Israele e Medio Oriente

Il pessimo esordio del piano di pace per Gaza

Nelle ultime settimane decisioni fondamentali per la sicurezza di Israele sono state prese ma, paradossalmente, sono state prese all’estero, nonché a suo discapito e insaputa.

Prima è infatti emerso che Qatar e Turchia, i due principali paesi sunniti sostenitori di Hamas, sono stati inseriti da Trump nel suo “Board of Peace” che avrebbe il compito di sovrintendere il disarmo dell’organizzazione terrorista palestinese e la ricostruzione della Striscia di Gaza. Una decisione presa tenendo Israele all’oscuro di tutto, visto che Gerusalemme aveva posto il veto sull’inclusione di Doha e Ankara nel progetto e, ovviamente, con cognizione di causa.

Così, mentre il premier Netanyahu si vedeva pressochè costretto a unirsi al Board di Trump, il ministro per la Diaspora, Amichai Chikli, il quale ha sempre avuto le idee estremamente chiare sul funesto ruolo di Turchia, Qatar e della Fratellanza Musulmana, ha conseguentemente spinto per mettere al bando funzionari e politici turchi (tra cui Bilal Erdogan, figlio del presidente, il direttore degli Affari Religiosi Ali Erbas e Fehmi Bulent Yıldırım, a capo dell’organizzazione umanitaria turca İHH, nota a livello internazionale per il suo ruolo nella flottiglia Mavi Marmara del 2010).

Chikli ha inoltre affermato che la Turchia dovrebbe essere trattata come uno “stato nemico”, utilizzando un linguaggio che paragona tale provvedimento alle misure già intraprese nei confronti di organizzazioni terroriste.

La seconda sorpresa è arrivata venerdì 23 gennaio quando si è saputo che la prossima settimana verrà riaperto, in entrambe le direzioni, il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto; una decisione imposta a Israele proprio dai nuovi “mediatori” del Board of Peace, ovvero Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia.

Come illustrato dal Times of Israel, i mediatori erano ben consapevoli del fatto che Israele non avrebbe ceduto sulla questione, ma hanno pensato bene di annunciare comunque la riapertura del valico durante la cerimonia di firma del Board of Peace a Davos. Un funzionario arabo ha affermato che Israele era stato informato in anticipo che l’annuncio sarebbe stato fatto, pur senza essere stato consultato.

Sempre secondo il giornale israeliano, durante un recente incontro in Florida con Trump e i suoi collaboratori, il premier Netanyahu aveva ricevuto forti pressioni affinchè venisse riaperto il valico.

Ovviamente sono tutti ben consapevoli delle ripercussioni sulla sicurezza di Israele che avrà la riapertura del valico. Una mossa assurda e sconsiderata nel momento in cui Hamas mantiene ancora il controllo di buona parte della Striscia, non ha ancora deposto le armi e non è minimamente disposta a farlo.

Fonti israeliane illustrano che I’IDF gestirà un sistema di sorveglianza a distanza nei pressi del valico, sarà responsabile della concessione di autorizzazioni preventive ai viaggiatori in entrata e in uscita dalla Striscia di Gaza e sarà in grado di scansionare qualsiasi computer o altro dispositivo elettronico in transito. Le forze di difesa israeliane gestiranno inoltre un proprio checkpoint nelle vicinanze per prevenire il contrabbando di armi, ma non saranno fisicamente presenti al valico che verrà invece sorvegliato da funzionari della Missione di Assistenza alle Frontiere dell’Unione Europea assieme a membri dell’ANP. Dinamiche non proprio rassicuranti per Israele.

Insomma, in entrambi i casi riportati (il Board e la riapertura del valico), il governo israeliano mostra di dovere mettere le pezze a decisioni prese fuori dai confini di Israele, che mettono a serio rischio la sicurezza del Paese e dei suoi cittadini. Le decisioni vengono prese da Trump e dai suoi collaboratori in base a interessi che non sembrano proprio andare nella medesima direzione di quelli israeliani.

I fatti indicati sono inoltre un chiaro preludio a ciò che rischia di avvenire col “piano di pace per Gaza” tanto voluto da Trump, ovvero, Israele estromesso dalle decisioni importanti a vantaggio di attori regionali come Turchia e Qatar (grande alleato di Trump) che faranno di tutto per mettere in salvo quanto può essere salvato di Hamas e operare con modalità ostili a Israele.

Come se non bastasse, il continuo accodarsi di Netanyahu alla volontà di Trump proietta anche un enorme danno di immagine a livello internazionale per Israele che non appare più in grado di decidere in maniera autonoma e risoluta su questioni legate alla propria sicurezza. Di certo, non è questo lo scenario che si vorrebbe e si dovrebbe vedere dopo un eccidio come quello del 7 ottobre 2023, il più grande pogrom di ebrei dai tempi della Shoah.

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