Iran e Medioriente

Iran: Come disegnare un possibile futuro?

Il regime khomeinista è una dittatura che merita solo disprezzo, al pari degli apologeti che, negli anni, hanno cercato di giustificare o minimizzare l’oppressione teocratica di Teheran. Tuttavia, l’astio per il regime non deve offuscare il giudizio strategico: questa guerra, allo stato attuale, non possiede né obiettivi coerenti né i mezzi necessari per insediare un nuovo governo stabile.

Una guerra non può essere vinta se non ne vengono specificati con chiarezza gli obiettivi. Senza una definizione precisa dei fini politici e strategici, l’azione militare rischia di produrre conseguenze incontrollate e sanguinose. Allo stesso modo, non si può giungere alla pace se non si sa con chi si dovrà negoziare: l’individuazione degli interlocutori è parte integrante di qualunque strategia realistica per un’uscita in sicurezza dal conflitto.

La storia recente dimostra che brancolare nel buio conduce all’impantanamento: l’Afghanistan e l’Iraq ne sono esempi emblematici. Due guerre giuste, il cui «post» è stato gestito in modo approssimativo e frettoloso (soprattutto per quanto riguarda il caso iracheno). La chiarezza morale — sempre necessaria — deve essere accompagnata da una parallela chiarezza strategica e da una pianificazione rigorosa del «giorno dopo».

Il successo di un’azione come quella attuale dipende dall’articolazione di una visione coerente su ciò che seguirà. Se si punta a un cambio di regime, non ci si può limitare alla semplice rimozione di un vertice politico: un regime change efficace implica «defanatizzazione» e «deradicalizzazione», ovvero un processo profondo e strutturale. Si pone allora una domanda cruciale: Chi si assumerà l’onere d’intraprendere l’equivalente di una «denazificazione» in terra persiana? Quali forze avranno la legittimità e la capacità di guidare una transizione tanto complessa?

Non sarà possibile fondare un regime democratico se le atrocità degli ultimi quarantasette anni verranno dimenticate, negate o nascoste sotto il tappeto per convenienza politica. La vittoria sarà reale solo se si saprà instaurare una giustizia indipendente, capace di accertare le responsabilità e punire gli esponenti del passato regime. Questa guerra potrà dirsi realmente vinta solo se verrà organizzato un referendum sulla forma dello Stato e se il fondamentalismo islamico sarà eliminato dalle istituzioni governative e dalla società civile.

I diritti umani dovranno essere riconosciuti senza ritardi dalle autorità che si costituiranno dopo la caduta degli ayatollah per effetto delle bombe. La credibilità stessa dell’azione militare che ha portato all’eliminazione dei vertici islamico-terroristici dipenderà dal rispetto della volontà del popolo iraniano: nessuno ha il diritto di sostituire una dittatura con un regime «semi-coloniale» o un protettorato debole.

Per la salute e la vitalità di una futura democrazia in Iran, l’istruzione dovrà essere laicizzata e sottratta all’indottrinamento ideologico-religioso. Le diverse componenti etniche dello Stato dovranno essere trattate equamente, partecipando tutte alla formazione di un Iran libero e pluralista. Il Paese dovrà essere aiutato a diventare una democrazia costituzionale nella quale lo Stato protegga il cittadino, anziché minacciarlo.

Senza questi punti fermi, l’azione militare resta un esercizio di forza fine a sé stesso. I democratici iraniani dovranno essere sostenuti affinché facciano trionfare la libertà e il diritto sul terrore di Stato. Solo allora potremo parlare di un’autentica vittoria.

Torna Su