme nonostante fosse il promotore delle violenze anti ebraiche dell’aprile dell’anno prima e per quelle violenze fu condannato da un tribunale militare a cui seguì la concessione della grazia proprio da parte Samuel.  

Appena nominato Gran Muftì, Al-Husseini fu protagonista di un nuovo pogrom anti ebraico. Nonostante il suo palese estremismo nel 1922 fu premiato nuovamente: sempre Samuel lo nominò presidente del neo costituito Consiglio Islamico. 

1929 e la strage di Hebron 

L’estremismo arabo si riacutizzò nel 1929 e questa volta il pretesto fu una diatriba tutta ebraica in merito all’utilizzo dello spazio antistante il Kotel. Ancora una volta il Muftì di Gerusalemme chiamò gli arabi al jihad per una presunta profanazione della moschea di Al-Aqsa. Di conseguenza si scatenarono nuovi e sanguinosissimi pogrom in molte località, il più violento colpì la comunità ebraica che era sempre stata presente a Hebron e che fu sterminata.  

Le autorità britanniche, dopo aver riportato faticosamente la calma decisero di nominare una commissione (la Shaw Commission) per studiare la dinamica degli avvenimenti. Nonostante i tribunali avessero condannato centinaia di terroristi arabi autori delle violenze e avessero raccolto numerose testimonianze sul ruolo attivo giocato dal Muftì, la commissione dichiarò che il suo ruolo non era stato “attivo” ma che semplicemente non aveva fatto molto per fermare le violenze. Quindi non lo si poteva rimuovere dai suoi incarichi perché godeva di un ampio appoggio popolare. L’appeasement britannico non si fermò qui. Fu infatti formata una nuova commissione (la Hope Simpson Commission) in base alla quale si cercò di individuare le radici delle violenze arabe. Vennero trovate nel “sentimento di dispossesso” degli arabi causato dalla politica britannica in favore della Dichiarazione Balfour (per la verità già all’epoca applicata molto blandamente). Il risultato fu discusso dal governo britannico che formulò, il 21 ottobre 1930, la sua nuova politica per il Mandato per la Palestina noto come il Libro Bianco di Lord Passfield, con il quale nei fatti si disconosceva l’impegno preso per la costruzione del Jewish National Home, in modo da compiacere gli arabi. Weizmann protestò duramente con il governo britannico, minacciando di portare il caso davanti ai giudici della Corte Permanente di Giustizia Internazionale per aperta violazione delle disposizioni del Mandato per la Palestina. Il primo ministro MacDonald scrisse una lettera al leader sionista nella quale gli assicurava l’immutato impegno britannico verso la creazione della Jewish National Home ma in concreto furono imposte forti restrizioni all’immigrazione e all’acquisto di terreni da parte dei soli ebrei. 

1936 la rivolta araba e la Commissione Peel 

Il 1936 vide lo scoppio di una rivolta generalizzata della popolazione araba e ancora una volta il Gran Muftì si mise a capo dei rivoltosi con una rinnovata retorica carica d’odio e di disprezzo verso la popolazione ebraica. A questa si aggiunse un nuovo elemento: l’istigazione all’odio verso le famiglie arabe accusate di vendere terreni agli ebrei, accusandole di tradimento della causa araba (anche se segretamente la famiglia Al-Husseini era tra le maggiori venditrici di terreni essendo in possesso di immense quantità di terra e avendoci ricavato una fortuna). Questa volta le autorità britanniche non chiusero gli occhi di fronte all’operato del Muftì, ma solamente perché aveva iniziato a incitare i rivoltosi contro i soldati britannici. I britannici scoprirono che il Muftì “ufficialmente” teneva discorsi concilianti e dietro le quinte incitava la rivolta verso ebrei e inglesi (lo stesso atteggiamento seguito poi da Arafat e Abu Mazen). A questo punto fu emanato un mandato di cattura nei suoi confronti ed egli fuggì a Beirut. 

