Editoriali

La fine di Aman

L’uccisione di Ali Khamenei, avvenuta ieri in Iran da parte di Israele ha un valore simbolico enorme al di là degli effetti concreti che potrà avere sul regime di Teheran (Khamenei, in previsione della sua morte aveva già preparato la successione).

Per 37 anni, Khamenei, succeduto a Khomeini alla più alta carica istituzionale del Paese, ha rappresentato l’essenza stessa della Repubblica islamica: era lui e solo lui che, trovandosi al più alto grado della gerarchia del potere, ne determinava ogni aspetto, era lui e solo lui l’interlocutore fondamentale di ogni alleanza e strategia, il facitore dello svolgersi della politica espansionista sciita. La sua uccisione da parte di Israele, il Nemico principale, nonostante la sua definizione di “piccolo Satana”, rispetto al “grande Satana”, gli Stati Uniti, è il più grave e profondo vulnus che il regime abbia subito dalla sua esistenza. L’uomo che per decenni ha fomentato l’odio regionale contro lo Stato ebraico, colui per il quale, in continuità con il lessico ereditato da Khomeini, lo Stato ebraico, era “un tumore canceroso da estirpare”, il promotore di Hamas, di Hezbollah, degli Houti, il sostenitore del 7 ottobre, è stato eliminato.

Da domani, due marzo, gli ebrei di tutto il mondo festeggiano Purim, il carnevale ebraico. La festa di Purim, incardinata nella meghilà del Libro di Ester che celebra la salvezza del popolo ebraico dallo sterminio progettato da Aman nell’allora antica Persia.

La storia si ripete, circolarmente.

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