Da oltre un decennio, il mondo occidentale tollera pazientemente — con quella compiacenza che è vigliaccheria travestita da virtù — un’organizzazione intimamente legata alla galassia del fondamentalismo islamico, il cui unico scopo dichiarato è violare il blocco navale che Israele impone legittimamente a Gaza. L’ultima avventura di questi cosiddetti «attivisti» — termine grazioso per definire dei provocatori organici ad Hamas — si è conclusa in modo meno pittoresco del solito: niente panini caldi, coperte solidali e capriole sul pontile, ma un arresto in piena regola.
I piccoli supporter del terrorismo islamista sono stati fatti inginocchiare sul ponte della nave israeliana, polsi bloccati dalle fascette, mentre dagli altoparlanti echeggiava Hatikva — l’inno nazionale dello Stato che costoro vorrebbero cancellare dalla carta geografica. Nessuno è stato torturato, nessuno è stato abusato: sono stati soltanto sbeffeggiati dai militari e dal coraggioso ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. Non c’è nulla di «inaccettabile» in questo. Assolutamente nulla.
Eppure l’indignazione si è levata puntuale, come un riflesso pavloviano. I governi europei — quei governi che non hanno mosso un dito per fermare i propri cittadini prima della partenza, quando sarebbe bastato, forse, un fermo «accomodante» e discreto — hanno preferito ancora una volta scaricare il loro sdegno stizzito su Israele. E insieme a loro, il solito coro di benpensanti e «democratici», non solo i filopalestinesi di mestiere, ma stavolta anche una fetta di quelli filoisraeliani.
Non appena le immagini dell’arresto hanno cominciato a circolare, l’associazionismo ebraico e sionista ha dato il via alla sua liturgia preferita: la penosa autoflagellazione collettiva.
Il «democratico» pro-Israele è creatura abitudinaria: si indigna per istinto e per rito a ogni azione compiuta o parola pronunciata da un esponente della destra israeliana, convinto che essa non rappresenti i «veri valori» del sionismo — dimenticando, o fingendo di dimenticare, che il sionismo non è patrimonio esclusivo della sinistra progressista e socialista.
Questa corsa a ricusare ogni atto di Ben-Gvir o Smotrich ha qualcosa di profondamente snobista e paternalistico: è l’atteggiamento di chi, seduto comodamente sullo scranno di un Occidente addormentato nella sua post-storia, non ha mai sentito un colpo di mortaio fischiare sulla propria testa, eppure si sente in diritto — anzi, in dovere — di impartire lezioni di morale a Israele.
Ben-Gvir non è un’anomalia del sionismo. È una risposta — dura, viscerale, comprensibile — a decenni di stragismo palestinese tollerato e alla feticizzazione del mantra «due popoli, due stati»: una formula che all’Occidente suona come ragionevole ed equanime, ma per gli israeliani significa bombe e sangue sull’asfalto. Certi «amici di Israele» dovrebbero una volta per tutte capire che non sono la coscienza morale esterna dello Stato ebraico. Non sono stati eletti a questo ruolo. E Israele, francamente, non ha bisogno di loro.
Gli attivisti della Flotilla — coloro che hanno esaltato, giustificato o semplicemente taciuto davanti al pogrom del 7 ottobre — meriterebbero un trattamento ben più severo di quello visto nelle immagini diffuse da Ben-Gvir. E non meritano certo la compassione di chi ha davvero a cuore il destino degli ebrei e del loro Stato nazionale.
Il problema non è Ben-Gvir. Il vero problema è un Occidente infantilizzato da decenni di retorica sui «diritti umani» e il «diritto internazionale», elevati a religione laica, a catechismo obbligatorio che ha ucciso ogni capacità di giudizio politico. Un culto che ha confuso molte menti, rendendole incapaci di distinguere la tortura dallo sberleffo, la guerra dal «genocidio», la legittima difesa dalla barbarie.
Come scrisse Jean-Paul Sartre nelle sue Riflessioni sulla questione ebraica, l’ebreo «ha nemici appassionati e difensori senza passione». Settant’anni dopo, non è cambiato quasi nulla.