Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

Il crescente isolamento della Albanese e i guai giudiziari

Duro attacco della delegazione italiana all’ONU nei confronti del rapporto presentato dalla relatrice speciale per i “territori palestinesi occupati”, Francesca Albanese, riguardo alla crisi israelo-palestinese. Il testo è infatti stato definito dall’ambasciatore, Maurizio Massari, come “completamente privo di credibilità e imparzialità” ed ha inoltre aggiunto che “Come Italia, non ne siamo sorpresi”.

Sempre secondo quanto dichiarato da Massari: “Il contenuto del rapporto supera palesemente il mandato specifico della relatrice speciale, che non include indagini su presunte violazioni commesse da altri Stati o entità, nè giudizi sulla cooperazione tra Paesi terzi e la Cpi”.

Massari ha poi aggiunto che “Ancora più preoccupante è il completo disprezzo, in particolare negli ultimi mesi, per il codice di condotta dei Relatori Speciali, che include principi di buon senso quali integrità, imparzialità e buona fede. Questi non sono opzionali; sono il fondamento di qualsiasi rapporto credibile, dell’attuazione del mandato e delle Nazioni Unite stesse”.

La rappresentanza italiana al Palazzo di Vetro ha poi ricordato che la carenza di moderazione e imparzialità è già stata evidenziata in passato da altri Paesi, aggiungendo che “in un recente evento pubblico in Italia, la Albanese è addirittura sembrata mettere in discussione una dichiarazione del sindaco locale che chiedeva il rilascio degli ostaggi israeliani”. Il riferimento è al caso di Reggio Emilia dello scorso 27 settembre durante la consegna di un premio quando la Albanese ha redarguito il primo cittadino, Marco Massari: “Non la giudico, la perdono. Ma mi prometta che questa cosa non la dice più”.

E’ bene ricordare che la Albanese ha recentemente indicato l’Italia come uno dei 63 Paesi che, a suo dire, sarebbero complici del cosiddetto “genocidio a Gaza”.

Intanto la situazione per la Albanese va di male in peggio. A inizio ottobre il personaggio in questione aveva abbandonato lo studio del programma televisivo “In Onda” nel momento in cui veniva nominata la posizione della senatrice Liliana Segre sull’uso del termine “genocidio” a Gaza.

Caso non isolato visto che, come illustrato dal figlio della senatrice, Luciano Belli Paci, la Albanese aveva precedentemente postato l’immagine di un murale con il volto della Segre e la parola “Indifferenza”. L’hashtag era #GazaGenocide, come a dire che le dichiarazioni fatte da Liliana Segre su Gaza fossero in contraddizione con il suo impegno di sempre a non voltarsi dall’altra parte.

Come se non bastasse, la Albanese era arrivata ad affermare che la Segre non ha lucidità quando parla di genocidio in quanto traumatizzata dalla Shoah che ha vissuto, improvvisando anche un inopportuno paragone di tipo medico: “Se una persona ha una malattia, non va a farsi fare la diagnosi da un sopravvissuto a quella malattia, ma da un oncologo”.

Esternazioni che hanno in parte contribuito a un progressivo allontanamento della Albanese da parte di quegli ambiti di sinistra non estrema che inizialmente la sostenevano presentandola come paladina dei diritti umani.

Intanto, è emerso che la Albanese, durante la recente conferenza tenutasi in Sud Africa, ha ricevuto i documenti legali presentati dall’avvocato Hillel Neuer, a capo dell’organizzazione UN Watch, secondo cui la sua nomina come relatrice ONU non è più valida da aprile 2025 e la Albanese avrebbe dunque perso la propria immunità, essendo quindi ora esposta a cause legali.

Secondo la UN Watch infatti, il rinnovo dello scorso luglio è stato fatto in violazione della normativa vigente, come previsto dalla Dichiarazione Presidenziale e sancito all’articolo 7 del Manuale operativo delle Procedure speciali, che richiede che il Presidente trasmetta al Consiglio qualsiasi informazione relativa a violazioni del Codice di condotta da parte dei titolari di mandato nell’ambito delle Procedure Speciali.

La situazione resta però poco chiara. L’ufficio per le Procedure Speciali delle Nazioni Unite non ha emesso una decisione pubblica che annulli la sua nomina. Le controversie legali e diplomatiche sul mandato di Albanese e sulla sua eventuale immunità restano quindi irrisolte allo stato attuale.

Lo scorso luglio il Dipartimento di Stato americano ha sanzionato la Albanese con le seguenti accuse:

Gli Stati Uniti hanno ripetutamente condannato e contestato le attività pregiudiziali e dannose dell’Albanese che l’hanno resa da lungo tempo inadeguata per adempiere al suo ruolo di Relatrice Speciale. La Albanese ha diffuso antisemitismo e antisionismo sfacciati, ha espresso sostegno per il terrorismo, e plateale disprezzo per gli Stati Uniti, Israele e per l’Occidente. Tale pregiudizio è stato evidente nel corso della sua carriera, inclusa la raccomandazione alla CPI, senza una base legittima, di emettere mandati di arresto contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant. Recentemente ha intensificato questa iniziativa scrivendo lettere minacciose a decine di entità in tutto il mondo, tra cui importanti aziende americane nei settori della finanza, della tecnologia, della difesa, dell’energia e dell’ospitalità, formulando accuse estreme e infondate e raccomandando alla CPI di avviare indagini e procedimenti giudiziari contro queste aziende e i loro dirigenti. Non tollereremo queste campagne di guerra politica ed economica, che minacciano i nostri interessi e la nostra sovranità nazionale”.

Le sanzioni statunitensi sono senza ombra di dubbio un colpo pesantissimo per la Albanese, non soltanto sul piano finanziario ma anche politico visto che non solo non potrà più entrare negli Stati Uniti (quindi all’ONU) ma sarà anche difficile per i Paesi alleati di Washington coinvolgerla in attività di varia natura.

Non a caso gli ultimi viaggi della Albanese sono stati in Sudafrica, Paese ostile a Israele e in Colombia dal bolivariano Gustavo Petro, nuovo alleato del dittatore venezuelano Maduro e ai ferri corti con gli USA. I tre sono tutti sanzionati da Washington e non è certo un caso.

Insomma, la posizione della Albanese è sempre più chiaramente di parte, non che prima non fosse evidente, e dunque non idonea all’incarico ONU.

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