A seguito della rivolta araba, il governo britannico decise di istituire l’ennesima commissione, così nel 1937 fu formata la Royal Commission o Peel Commission per capire le cause della rivolta. Nonostante la Commissione avesse accertato che la presenza ebraica fosse stata da tutti i punti di vista un motore di sviluppo per gli arabi, emerse ancora una volta che la causa del malcontento arabo era un diffuso sentimento di dispossesso (anche se generato da alcuni leader arabi e non comprovato da dati reali).  

La vera novità suggerita da questa commissione fu la proposta di spartizione del Mandato (solo la parte ad ovest del fiume Giordano mentre la parte ad est rimaneva saldamente agli arabi) che concedeva il 70% del territorio agli arabi, il 20% agli ebrei, mentre il 10% sarebbe rimasto sotto il controllo britannico (Gerusalemme e un corridoio fino al mare nei pressi di Giaffa). La Commissione Peel fu seguita da una nuova commissione – la Woodhead Commission – che formulò una proposta di partizione ancora più penalizzante per gli ebrei.

La proposta di spartizione fu dibattuta all’interno delle due comunità, ma mentre la dirigenza ebraica l’accettò dopo un aspro dibattito, quella araba la rigettò in toto: non c’era spazio per nessun Stato ebraico per quanto piccolo. I britannici, imperterriti nel loro atteggiamento di appeasement verso gli arabi, vollero convocare una conferenza a Londra (7 febbraio 17 marzo 1939). Per volontà araba le due delegazioni non si incontrarono mai ma si riunirono in stanze diverse con i funzionari inglesi che facevano la spola tra una stanza e l’altra. Come era prevedibile la conferenza portò a un nulla di fatto. Anzi, l’appeasement britannico portò alla formulazione del Libro Bianco del 1939 che di fatto sanciva la fine di tutte le disposizioni contenute nel Mandato per la Palestina relative al Jewish National Home. 

1939 Il Libro Bianco 

Le decisioni prese dal governo britannico con il Libro Bianco (17 maggio 1939) furono successivamente discusse e bocciate dalla Commissione Permanente dei Mandati, l’organo della Società delle Nazioni incaricato di supervisionare l’operato dei mandatari. Il Consiglio della SdN, che doveva prendere una decisione in merito, non fu mai convocato a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Per cui tutte le decisioni contenute nel Libro Bianco in materia di immigrazione e insediamento ebraico entrarono in vigore nel Mandato. Tra di esse, la più illegale fu senz’altro l’approvazione e l’entrata in vigore, il 28 febbraio 1940, del “Land Transfer Regulations”. Questo regolamento prevedeva che tutto il territorio mandatario fosse diviso in tre aree: 

Area A, corrispondente a circa il 63% del territorio, nel quale era vietata la vendita di terreni agli ebrei. 

Area B, corrispondente a circa il 34% del territorio, nel quale la vendita di terreni agli ebrei era possibile solo con un permesso speciale dell’Alto Commissario, questo era estremamente difficile da ottenere per ragioni politiche di appeasement verso gli arabi.  

Area C, corrispondente a circa il 3% del territorio, nel quale era lasciata libera la possibilità agli ebrei di acquistare i terreni e di edificare. Per ovvie ragioni i prezzi di acquisto delle terre nell’ area C aumentarono enormemente. 

E’ doveroso sottolineare che questi regolamenti, che si applicavano esclusivamente con criteri etnico/religiosi, si possono mettere al pari delle leggi raziali approvate nella Germania nazista, nell’Italia fascista e successivamente con l’entrata in vigore dell’apartheid in Sud Africa. Oltre che ignobili dal punto di vista morale, erano completamente illegali dal punto di vista del diritto internazionale. In ogni caso rimasero in vigore fino alla proclamazione di indipendenza di Israele. 

1947 proposta di spartizione del Mandato 

Un altro capitolo del tentativo di trovare una soluzione dei due Stati per due popoli, fu la proposta di spartizione del Mandato tra ebrei e arabi formulato dall’ONU nel novembre del ’47. Questo ennesimo tentativo di trovare un accordo tra le parti venne rigettato dagli arabi mentre gli ebrei si dimostrarono favorevoli anche se era in aperto contrasto con le disposizioni mandatarie al pari della proposta formulata dieci anni prima dalla Commissione Peel. Quello che si ottenne con la proposta fu una guerra civile tra arabi ed ebrei e la successiva invasione da parte di 5 eserciti arabi oltre che il boicottaggio del nascente Stato di Israele. 

