Israele e Hamas

Gaza: fallimento o mezzo fallimento

Ci sono due modi di guardare alla realtà, uno, tentando di camuffarla proiettando su di essa aspettative che i fatti respingono risolutamente, l’altra conformandosi ai fatti e riconoscendo la loro supremazia rispetto ai propri desideri.

Dopo il 7 ottobre 2023, e nel corso di due anni di guerra scatenata da Hamas, Benjamin Netanyahu ha ribadito senza sosta che l’obiettivo principale dell’IDF era, oltre alla liberazione degli ostaggi detenuti nella Striscia, quello di terminare il controllo politico e militare di Hamas al suo interno. Secondo i suoi alleati di governo, Itmar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, rispettivamente ministro della Pubblica Sicurezza e ministro delle Finanze, era questo, soprattutto questo, l’obiettivo da raggiungere. Oltre a ciò, in opposizione ai desiderata dell’Amministrazione Biden, Netanyahu ha continuato a manifestare la sua aperta opposizione a che L’Autorità Palestinese potesse avere un ruolo in un governo di Gaza post Hamas.

Oggi, a circa quattro mesi dalla fine delle ostilità, l’Autorità Palestinese è ritornata a Gaza e si appresta ad avere un ruolo attivo di governo all’interno del NCAG, il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, mentre Hamas detiene il controllo di poco meno dea metà della Striscia. Sulla questione fondamentale del suo disarmo, la situazione non potrebbe essere più incerta.

Hamas ha dichiarato più volte che non intende cedere le armi nonostante i proclami bellicosi di Trump che se non dovesse farlo, “si apriranno le porte dell’inferno”, ormai uno slogan privo di qualsiasi effetto.

All’interno del Board of Peace, l’elefantiaca struttura messa in piedi da Trump per il futuro di Gaza, e che in realtà si è estesa molto oltre la sua specifica funzione, sono stati inseriti tra i vari Paesi anche la Turchia e il Qatar, che sono, insieme all’Iran, i principali sostenitori di Hamas.

Il valico di Rafah, che Israele non voleva fosse riaperto è ora di nuovo operativo, come desiderava l’Egitto, il quale, in tutti questi anni ho permesso a Hamas di agire indisturbato. A ciò va aggiunto che, dopo 15 mesi di combattimento, il sessanta per cento dei tunnel di Hamas permane intatto.

Il mosaico si compone di un atro tassello. L’Amministrazione Trump ha fatto sapere che in futuro i membri di Hamas i quali mostreranno buona condotta, potranno essere inseriti in una commissione all’interno del Board of Peace.

A questo punto occorre ricordarsi quello che desiderava l’Amminstrazione Biden: la fine della guerra anche se Hamas non era stato completamente sconfitto e la gestione della Striscia nuovamente sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Questa prospettiva implicava un completo rinnovamento della sua struttura

La prima condizione è stata soddisfatta dall’Amministrazione Trump, la seconda lo è parzialmente, con l’aggravante che L’Autorità Palestinese non ha subito alcun rinnovamento.

Di fronte a queste evidenze, affermare che Israele a Gaza abbia conseguito la vittoria appare surreale. Se si vuole essere benevoli ci troviamo al cospetto di quello che Daniel Pipes aveva lucidamente previsto su queste pagine all’inizio della guerra, un mezzo fallimento https://www.linformale.eu/un-probabile-mezzo-fallimento-intervista-con-daniel-pipes/.

A esserlo di meno si tratta di considerarlo un fallimento vero e proprio, laddove si ritenga che, come è sempre accaduto nel corso della storia, una vittoria in guerra si ottiene quando uno dei due antagonisti si arrende, riconosce la sconfitta e, anche se non sempre, il suo territorio viene occupato permanentemente o provvisoriamente dal vincitore. Nessuna di queste tre condizioni si è determinata a Gaza.

Non solo. In questo caso, il nemico, Hamas, ha buone prospettive di riconfigurarsi e di avere sponde politiche rilevanti (Qatar e Turchia) che gli consentano la sopravvivenza e, nonostante le frizioni passate e presenti, di potersi accordare con l’Autorità Palestinese.

L’unico aspetto apparentemente positivo dell’esito della guerra è il controllo attuale da parte di Israele del 53 per cento del territorio ma, anche in questo caso bisognerà vedere se gli Stati Uniti gli consentiranno di conservarlo senza ulteriori arredamenti. Ma anche se dovesse venire mantenuto, per Gaza si prospetta una situazione molto simile a quella della Cisgiordania; un territorio diviso, con un nemico ben insediato al suo interno e puntellato dall’interno della struttura che gli Stati Uniti hanno architettato per il futuro della Striscia.

Arduo considerare anche questa una prospettiva vittoriosa.

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