Israele e Iran

L’arresto di Maduro e la situazione a Caracas: alcune considerazioni

Il raid statunitense che nella notte tra venerdì e sabato ha portato all’arresto del dittatore venezuelano Nicolas Maduro, ricercato da Washington con l’accusa di narcotraffico, è un colpo devastante non soltanto per il regime bolivariano arroccato a Caracas, per i suoi omologhi a Cuba, in Nicaragua e per tutto il Foro di San Paolo, ma lo è anche per l’agonizzante regime iraniano e per il suo proxy libanese Hezbollah, ampiamente presente e attivo in territorio venezuelano.

Non solo, perché l’operazione, condotta in maniera magistrale, ha mostrato al mondo che gli Stati Uniti hanno capacità operative impressionanti e possono intervenire ovunque.

Maduro era ricercato dall’FBI e dalla DEA con l’accusa di essere il leader del Cartel de los Soles, un’organizzazione criminale dedita al narcotraffico indicata come responsabile di migliaia di morti per droga negli Stati Uniti.

Nel luglio 2025, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha infatti sanzionato Maduro, il ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez e il ministro degli Interni Diosdado Cabello Rondon. Altri alti funzionari del regime erano già stati inseriti nella lista nera nel 2020, ai tempi dell’amministrazione Biden. Maduro è inoltre accusato di aver inviato negli Stati Uniti centinaia di membri dell’organizzazione criminale venezuelana Tren de Aragua.

Il sostegno della sinistra italiana al narco-terrorista

Mentre milioni di venezuelani all’estero festeggiano per l’arresto del dittatore di un Paese che, nonostante le enormi riserve di petrolio, è riuscito ad affamare la popolazione, il regime iraniano e Hamas si scagliano contro Washington per l’arresto di Maduro, arrivando addirittura a tirare in ballo il diritto internazionale.

Del resto Iran e Hamas, oltre al sostegno per il terrorismo e la pratica del dispotismo, condividono con Maduro proprio la capacità di affamare la propria popolazione.

Intanto in Italia anche la sinistra protesta per l’arresto del narco-dittatore, unendosi al malcontento di Hamas, Iran, Russia e Cina; dal PD al M5S, da AVS alle formazioni extraparlamentari come Potere al Popolo, Partito Comunista e Rete dei Comunisti. Quest’ultima ha del resto intrattenuto negli anni rapporti privilegiati col narco-dittatore; non a caso il leader della Rete, Luciano Vasapollo, ha più volte incontrato Maduro a Caracas dove si è recato assieme a delegazioni di giovani appartenenti a OSA e Cambiare Rotta. A Torino, in piazza Castello si sono ripetute le scene di mesi fa fuori del consolato americano di Milano, con le bandiere USA incendiate.

Ovviamente a Washington sono ben al corrente dei rapporti equivoci e del sostegno della sinistra italiana per Maduro e osservano la situazione con molta attenzione.

Un brutto colpo per il regime iraniano

L’arresto di Maduro è certamente un brutto colpo anche per il regime iraniano e per Hezbollah che da anni utilizzano il Paese come avamposto per attività terroristiche in America Latina.

Come illustrato da Emanuele Ottolenghi, Senior Research Fellow presso il Center for Research on Terror Financing (CENTEF) ed esperto di terrorismo iraniano:

Da quasi ventisette anni il regime castrochavista guarda a Teheran come un alleato strategico. Prima Chavez e poi Maduro hanno permesso all’Iran di trasformare il Venezuela in una base operativa avanzata dei Pasdaran e di Hezbollah nell’Emisfero Occidentale. In Venezuela la teocrazia iraniana ha creato un’infrastruttura per le sue operazioni di propaganda e influenza, sviluppando sinergie strette con gli apparati propagandistici del regime.”

Ottolenghi scende poi nel dettaglio:

Prime tra tutto la stazione di propaganda televisiva Hispan TV e l’Universita Internazionale Al Mustafa, che per il suo ruolo di propaganda e appoggio materiale al terrorismo fu sanzionato dagli USA nel 2020 e dal Canada nel 2023. Ad essi si aggiungono progetti militari congiunti (inclusa una fabbrica di droni iraniani), cooperazione economica, evasione di sanzioni, scambi universitari, coordinazione diplomatica bei fori internazionali”.