1967 la guerra dei Sei giorni 

Il successivo capitolo del libro dei due Stati per due popoli, avvenne all’indomani della vittoriosa – per Israele – guerra dei Sei giorni nel giugno del 1967. Al tentativo di mediazione internazionale formulato con l’inedito criterio di “pace in cambio di terra”, gli arabi risposero con i tre no formulati alla Conferenza di Khartoum del settembre 1967: “no alla pace con Israele”, “no al riconoscimento di Israele” e “no a negoziazioni con Israele” a cui fecero seguito la guerra di Yom Kippur dell’ottobre 1973 e l’embargo petrolifero.  

1993-95 Accordi di Oslo 

Il grande entusiasmo internazionale per gli accordi di Oslo con i quali si trovava un primo punto di intesa tra arabi ed ebrei fu presto sostituito dalla realtà dei fatti sul terreno. Il neo eletto presidente dell’Autorità Palestinese, Yasser Arafat, alla stessa stregua del Muftì di Gerusalemme, si dimostrava disponibile al compromesso quando parlava con i rappresentanti americani e europei per strappare lauti finanziamenti ma, al contempo, non tanto segretamente, era il diretto responsabile dei numerosi attentati terroristici che insanguinarono Israele già a partire dal 1996 e che di fatto misero in dubbio la reale volontà degli arabi ad arrivare a uno compromesso con gli ebrei. 

2000 Proposta Barak a Camp David e Taba 

Nonostante lo stillicidio di attentati anti-ebraici, il premier israeliano Ehud Barak a Camp David nel 2000 e successivamente a Taba nel 2001 fece l’offerta ad Arafat per due i Stati per due popoli. Sotto egida americana, ma forse sarebbe più corretto dire sotto forte pressione americana, Barak arrivò ad offrire ad Arafat la quasi totalità della Giudea e Samaria della Striscia di Gaza e tutta la parte est di Gerusalemme per edificarvi uno Stato palestinese indipendente. La risposta di Arafat, con l’appoggio incondizionato della stragrande maggioranza della popolazione araba, fu la Seconda intifada, cioè un’ondata di terrorismo senza precedenti che sarebbe durata per cinque anni.

2008 proposta Olmert ad Annapolis   

La proposta di Barak ad Arafat venne riformulata nel 2008 dal premier israeliano Ehud Olmert al successore di Arafat, Abu Mazen, con l’aggiunta del permesso di far risiedere in Israele un numero enorme di discendenti dei profughi arabi del ’48. Anche in questo caso tutte le pressioni internazionali furono rivolte unicamente nei confronti di Israele, costretto a sempre maggiori concessioni da veri e finti alleati. Anche questo nuovo capitolo di appeasement non portò a nulla di concreto dal punto di vista politico a causa dell’ennesimo rifiuto arabo. Seguirono il lancio di diverse migliaia di razzi da Gaza (lasciata completamente in mano agli arabi dal 2005 con un atto unilaterale da parte di Israele) e varie ondate di terrorismo.  

A queste tappe salienti nella storia dei vari tentativi di conciliazione è seguita nel corso degli ultimi decenni una massiccia campagna di delegittimazione nei confronti di Israele tramite risoluzioni ONU fortemente politicizzate, accuse di apartheid da parte di ONG e di numerosi funzionari e commissari ONU, e la pubblicazione di Black list di aziende israeliane da parte del Consiglio dei diritti umani. La UE nel contempo si è distinta per l’etichettatura di prodotti israeliani – cosa mai attuata nei confronti di nessun paese al mondo anche se protagonista di occupazione militare – e per l’attuazione di una sistematica politica di finanziamento di costruzioni illegali arabe e di testi scolastici pesantemente antisemiti utilizzati nella scuole gestite dall’Autorità Palestinese. Tutto questo ha portato all’azione genocidaria palestinese del 7 ottobre 2023, cioè al più grande eccidio di ebrei dalla Seconda guerra mondiale.  

 Tuttavia, come ci ricorda Papa Leone XIV è Israele che non vuole i due Stati per due popoli. 

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