Per oltre un decennio, Josef Mengele — il medico delle SS che ad Auschwitz selezionava personalmente prigionieri ebrei destinati alle camere a gas e conduceva esperimenti disumani su bambini e gemelli — visse liberamente in Argentina. Documenti recentemente declassificati, resi pubblici dal presidente argentino Javier Milei, mostrano non solo che le autorità locali conoscevano la sua identità, ma che l’intera fuga di Mengele dalla Germania fu possibile grazie a una rete clandestina meticolosamente organizzata: la ratline di Padre Krunoslav Draganović, il sacerdote croato che orchestrò l’esfiltrazione di centinaia di nazisti attraverso Roma.
Secondo quanto riportato dal New York Post, le nuove carte riscrivono completamente la cronaca della latitanza di Mengele. Quando fuggì dal caos della Germania postbellica nel 1949, non lo fece da solo né improvvisando: il suo passaporto italiano sotto l’identità fittizia di “Helmut Gregor” era uno dei tanti documenti prodotti grazie all’organizzazione parrocchiale guidata da Draganović, che operava dal Collegio di San Girolamo a Roma con una precisione da apparato di intelligence. Da quelle stanze, il sacerdote coordinava passaporti, visti, fondi e contatti diplomatici che permisero a ex ufficiali delle SS, membri delle Waffen-SS e collaborazionisti del regime ustascia di sparire dall’Europa in piena luce.
Mengele fu uno dei beneficiari più illustri di quella rete. Grazie alla ratline, raggiunse l’Italia, poi il porto di Genova, infine una nave diretta in Argentina. Quando sbarcò a Buenos Aires, i processi di Norimberga stavano rivelando al mondo gli orrori da lui perpetrati, ma lui era già al sicuro, protetto da documenti curati nei dettagli e da una rete compiacente che aveva facilitato il suo viaggio.
I dossier pubblicati da Milei mostrano che le autorità argentine seguirono i suoi spostamenti in Sud America per anni. Già a metà degli anni ’50 sapevano che “l’Angelo della Morte” era tra loro. Eppure, nulla accadde. A volte si arrivò tardi; in altri casi si preferì non intervenire. Un ritaglio di giornale dell’epoca custodito negli archivi include l’intervista al sopravvissuto José Furmanski: «Radunò gemelli di ogni età e li sottopose a esperimenti che finivano sempre con la morte. Bambini, donne, anziani… orrori inauditi». Nel 1956, sicuro della protezione di cui godeva, Mengele arrivò perfino a chiedere all’ambasciata della Germania Ovest a Buenos Aires il certificato di nascita originale, avviando l’uso del suo vero nome. Un promemoria interno del 1957 conferma che ammise candidamente di essere stato medico delle SS, di aver operato in Cecoslovacchia e di essere stato classificato come criminale di guerra dalla Croce Rossa. Un dettaglio cruciale: proprio la Croce Rossa era stata uno degli strumenti fondamentali della rete di Padre Draganović, che sfruttava la fiducia della stessa istituzione per ottenere documenti di viaggio a nome fittizio per i suoi “protetti”.
Le carte argentine rivelano anche che Mengele viveva a Carapachy, nei pressi di Buenos Aires, dove aveva sposato la vedova di suo fratello e conduceva un’attività medica finanziata, con ogni probabilità, dal padre. Nel 1959, quando la Germania Ovest spiccò un mandato di arresto chiedendone l’estradizione, un giudice argentino respinse la richiesta definendola “persecuzione politica”. Fu il segnale che Mengele aspettava: fuggì prima in Paraguay, dove ottenne la cittadinanza, poi in Brasile.
Nel frattempo, le autorità argentine continuarono a inseguirlo affidandosi quasi esclusivamente ai notiziari stranieri. Nel 1960, mentre il Mossad catturava Adolf Eichmann proprio a Buenos Aires, Mengele trovava rifugio in comunità agricole brasiliane di origine tedesca. Morì nel 1979, colpito da un ictus mentre nuotava a Bertioga, e fu sepolto sotto un nome inventato. Solo nel 1985 l’esumazione del cadavere ne confermò la reale identità. L’intera vicenda mette oggi in luce un quadro più cupo e articolato: non solo la fuga dei criminali nazisti fu agevolata da complicità locali in Sud America, ma fu soprattutto la ratline di Padre Draganović — una rete capillare, strutturata e tollerata da vari apparati — a rendere possibile la latitanza di Josef Mengele. Un pezzo di storia che riemerge ora dagli archivi, mostrando come la giustizia internazionale si sia a lungo fermata davanti a un muro di protezioni politiche, ecclesiastiche e burocratiche.