Ci sono ormai delle evidenze lampanti relativamente alle divergenze tra Stati Uniti e Israele che possono essere negate solo dai più incalliti sostenitori dell’idea che tra Trump e Netanyahu ci sia un siodalizio a prova di bomba. La realtà, come sempre, si incarica di smentire questo assunto.
L’ultimo episodio riguarda la tempestosa telefonata occorsa tra il presidente americano e il premier israeliano, durante la quale, il primo lo avrebbe pesantemente apostrofato per la conduzione aggressiva della campagna militare israeliana in Libano. All’Iran non è piaciuto che Beaufort da vent’anni sotto il controllo di Hezbollah sia stato espugnato, non è piaciuto che Israele prosegua la sua campagna a nord contro il suo proxy più agguerrito, e siccome Trump sta cercando disperatamente di uscire dal cul de sac nel quale si è infilato in Iran (va detto, anche grazie a Netanyahu e alle sue assicurazioni che il regime di Teheran avrebbe avuto vita breve, poi rivelatosi completamente infondate), gli è dispiacito molto che gli iraniani si siano risentiti e abbiano minacciato di fare saltare il tavolo negoziale.
Va detta tutta fino in fondo e senza sconti. La cosiddetta operazione “Epic Fury”, al di là del suo roboante nome è stata se non un flop un mezzo aborto. Vero che l’Iran ha subito danni ingenti, vero che c’è stata la decapitazione di una buona parte della classe dirigente del regime a partire dal suo simbolo, Khamenei, vero che il blocco navale americano compromette ulteriormente una già precaria situazione economica, ma il regime è ancora in sella, è aggressivo, gli ingressi ai siti missilistici colpiti pesantemente dai bombardamente vengono progressivamente riaperti con le ruspe, lo Stretto di Hormuz è sotto il suo controllo come mai prima d’ora e l’uranio arrichito, tutta la scorta, è ancora nelle sue mani. Ma, il dato più fondamentale è un altro, ed è che invece di proseguire con la campagna militare, impiegare i soldati sul terreno, a Kharg per esempio, di esercitare la propria potenza militare per liberare lo Stretto, gli Stati Uniti si sono fermati e hanno deciso di negoziare alla pari con il principale regime terrorista del Medioriente.
Lo schema è esattamente quello utilizzato con Hamas a Gaza. Non si procede per sconfiggere il nemico, per metterlo nelle condizioni di arrivare ai negoziti in una posizione sottomessa, no, ci si ferma molto prima di questo esito e gli si consente di dettare le sue condizioni. Tra le condizioni che l’Iran pone è che Israele non continui una serrata campagna militare in Libano che possa compromettere in modo irreparabile Hezbollah, il proprio proxy principale. E qui la divergenza tra Usa e Israele si fa netta e irrimediabile, perchè Trump, il quale solo pochi giorni fa trattando Netanyahu come un suo dipendente ha dichiarato pubblicamente che “fa quello che gli dico io”, vuole, fortissimamente vuole, l’accordo con gli iraniani perchè ha bisogno di tirarsi fuori dal pantano. Da canto suo, Israele ha la necessità di depotenziare drasticamente Hezbollah, si tratta di una questione esistenziale come si è sempre trattato per Israele nel corso di tutte le guerre che è stato costretto a combattere. Per Trump la questione prioritaria non è certo la sicurezza di Israele, ma un accordo con chi ne vuole la distruzione. In questa situazione a Israele non resta che abbozzare avendo un margine di manovra ridottissimo. Netanyahu ha già dovuto subire l’imposizione dell’accordo con Hamas per la liberazione degli ostaggi che Steve Witkoff gli ordinò per conto di Trump a pochi giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca, ottendendo come risultato che Hamas non solo non si è disarmato ma controlla ancora poco meno della metà di Gaza. Successivamente Trump gli ha imposto di scusarsi pubblicamente con il Qatar per avere violato la sua sovranità quando Israele cercò senza successo di eliminare alcuni dei capi di Hamas riuniti a Doha. Ci fu poi l’alt perentorio alla coda della breve operazione durata dodici giorni contro l’Iran, quando un Trump furioso intimò a Israele di smettere di colpire il Paese, e ora siamo arrivati all’alt alle operazioni in profondità in Libano. Netanyahu esegue, Trump si rabbonisce. Go and stop, go and stop. E’ il prezzo che si paga al giogo.