Con il Memorandum di intesa siglato tra Stati Uniti e Iran in virtù anche della mediazione del Qatar, imprescindibile attore di tutte le negoziazioni in Medioriente, mentre Israele veniva tenuto fuori dalla porta, viene messa la pietra tombale sugli Accordi di Abramo.
Il trofeo di politica estera che Trump si intestò nel 2020 e che inauguravano di fatto l’apertura delle relazioni diplomatiche (per altro già in corso da tempo seppure non ufficialmente) tra Israele e gli Emirati, ampliando il raggio al Marocco e al Sudan, ambiva ad avere come suggello la futura intesa tra Israele e Arabia Saudita. Trump è riuscito a fare quello che non era riuscito a nessun altro presidente americano, vanificare il principale successo in politica estera del suo primo mandato.
Il 22 settembre del 2023, a sole due settimane dalla tragedia del 7 ottobre, Benjamin Netanyau teneva un discorso alle Nazioni Unite in cui indicava per il Medioriente un futuro palingenetico. Annunciava che Israele si trovava “sulla soglia” di un accordo storico con Riad che avrebbe concluso il conflitto arabo-israeliano e ridisegnato gli assetti regionali.
Con la sua abituale efficacia schematica, il premier israeliano contrapponeva da una parte la “benedizione” rappresentata dalla riconciliazione tra ebrei ed arabi, dall’altra la “condanna” rappresentata dalla minaccia dell’Iran, dalle sue ambizioni imperiali.
L’operazione militare americana-israeliana durata centosei giorni ha mostrato chiaramente una cosa agli Stati sunniti, che gli americani non sono in grado di tutelarli, né particolarmente interessati a farlo. L’Iran ha potuto colpirli dove e quando ha voluto mentre Washington si è limitato sostanzialmente a guardare.
L’intesa sunnita allargata con Israele di cui gli Accordi di Abramo rappresentavano il prodromo, aveva come prerequisito lo stretto legame tra Israele e Stati Uniti a garanzia di una protezione futura dalle mire egemoniche iraniane. Il Memorandum di intesa non solo crea uno iato tra gli interessi americani e quelli israeliani, ma evidenzia come gli Stati Uniti, in particolare questa amministrazione tenga scarso conto anche di quelli arabi in funzione anti-iraniana. Sostanzialmente, con il Memorandum di gli Stati Uniti siglano l’infiacchimento del loro ruolo politico e militare in Medioriente.
Dopo il 7 ottobre e la clamorosa rimonta di Israele, lo Stato ebraico si trova ora ad affrontare una realtà ben diversa da quella che avrebbe voluto vedere. Al posto del crollo del regime di Teheran che avrebbe siglato in modo maestoso la sua rimonta, si trova con il regime non solo ancora in sella ma in grado di ridefinirsi politicamente in modo più agguerrito e influente.
La decisione di Trump di non andare fino in fondo, di non proseguire con l’operazione militare, dettata sostanzialmente da ragioni politiche interne e di accordarsi invece con l’Iran, ha aumentato il prestigio politico di quest’ultimo, mostrando in primis agli arabi che negoziare con Teheran è preferibile all’opzione militare.
Questa decisione diminuisce drasticamente l’interesse sunnita ad allargare il perimetro dell’intesa degli Accordi di Abramo, sopratutto da parte saudita.
Israele continua a restare la principale potenza militare regionale ma gli Stati Uniti si definiscono come quella meno affidabile, e senza la garanzia americana gli Accordi di Abramo si afflosciano come un sacco semivuoto.