Ci mancava solo Fabrizio Corona a Gerusalemme. Tra sirene antiaeree, trattative in stallo e minacce di nuove offensive, è atterrato il «re del gossip» italiano, come se la Striscia di Gaza fosse l’ultima passerella utile per rilanciare un personaggio che da vent’anni si reinventa senza sosta: dalle copertine patinate ai reality show, dalle aule di tribunale alle interviste scandalistiche.
La sua presenza in Israele è un ossimoro vivente. Da un lato un Paese che discute di sicurezza nazionale, ostaggi, operazioni militari e scenari geopolitici complessi; dall’altro un uomo che non ha mai avuto alcuna familiarità con conflitti, diplomazia o analisi internazionale. Corona non conosce i fatti, non maneggia i nomi, non ha idea delle dinamiche regionali. Ma per il suo universo mediatico questo non è un problema. Perché ciò che conta non è sapere, ma esserci: farsi vedere, occupare la scena, trasformare ogni contesto – anche il più drammatico – in un contenuto da raccontare.
Ed eccolo dunque, catapultato in una cornice che nulla ha a che fare con la sua biografia, pronto a trasformare tragedie epocali in materiale per storie Instagram. Per gli israeliani, abituati a generali in uniforme e analisti di strategia militare, sarà difficile comprendere se Corona sia un inviato speciale improvvisato, un turista spaesato o un esperimento sociale. Il vero paradosso è evidente: mentre inviati di guerra e reporter indipendenti rischiano la pelle per documentare la realtà, basta l’arrivo di un ex fotografo dei vip per catalizzare l’attenzione. Un uomo che, più che al conflitto, è legato a un curriculum giudiziario che sembra uscito da un manuale di criminologia: condanne per bancarotta fraudolenta, per estorsione, una lunga serie di processi e rientri mediatici orchestrati con la precisione di un marketing spregiudicato.
Il suo arrivo, lungi dall’essere un contributo alla comprensione del conflitto, diventa invece l’ennesima dimostrazione della debolezza del sistema mediatico italiano. Un sistema che, di fronte a un evento internazionale drammatico e complesso, riesce a spostare l’attenzione dal fronte alla cronaca rosa, dal destino degli ostaggi alla biografia di un personaggio che della provocazione ha fatto mestiere. In un momento in cui l’Europa discute di mediazioni, la comunità internazionale di cessate il fuoco e Israele di strategie militari, l’Italia riesce a esportare il peggio del suo star system. La sproporzione è lampante. Da una parte i diplomatici logorati da mesi di colloqui, i leader politici impegnati a cercare vie d’uscita, le famiglie degli ostaggi appese a notizie frammentarie. Dall’altra, un uomo che ignora completamente i meccanismi della diplomazia, ma che della guerra farà comunque un contenuto social, corredato da selfie e video da condividere con i follower.
Il risultato è surreale, ai limiti del grottesco. L’idea che Fabrizio Corona possa raccontare la guerra di Gaza ha lo stesso peso analitico di un talk show del pomeriggio. Ma la cosa più inquietante è che trova spazio, attenzione e visibilità. Invece di chiedersi quali possano essere le conseguenze di una nuova offensiva, o quale futuro attenda i negoziati sugli ostaggi, ci si interroga su come mai Corona sia atterrato a Tel Aviv. E così, mentre in Medio Oriente si consuma uno dei conflitti più complessi e pericolosi degli ultimi decenni, l’Italia conferma il suo primato in una disciplina unica: trasformare la tragedia in spettacolo, la geopolitica in pettegolezzo, la guerra in un set fotografico.
Morale della favola? Mentre Israele prepara nuove operazioni e Hamas proclama resistenza, Fabrizio Corona prepara storie Instagram e dirette You Tube per fare «il vero giornalismo» . Il conflitto continua, i mediatori si logorano, le famiglie piangono, ma lui sorride all’obiettivo, pronto a cavalcare l’ennesima onda di visibilità. È la dimostrazione che il circo mediatico italiano non conosce limiti né confini: pianta la sua tenda ovunque, anche in mezzo a una guerra. E alla fine resta solo una domanda, amara ma inevitabile: se la tragedia diventa palcoscenico, cosa resta della dignità del giornalismo? Forse nulla. Ma almeno avremo un nuovo selfie da commentare.