Lo scorso 9 gennaio il presidente americano Donald Trump dichiarava che Washington stava seguendo da vicino le manifestazioni in Iran e che se il regime avesse ucciso i manifestanti, gli Stati Uniti avrebbero colpito la Repubblica Islamica “duramente e dove fa male”.
Oggi è il 14 gennaio, il regime ha massacrato migliaia di manifestanti, molti dei quali giovanissimi. Alcune fonti parlano di 12 mila morti, altre addirittura di 20 mila, ma è quasi impossibile avere una stima certa. Internet è oramai oscurato dall’8 gennaio e il regime sta cercando in tutti i modi di sabotare anche Starlink per impedire ai manifestanti di mostrare fuori dai confini iraniani i massacri compiuti dal regime. Il tentativo dei khomeinisti è ovviamente risultato vano perché le immagini arrivano anche a fiumi.
Nei giorni scorsi la Casa Bianca ha nuovamente ribadito che “gli aiuti sono in arrivo”; il 13 gennaio Trump ha nuovamente incitato gli iraniani a manifestare e a prendere il controllo delle istituzioni.
Purtroppo però, fino adesso questi aiuti non si sono ancora visti e intanto il regime continua con il massacro, sparando con armi leggere e pesanti contro chiunque osi scendere in strada a manifestare. Se Washington non agisce e in fretta, nell’arco di due settimane non ci saranno più manifestanti con cui rovesciare il regime.
Non serve un’invasione “boots-on the ground”, ma raid mirati su target specifici, sensibili, in modo da privare il regime della possibilità di massacrare la popolazione. La leadership di regime, le IRGC, i Basiji, gli impianti missilistici, tanto per citarne alcuni.
Il crollo del regime deve avvenire per mano del popolo iraniano, tuttavia, i manifestanti non hanno i mezzi per sconfiggere un regime radicato da quasi 50 anni e, sebbene in “survival mode”, come annunciato dallo stesso regime, è ancora in grado di sopprimere la rivolta massacrando la popolazione.
Si tratta di una situazione di una pericolosità estrema perché quando un regime è sull’orlo del collasso è disposto a fare qualsiasi cosa per mantenere il controllo e infatti i risultati si vedono.
Se il regime dovesse sopravvivere sarebbe un disastro non soltanto sul piano del numero dei morti e della repressione, ma anche perché si sentirebbe ulteriormente legittimato a qualsiasi tipo di azione in piena consapevolezza che le minacce americane non hanno alcun riscontro pratico.
Trump dal canto suo si è esposto con promesse di aiuto e l’incitamento a continuare la rivolta e prendere il controllo delle istituzioni. Se minacce e promesse restassero soltanto parole, il presidente americano rischierebbe di perdere la faccia, la reputazione e ci si troverebbe davanti a un tradimento senza precedenti nei confronti del popolo iraniano. Un epilogo che danneggerebbe gravemente l’immagine di Trump in quanto verrebbe ricordato come colui che ha prima incitato e poi tradito il popolo iraniano, finito massacrato dal regime nei confronti del quale si è coraggiosamente ribellato. Insomma, sarebbe un disastro su tutta la linea.
Al contrario, un intervento statunitense in sostegno ai manifestanti non solo porterebbe Trump ad essere ricordato come il presidente che ha sconfitto il regime teocratico al potere da quasi 50 anni e che ha costantemente bersagliato obiettivi americani, ma sarebbe strategicamente importante per una serie di ragioni: in primis, riconfermerebbe la leadership americana a livello globale dopo i disastrosi anni delle amministrazioni Obama e Biden e ciò sarebbe un monito per Russia, Cina e Corea del Nord; si riporterebbe l’Iran nella sfera occidentale, rimuovendo il principale attore destabilizzante in Medio Oriente; si priverebbe la Cina di un alleato chiave in Asia meridionale; si aprirebbe una nuova era sulla questione del nucleare iraniano; sarebbe un colpo mortale per i proxy del terrore iraniano (Hezbollah, Houthi, Hamas, le milizie sciite irachene ma anche la rete del terrore in America Latina).
Bisogna aggiungere che, se inizialmente i dissidenti iraniani erano entusiasti per le dichiarazioni di Trump, adesso inizia a subentrare il sospetto, l’incertezza. Del resto l’operazione messa in atto in Venezuela che ha portato all’arresto di Maduro, ma anche a una assurda trattativa con quel che resta del regime, non aiuta certo l’immagine di Trump e non è stata affatto gradita dall’opposizione venezuelana.
Per quanto riguarda l’Iran, l’apertura a un possibile negoziato con un regime che sta massacrando la popolazione, avvenuta poco dopo le minacce di Trump in caso di uccisione di manifestanti non è certo passata inosservata.
Come esposto a inizio dicembre dal Prof. David Weinberg in un articolo pubblicato sul Jerusalem Post, “l’approccio non ideologico di Trump alla politica e alle relazioni internazionali è problematico in quanto si basa su principi transazionali. Trump è convinto che il denaro, gli accordi (deal-making) e la propria personalità possono risolvere tutto. In questo modo Trump ignora però la natura malvagia di regimi e dittatori”.
Con questi ultimi non si può e non si deve negoziare. Il terrorismo non è Wall-street; terroristi e dittatori non sono potenziali business partner.
Allo stato attuale non è dato sapere cosa succederà; se e quando ci sarà un intervento in sostegno del popolo iraniano, ma non lanciarlo sarebbe un enorme errore che verrebbe ricordato a lungo nel corso della storia in un momento in cui c’è la concreta possibilità di far uscire il popolo iraniano da un incubo durato 47 anni, quello della teocrazia islamista. La transizione verso delle elezioni democratiche ha certamente le sue incognite e difficoltà, ma è essenziale muoversi adesso.