Nel caso di un crollo del regime, tutte queste strutture rischierebbero lo smantellamento con possibili trasferimenti verso Paesi limitrofi dalle leadership attualmente ostili a Israele, in primis il Brasile. A tal fine, è possibile dire che l’arresto di Maduro va certamente a vantaggio di Gerusalemme anche se è prematuro esprimere eccessivo ottimismo.

Va tra l’altro ricordato che il regime di Tehran è attualmente in una crisi senza precedente, con focolai di rivolta sparsi un po’ in tutto il Paese. Nella sera di sabato sono andati a fuoco anche gli uffici delle Guardie rivoluzionarie nella capitale iraniana

Accordo o azione a sorpresa?

Allo stato attuale è difficile prevedere cosa succederà in Venezuela. Nella conferenza stampa del 3 gennaio 2026, il presidente americano Donald Trump ha affermato che saranno gli Stati Uniti a governare il Paese latinoamericano nel periodo di transizione verso la democrazia, ma tale orizzonte appare ancora lontano visto che sia il ministro della Difesa, Vladimir Padrino Lopez e sia il ministro degli Interni, Diosdado Cabello, entrambi nella blacklist di Washington, sono ancora in carica mentre la vice-presidente, Delcy Rodriguez, ha attualmente rimpiazzato Maduro.

In seguito al blitz, si è subito iniziato a vociferare di un presunto accordo tra Trump e Maduro per permettere al dittatore di uscire di scena. Secondo alcuni commentatori, il blitz sarebbe stato troppo “perfetto” per far credere ad un’azione inaspettata.

Ovviamente sono ipotesi che lasciano il tempo che trovano, non soltanto perché non tengono conto della mastodontica differenza tra le condizioni delle forze armate venezuelane e quelle statunitensi, ma anche perché ciò implicherebbe che Maduro avesse concordato con Trump di accettare l’arresto per finire condannato all’ergastolo in un penitenziario statunitense (come probabilmente avverrà), un’ipotesi fuori da qualsiasi logica.

Gianpiero Spinelli, U.S.DoD Military & Security Contractor con una lunga esperienza operativa in America Latina spiega a L’Informale:

Non c’è stata nessuna negoziazione. C’è stata una specifica azione di disarticolazione delle strutture informative e politiche venezuelane da parte della CIA e del DIA. Le azioni condotte dal PAG (Policial Action Group) dell’SAC della CIA e del DIA hanno garantito tanto attività di disarticolazione che di diplomazia parallela ad alti livelli, tutto conclusosi con l’operazione del CAG alias Delta Force”.

Non si può però escludere che i ministri di regime attualmente in carica possano aver contribuito a tradire Maduro in cambio di un salvacondotto, anche perché gli Stati Uniti vogliono evitare di far sprofondare il Venezuela in una guerra civile, Spinelli spiega:

Sicuramente la Rodriguez e tutti gli alti ufficiali che hanno contribuito alle operazioni di cattura di Maduro, rimarranno al potere almeno fino a quando non ci saranno le necessarie operazioni di transizione. Gli americani non commetteranno l’errore fatto in Iraq di disarticolare la classe dirigente con il rischio di innescare possibili azioni di insorgenza interna. Non dimentichiamo che esiste una struttura paramilitare formata da 80 oficinas distribuite in tutto il paese che sono state finanziate dal narcotraffico, e che hanno goduto dell’assistenza militare tanto dei russi che degli iraniani”.

Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha reso noto che allo stato attuale gli Stati Uniti non lavoreranno con il premio Nobel Maria Corina Machado, leader dell’opposizione, bensì con Delcy Rodriguez in quanto è lei ad avere attualmente le redini del Paese:

La realtà immediata è che, purtroppo, la maggior parte dell’opposizione non è presente in Venezuela. Abbiamo problemi a breve termine che devono essere affrontati immediatamente. Ora ci sono altre persone a capo dell’apparato militare e di polizia; dovranno decidere. Speriamo che scelgano una direzione diversa da quella scelta da Nicolas Maduro”.

Rubio ha poi affermato che “è prematuro parlare di elezioni”.

Dunque, bisognerà attendere per vedere una vera e propria transizione democratica in Venezuela. Se da un lato Trump non vuole far cadere il Paese in una guerra civile, non può neanche sdoganare la leadership vicina a Maduro, con soggetti nella blacklist per narcotraffico. Ciò andrebbe non soltanto a discapito della credibilità di Trump, ma farebbe infuriare anche la vasta opposizione venezuelana che, seppur all’estero, farebbe comunque sentire la propria voce. La situazione è delicata anche per Washington.

 

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