Il mestiere peggiore del mondo, in questo momento storico, è il portavoce di Donald Trump. Cercare di spiegare al mondo che cosa significhi il Memorandum d’intesa con l’Iran e perché, nonostante tutto, possa e debba essere considerato come una grande vittoria del miglior presidente d’America, è un compito improbo, comunque non invidiabile.
Se si cerca di imbastire una difesa razionale di quanto Trump ha appena firmato, basta rifarsi ad uno degli ultimi post scritti dal presidente stesso: “L’Iran non potrà mai avere un’arma nucleare. Il petrolio scorre. I prezzi del carburante stanno calando. I mercati stanno ruggendo. UNA VITTORIA per l’America e il mondo”. Sorvoliamo sul primo punto: l’Iran non potrà mai avere un’arma nucleare, solo se non vuole. Perché in questo accordo, in nessuno dei quattordici punti (numero che porta assai male a tutti i documenti americani, dal 1918 ad oggi), si legge uno straccio di garanzia, come hanno già constatato nei loro commenti Gregg Roman e David Horovitz su queste colonne. Una promessa del regime non fa testo, considerando che Teheran le ha violate tutte. Come da precetto, mentire agli infedeli è pratica comune di un regime islamico.
Quel che interessa davvero a Trump sono le altre sue affermazioni: il petrolio scorre, i prezzi del carburante stanno calando, i mercati stanno ruggendo. Oddio, c’è da dire che senza guerra si sarebbe rischiato meno che questi tre fattori peggiorassero. Trump ha deciso di imbarcarsi in questa impresa pur sapendo che su petrolio, carburante e mercati, avrebbe rischiato la crisi, per di più in un anno elettorale. Ovviamente, da malfidenti quali siamo, possiamo anche credere che si sia lanciato nell’impresa, assieme a Netanyahu, senza pensare alle conseguenze. E che, alla faccia di chi è ancora convinto che Trump giochi a scacchi in 4D (quindi siamo noi che non capiamo la sua strategia di lungo termine), potrebbe essersi accorto delle conseguenze solo a guerra iniziata. Potrebbe avere preso sottogamba il nemico e avere pensato che dopo la morte dell’ayatollah Alì Khamenei, avvenuta nelle prime ore dell’intervento aereo, la guerra potesse finire come in Venezuela: nessuna reazione militare nemica e un governo di successori del tiranno ancora formalmente in piedi, ma di fatto commissariato dagli Usa. Sono ipotesi? I trumpiani diranno che anche questo discorso denota che abbiamo contratto la Trump Derangement Syndrome. Ma visto il tenore dei discorsi di Trump all’inizio dell’intervento, quando parlava di regime change e quelli che ha fatto al G7 di Evian, quando ha detto di non aver “mai pensato” al regime change…
Trump considera, a questo punto, una “vittoria” il fatto stesso di essere uscito da una guerra che riteneva ormai troppo difficile da concludere, senza rischiare di perdere vite umane, soldi e tempo in grandi quantità (inaccettabile per un presidente che ha promesso di porre fine a tutte le guerre). E su questo, dal suo punto di vista, personale ed elettorale, ha compiuto una scelta perfettamente razionale. Dopo lo shock iniziale e prima di accumulare troppe perdite, i mercati tornano a salire. E Dio solo sa quanto Trump e i suoi soci e partner in affari ci stiano guadagnando personalmente (mai sottovalutare anche questo aspetto). Il petrolio torna a fluire. E chissenefrega se l’Iran, assieme agli altri paesi rivieraschi, nel prossimo futuro impongano un pedaggio (l’accordo non lo esclude, non sancisce neppure il principio di libertà di navigazione), perché tanto a pagare saranno europei e asiatici, i maggiori importatori del petrolio del Golfo. Agli Usa interessa soprattutto vendere il proprio petrolio, uno stretto chiuso e transitabile a pedaggio è un’opportunità in più per battere la concorrenza. Infine: i prezzi del carburante stanno calando. Ed è questa, forse, la causa principale della decisione precipitata da Trump di firmare. Perché la benzina decide l’esito del voto. Le elezioni di metà mandato sono solo in parte un giudizio sull’operato del presidente, contano molto di più le ragioni locali per gli elettori che scelgono i governatori e i senatori dei loro Stati e i deputati dei loro distretti. Ma una cosa accomuna tutti gli Stati e tutti i distretti: l’inflazione. Se i prezzi sono saliti, il partito di maggioranza ha molte più probabilità di perdere. In un anno elettorale Trump non può permettersi di arrivare a novembre, quando si voterà, con un’inflazione generata dall’aumento del prezzo del carburante.
Tutto qua. Questi sono gli unici motivi razionali per cui Trump, pur dominando militarmente, ha scelto una pace di compromesso al ribasso con un nemico che considerava già sconfitto e che ora invece ne esce vincitore. Ma c’è dell’altro: ora Trump può “finalmente” fare campagna contro Israele, attribuendo a eventuali azioni militari di Netanyahu la possibile ripresa delle ostilità con l’Iran. Integralisti cattolici neoconvertiti come Candace Owens, podcaster neonazi come Nick Fuentes, giornalisti mistici putiniani come Tucker Carlson, avranno meno argomenti per fare campagna contro Trump in vista delle elezioni, come avevano iniziato a fare dall’inizio dell’intervento contro l’Iran. Spostano milioni di voti, mica bruscolini. Se Netanyahu “rompe le uova nel paniere” della pace di Trump, questi personaggi possono scatenare tutta la loro foga antisemita, con la benedizione del presidente e non più dalla posizione scomoda di dissidenti interni. Gli scontenti del Memorandum sono invece solo podcaster conservatori ebrei come Ben Shapiro (bersaglio dell’odio degli altri MAGA, manco fosse David Parenzo alla Zanzara) e i vecchi neocon che, politicamente parlando, sono in via di estinzione. Trump non li teme. Mentre teme la fronda degli antisemiti: giovani, aggressivi, in crescita, capaci di pescare consensi anche nella sinistra antisionista. Per questo ha scelto loro. Sionisti trumpiani ed ebrei americani si preparino al peggio: nei prossimi mesi ne vedremo delle “belle”.