Osservo, con crescente inquietudine, la fenomenologia emotiva e discorsiva che attraversa il cosiddetto universo “pro-palestinese”. Dietro la superficie apparentemente compatta di indignazione morale e compassione empatica, si cela un dinamismo psichico più profondo e perturbante: un godimento inconscio, torbido e perverso, generato non dalla solidarietà, bensì dalla reiterazione del trauma altrui. Potremmo definire questo meccanismo come “godimento da lutto eterodiretto”, ovvero l’investimento libidico non sull’Altro come soggetto sofferente, ma sulla narrazione spettacolare e seriale del suo dolore.
È una forma di pornografia simbolica: quanto più il corpo del palestinese appare lacerato, esposto, oggettivato, tanto più il soggetto “solidale” si sente vivo, attivo, investito di senso. L’indignazione diventa performance e il dolore altrui la sua materia prima. Non è amore per i palestinesi. È narcisismo travestito da impegno.
In questa logica, il soggetto pro-pal non cerca la pace, né una risoluzione reale del conflitto, bensì la perpetuazione del lutto spettacolarizzato, da cui trae nutrimento identitario. La figura del palestinese morto, soprattutto se bambino, assurge a totem sacrificale attorno al quale si coagula la loro identità morale. La pietà dichiarata non è che un alibi, una maschera ideologica che copre un desiderio più profondo: esistere grazie al trauma altrui.
Si tratta, in termini lacaniani, di una jouissance (godimento) che non trova appagamento nella giustizia, bensì nella reiterazione dell’ingiustizia. È il godimento che nasce dal non volere davvero la fine del dolore, perché quella fine decreterebbe la dissoluzione del proprio ruolo nella scena politica e affettiva. Se domani cessasse la carneficina, se arrivassero gli aiuti, se si spegnesse la macchina dell’orrore che alimenta i loro post, reel, stories e proclami, cosa ne sarebbe del loro Sé indignato? Cosa resterebbe, se non il vuoto?
In questo quadro si inserisce perfettamente l’analisi di Slavoj Žižek, che ha descritto in più occasioni il funzionamento del “godimento ideologico”: il soggetto gode non malgrado l’ideologia, ma grazie ad essa. La sofferenza dell’Altro, in questo caso, non è un problema da risolvere, ma un meccanismo che sostiene la coerenza simbolica del soggetto che si pensa giusto, buono, impegnato. Il dolore altrui diventa uno spettacolo necessario per mantenere intatto il proprio narcisismo morale.
E così accade che, nel rimosso della loro coscienza, si instauri un’oscura convergenza pulsionale con Hamas. L’organizzazione terroristica spara per provocare la reazione, nella speranza – sadicamente calcolata – che vi sia una risposta violenta, un lutto da capitalizzare mediaticamente. Dall’altra parte, questi soggetti — pur rifiutando verbalmente la violenza — aspettano il morto con spasmodica eccitazione simbolica, pronti a rilanciare l’immagine, a riattivare la narrazione, a occupare il proprio posto di anime belle nella rete.
L’Altro sofferente non è un fine, ma un mezzo. E se il palestinese smette di morire, il pro-pal perde il suo specchio.
Questa pornografia del dolore non è un incidente della retorica contemporanea: è il suo cuore pulsante. È ciò che consente al soggetto “solidale” di non guardarsi davvero allo specchio, di non interrogarsi sul proprio desiderio, sulla propria pulsione di morte proiettata nell’Altro.
In questa dinamica, la Shoah è un doppio fantasma: viene evocata per contestarne l’unicità, e contemporaneamente rifiutata come trauma collettivo. Il paradosso è tragicamente evidente: l’ebreo che osasse parlare del proprio dolore viene zittito, mentre il dolore del palestinese è amplificato, erotizzato, iconizzato.
Dietro l’ipocrisia, il godimento. Sempre.