Dall’inizio della guerra contro la teocrazia iraniana, Stati Uniti e Israele sono stati etichettati come «coalizione Epstein», un’espressione che si è diffusa con sorprendente rapidità ed è stata prontamente adottata da alcune tra le principali voci della propaganda anti-israeliana e antiebraica, come Alessandro Di Battista, il cialtronesco Giuseppe Flavio Pagano e il fanfarone Davide Piccardo, che sul tema ha persino scritto un libro: Iran, la guerra di Epstein. Il Terzo Tempio e il Grande Israele. In esso si ricicla una vecchia menzogna, fabbricata negli anni Trenta da Amin al-Husseini, il Muftì filonazista di Gerusalemme, secondo cui i sionisti vorrebbero impadronirsi della moschea di al-Aqsa per distruggerla in vista della realizzazione del Terzo Tempio.
La tesi che si cela dietro l’etichetta «coalizione Epstein» è, senza mezzi termini, demenziale: la guerra contro l’Iran verrebbe utilizzata come strumento di distrazione da parte di fantomatiche «reti di potere transnazionali», talvolta definite «Network Epstein», allo scopo di coprire presunte rivelazioni «pedofilo-sataniste» contenute nei «file» del celebre miliardario. Non siamo di fronte a nulla di nuovo: è semplicemente la versione aggiornata del «complotto ebraico», con la consueta ossessione per «élite occulte» e «poteri finanziari» globali.
Riemerge così il cliché del «potere ebraico», declinato in chiave «sionista»: incarnato dal malefico plutocrate Epstein — che ha ormai scalzato in popolarità figure come Soros e i Rothschild — e ritenuto capace di determinare la politica estera del fantomatico «Deep State» americano, di cui oggi, secondo queste narrazioni, farebbe parte persino Trump, dopo essere stato a lungo dipinto come suo acerrimo nemico. Una costruzione tanto contraddittoria quanto grottesca
Eppure, gli «Epstein file», sotto il profilo politico, si sono rivelati una gigantesca bolla di sapone. Non contenevano nulla di realmente rilevante: nessuna prova concreta o «schiacciante», nessuna evidenza di spionaggio organizzato o di un complotto globale strutturato. Si trovano riferimenti occasionali a questioni generali legate alla situazione internazionale, ma nulla di più. Esistono speculazioni — anche autorevoli — secondo cui le sue attività potrebbero aver avuto caratteristiche di «honeypot» o «kompromat», ossia la produzione di materiale compromettente potenzialmente utilizzabile da terzi; ma questo non dimostra affatto che fosse reclutato o diretto da un’agenzia di intelligence. Epstein può aver trafficato informazioni, giocando su più tavoli, ma ciò non equivale automaticamente a controllo politico o a un ruolo organico nello spionaggio internazionale.
Eppure, gli «Epstein file» sono diventati i nuovi Protocolli dei complottisti antisemiti di ogni latitudine, con i loro immancabili salti logici: Epstein era in contatto con una figura di spicco israeliana — Barak, nel caso specifico — dunque doveva essere un agente del Mossad. Una deduzione che non è nemmeno sbagliata: è semplicemente priva di senso.
Siamo di fronte a uno sprofondamento della ragione che forse solo Francisco Goya ha saputo rappresentare simbolicamente. Una psicosi sociale difficile da spiegare in modo soddisfacente.
Nel caso di Di Battista, si può persino ipotizzare che agisca come «misura attiva» del Cremlino, ossia come produttore di narrazioni volte «a creare una percezione distorta della realtà nell’opinione pubblica e nei decisori politici dei paesi-bersaglio», con l’obiettivo di demonizzare l’Occidente e favorire gli interessi geopolitici della Russia. Non a caso, non ha mai risposto alla domanda di Carlo Calenda circa eventuali finanziamenti ricevuti da Mosca.
Pagano e Piccardo, invece, appaiono come fanatici puri, per i quali la distruzione dello Stato d’Israele è divenuta un autentico articolo di fede — politica per il primo, islamica per il secondo.
Queste deviazioni — che in termini meno clinici possiamo chiamare «ideologie» — condividono un tratto preciso: chi ne è affetto, sia esso un personaggio pubblico o un comune utente dei social, tende a fabbricare e abitare una realtà immaginaria, regolata da nessi causali propri, come quello che pretenderebbe di collegare Epstein alla guerra contro l’Iran. Un fenomeno che, sulla scia di Eric Voegelin, abbiamo già definito «stupidità criminale».
Questa «seconda realtà» è inevitabilmente destinata a entrare in conflitto con la realtà autentica, quella dei fatti. E per essere mantenuta in piedi ha bisogno della menzogna. La menzogna diventa così un elemento strutturale, indispensabile alla sopravvivenza dell’ideologia stessa. Col passare del tempo, poiché i fatti smentiscono sistematicamente la costruzione ideologica — si pensi alla presunta «buona volontà» iraniana sul nucleare — questi soggetti finiscono per «spararla sempre più grossa», producendo ricostruzioni sempre più improbabili e cervellotiche per spiegare degli eventi.
L’espressione «coalizione Epstein» mette dunque in luce una delle tragedie dell’uomo contemporaneo: il rifiuto del reale, complesso e mutevole, a favore di una «seconda realtà» artificiosamente coerente, semplice — e soprattutto falsa.