C’è una nuova specie che prolifera indisturbata nello spazio mediatico: l’esperto universale. Non importa il tema, la latitudine o il livello di complessità.
Oggi analizza la guerra in Ucraina con mappe improvvisate e grafici presi da Google Images, domani spiega Hamas e Israele con la stessa profondità con cui si commenta una partita di tennis. Dopodomani è il turno dell’Iran, del Venezuela, dell’Artico, di Cuba. E, se avanza tempo, anche della strage di Crans-Montana della quale sanno tutto perché « un amico che lavora li vicino mi ha detto….». Tutto, sempre, con tono solenne e sicumera granitica, come se ogni frase fosse scolpita nella pietra.
È una produzione industriale di opinioni, spesso confezionate senza alcun contatto con i fatti, ma vendute come rivelazioni. Il metodo è semplice: mescolare qualche notizia letta di sfuggita, una fonte mai citata, un “si dice” elevato a prova e una dose generosa di immaginazione. Il risultato è un diluvio di informazioni sballate che rimbalzano da un social all’altro, creando l’illusione della competenza e la certezza della confusione. Un rumore costante che soffoca chi prova ancora a distinguere tra dato verificato e suggestione. Così apprendiamo che la Guida suprema iraniana sarebbe in fuga verso Mosca, salvo poi scoprire, il giorno dopo, che il suo ministro degli Esteri avrebbe trovato rifugio in Libano. Due scenari incompatibili, ma poco importa: l’importante è pubblicare per primi, non capire. La realtà, con le sue lentezze e le sue verifiche, è considerata un fastidio. Meglio l’anticipazione clamorosa, anche se inventata. Se poi viene smentita, pazienza: l’indignazione dura un ciclo di notizie, la memoria molto meno. Lo stesso copione si ripete su ogni dossier. C’è chi spiega l’Artico senza aver mai distinto un rompighiaccio da un traghetto per andare in vacanza, chi racconta Cuba come se fosse rimasta congelata al 1962 e chi pontifica sul Venezuela ignorando persino i dati di base.
Non mancano gli esperti improvvisati di dinastie in esilio, capaci di ricostruire nei dettagli la vita di famiglie storiche come i Pahlavi, salvo confondere nomi, ruoli e contesti. Tutti parlano, pochi studiano. Tutti sentenziano, quasi nessuno controlla.
Il capolavoro, però, arriva con il caso di Mohammed Hannoun. Qui la fantasia supera se stessa. C’è chi sostiene di avere avuto accesso diretto al suo telefono cellulare, come se le indagini giudiziarie fossero un gruppo WhatsApp aperto agli opinionisti della domenica. Le accuse si moltiplicano fino all’assurdo: di tutto, a parte il ponte Morandi e l’11 settembre 2001 è stato lui. Un accumulo grottesco, dove l’iperbole sostituisce l’inchiesta e il sospetto diventa una scorciatoia narrativa con la quale si fa persono carriera.
In questo teatro dell’assurdo, il concetto di responsabilità scompare. Nessuno paga per gli errori, nessuno corregge le bufale, nessuno chiede scusa. Domani si ricomincia, su un altro fronte, con la stessa disinvoltura. Perché l’obiettivo non è informare, ma occupare spazio. Non capire il mondo, ma commentarlo a raffica, possibilmente con toni apocalittici. Il problema non è la pluralità delle opinioni, che resta un valore. Il problema è la simulazione della competenza, l’uso dell’autorità come travestimento, la trasformazione dell’ignoranza in prodotto editoriale.
In un’epoca già segnata da guerre vere e tragedie reali, questo rumore di fondo non è solo fastidioso: è dannoso. Perché mentre gli esperti universali parlano di tutto, alla fine non spiegano niente. E lasciano solo macerie informative, difficili da sgomberare quanto quelle di una guerra che non hanno mai capito.