Non erano trascorse nemmeno 24 ore dall’attentato dello scorso sabato a Modena e già numerosi media ed esponenti della politica parlavano di azione isolata compiuta da un pazzo, ancor prima che si chiarissero le dinamiche o che venisse fatta una perizia sull’autore dell’attacco.
Apparentemente, essere stato in cura per un periodo presso un centro di igiene mentale ed avere la cittadinanza italiana erano elementi sufficienti ad escludere immediatamente la potenziale azione terroristica.
Sembra quasi che se un soggetto sia mentalmente malato allora non possa essere accusato di terrorismo; come se per essere un terrorista sia necessario essere totalmente sano di mente. Come se chi dirotta aerei, fa esplodere metropolitane e treni o colpisce indiscriminatamente la folla sia un soggetto perfettamente in salute sul piano mentale.
Eppure, come già riportato da Il Tempo, sono numerosi gli esperti che illustrano l’esatto contrario: “Emily Corner (Centre for Behaviour Analysis), Criminologa e ricercatrice specializzata nell’intersezione tra salute mentale e criminalità ideologica, sottolineava che la diagnosi di un disturbo mentale non esclude la presenza di una motivazione politica o ideologica e viceversa. Liquidare solo come “follia” il gesto, ritenendo che ciò possa servire ad allontanare lo spettro del terrorismo a contenuto religioso, è affrettato e superficiale. E ancora: Paul Gill della University College London, che per primo aveva superato la vecchia dicotomia matto o terrorista, spiegando che la vulnerabilità psicologica, che si manifesta con ansia, depressione, disturbi di personalità, può agire spesso come facilitatore della radicalizzazione ideologica”.
La problematica mentale e il terrorismo non sono in contrapposizione e ostinarsi a volerli presentare come incompatibili dimostra di non aver minimamente capito il fenomeno.
Il terrorismo è cambiato
Ciò che si fatica a comprendere è il fatto che il terrorismo islamista sia cambiato ed anche da parecchio tempo. Con l’inizio della “fase ISIS” attorno al 2014 è progressivamente iniziato a decadere il pattern dell’attentato perpetrato da soggetti inseriti all’interno di organizzazioni terroristiche tradizionali, con una struttura gerarchica e una chiara catena di comando e controllo, in stile al-Qaeda, Gamaa al-Islamiyya eccetera.
Nel 2014, fu proprio l’ISIS, tramite un audiomessaggio dell’ex portavoce al-Adnani, ad incoraggiare singoli soggetti sostenitori dell’organizzazione a colpire utilizzando automezzi e coltelli. Questa propaganda ebbe una forte risonanza e ispirò direttamente numerosi attacchi mortali in Europa e Stati Uniti.
Nel 2025, la newsletter dell’ISIS, al-Naba, ha diffuso un ulteriore appello incitando i seguaci a compiere attacchi utilizzando sia veicoli che coltelli in risposta all’offensiva israeliana contro Hamas a Gaza, inaugurando una “stagione del terrore” contro Israele, Stati Uniti ed Europa.
Il punto centrale di questa strategia è ispirare soggetti potenzialmente sensibili alla propaganda jihadista ad agire in modo indipendente utilizzando strumenti facilmente reperibili.
Un’azione perpetrata dal singolo soggetto che si attiva autonomamente per colpire determinati target con un preciso modus operandi può dunque essere classificato come atto terroristico. Resta poi da analizzare se questo “attivarsi” avvenga in totale autonomia tramite esposizione a propaganda e narrativa diffusa ad ampio spettro o con il diretto ausilio di altri soggetti, ma questo aspetto può essere confermato soltanto da indagini approfondite che richiedono tempo.
E’ una strategia estremamente problematica in quanto di difficile prevenzione proprio a causa della difficoltà nell’implementare controlli volti all’intervento. Punta a seminare il terreno con la propaganda di odio nell’attesa che un soggetto si auto attivi. Per le forze di sicurezza è impossibile monitorare tutti, nonostante l’ottima preparazione avanzatissime capacità e gli strumenti all’avanguardia. E’ dunque possibile che alcuni sfuggano ai radar. Non è come nel caso di un’organizzazione terrorista di stampo tradizionale, con una struttura gerarchica, reti e cellule, che può essere infiltrata.
Il terrorista punta a colpire civili in maniera casuale, diffondendo paura e terrore collettivo e a questo punto la rivendicazione non è nemmeno più necessaria. E’ sufficiente l’effetto “terrore”. Anzi, restare nel campo del dubbio favorisce il terrorismo in quanto genera ulteriore insicurezza tra la popolazione colpita e da l’impressione che le autorità puntino a sminuire e negare la matrice terroristica perché in difficoltà. Dire che “non è terrorismo” fa insomma il gioco dei terroristi.
Il modus operandi
Per quanto riguarda l’attacco perpetrato sabato da Salim El Koudri, allo stato attuale è utile focalizzarsi sul modus operandi, in perfetto stile ISIS: l’utilizzo di un autoveicolo trasformato in arma per provocare il massimo numero possibile di vittime; il soggetto in questione che prende la mira cercando di investire i passanti (come già esposto da testimoni). Poi la seconda fase, dove El Koudri scende dall’abitacolo armato di coltello e colpisce prima di venire atterrato da un gruppo di passanti. Un’azione da manuale del terrore dell’ISIS.
A queste dinamiche, in attesa di ulteriori elementi, si aggiungono le email indirizzate all’università dove aveva studiato con insulti nei confronti dei cristiani. Inoltre, El Koudri avrebbe dichiarato che “sapeva di andare a morire”, affermazione che rientra nella concezione dello Shahid, di colui che cerca il martirio.
Insomma, chi attende una rivendicazione di stampo tradizionale probabilmente resterà deluso, ma ciò non significa che l’atto non sia di matrice terroristica e che non emergeranno ulteriori elementi di interesse. Potrebbe benissimo trattarsi di terrorismo individuale con il soggetto che ha agito per emulazione, ispirato da determinata narrativa o propaganda ampiamente diffusa sui social, sul web e nelle piazze, oppure potrebbe essere stato incalzato da qualcuno. Poco cambia perchè le conseguenze sono evidenti.