Israele e Italia

Le ombre del governo Meloni su Israele (ma l’alternativa sarebbe disastrosa)

Il governo di Giorgia Meloni è il più longevo della storia repubblicana italiana. Proprio grazie a questa sua longevità, ha fatto in tempo a gestire tutta la crisi e la guerra mediorientale, dal suo nuovo scoppio il 7 ottobre 2023 ad oggi. Bilancio? Quasi tre anni di futili prediche ad Israele, anche se il governo ha resistito alla tentazione europea di schierarsi apertamente contro lo Stato ebraico, con boicottaggi e riconoscimenti azzardati di una Palestina che non ha nemmeno un confine.

Dal governo Meloni potevamo aspettarci di più e di meglio. La Lega è attualmente il partito più coerentemente filo-israeliano in Italia, l’unico che propone di trasferire l’ambasciata italiana da Tel Aviv a Gerusalemme. E l’unica che, dal 7 ottobre, ha riconosciuto incondizionatamente il diritto di Israele a difendersi dal terrorismo islamico. La seconda forza della coalizione favorevole allo Stato ebraico è Forza Italia, nata come creatura di Silvio Berlusconi, amico del sionismo e personalmente anche di Benjamin Netanyahu. La forza principale di questo governo è Fratelli d’Italia, un partito giovane solo sulla carta, perché, oltre ad aver assorbito componenti di altri partiti di centrodestra, il suo nucleo duro è il Msi. E il Msi, da Almirante in avanti, è sempre stato ufficialmente dalla parte di Israele, se non altro in funzione anti-sovietica, quando l’Urss appoggiava le dittature arabe.

Queste buone aspettative sono state in gran parte deluse, proprio nel momento in cui Israele, attaccato militarmente su tutti i fronti ed ostracizzato politicamente, aveva maggior bisogno di amici veri. Dal governo Meloni, per quasi tre anni, sono arrivate solo prediche a Netanyahu. Sono giunte da parte del ministro della Difesa Guido Crosetto (Fratelli d’Italia), quello secondo cui Israele avrebbe “perso ragione e umanità” per le sue azioni a Gaza. E che ritiene che le decisioni di Netanyahu siano da ritenersi “un errore storico”, perché “isolano Israele” e “danneggiano il suo popolo”.

Sono stati quasi tre anni di ambiguità del ministro degli Esteri, Antonio Tajani (Forza Italia), quello che: “Solo l’America può frenare Netanyahu”. Dichiarazioni che sono tutte variazioni di questo adagio: “La nostra posizione è chiara. I bombardamenti devono fermarsi, serve un cessate-il-fuoco immediato e la liberazione degli ostaggi da Hamas, che deve uscire da Gaza: l’unico attore che riconosciamo è l’Autorità nazionale palestinese” (da un’intervista del 22 maggio 2025). Un equilibrismo da democristiano. Per molto meno, nel 2002, il premier Berlusconi aveva litigato con l’allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero, l’amico di Kissinger e degli Agnelli che sul Medio Oriente stava in equilibrio fra le due parti belligeranti.

Ricordiamo poi che il governo Meloni, rispondendo alle critiche dell’opposizione, ha sottolineato, in più occasioni, di non aver stipulato nuovi contratti di fornitura di armi a Israele dopo il pogrom del 7 ottobre. E ne fa un vanto: un abbandono di alleato, proprio nel momento del bisogno. Oggi solo la Lega scalpita e si dimostra capace di distinguere aggressori e aggredito, ma non ha voce in capitolo, tenuta fuori dai dossier esteri, forse a causa dei suoi scheletri nell’armadio di Mosca.

Insomma, poteva essere un governo alleato di Israele senza se e senza ma. Si è rivelato un governo di “amici di Israele, ma…”. Perché? I motivi non vanno cercati “nei soldi”, come farebbe un marxista, o in influenze straniere, come farebbe un “realista”. Gli interessi contano, sicuramente, ma arrivano dopo scelte di campo e le scelte di campo sono dettate soprattutto da un’idea, da una visione del mondo. La posizione incerta e tentennante del governo italiano su Israele deriva, evidentemente, da una visione poco chiara della questione mediorientale. E per capire quanta confusione ci sia sotto il cielo, basta tornare indietro nel tempo, al passato recente.

Giorgia Meloni, durante la Guerra Civile in Siria, nel 2018 diceva di Hezbollah: “In Siria, se è ancora possibile fare i presepi, se ancora è possibile difendere la comunità cristiana, è anche grazie alle milizie libanesi di Hezbollah”. L’innamoramento del Msi per le milizie sciite e per l’Iran è iniziato già ai tempi di Khomeini e della Guerra Civile Libanese, da parte dell’ala giovanile del Movimento Sociale, della corrente di Pino Rauti e di buona parte del mondo intellettuale di destra, lo stesso che oggi difende strenuamente il regime di Teheran nella sua guerra contro gli Usa, Israele e il suo stesso popolo. Gli stessi ambienti hanno sempre avuto la medesima infatuazione per Arafat, l’Olp e quello che chiamavano “risveglio arabo”. Erano tutte cause funzionali alla loro battaglia contro la democrazia, la modernità e il “materialismo”.

In Forza Italia, l’impressione è che l’amico di Israele fosse Silvio Berlusconi. Morto il quale, pochi mesi prima del 7 ottobre, il partito non ha mantenuto la sua linea filo-sionista con la stessa coerenza di prima. La Lega è amica di Israele dal 2001, in funzione soprattutto anti-islamica. Prima dell’11 settembre, non si trovano molte tracce di un legame fra il partito che allora era guidato da Umberto Bossi e lo Stato ebraico. E risuona ancora nelle orecchie di tutti l’infame accusa di Bossi, in pieno raptus anti-occidentale nel 1999, contro “l’economia mondialista dei banchieri ebrei”. Roba che pareva uscita pari pari dalla propaganda nazista.

Ecco, se questo è il governo di destra, figuriamoci che cosa è l’opposizione di sinistra. Perché un terzo polo non esiste, e se esistesse sarebbe comunque anti-Israele. Consideriamo anche solo le equiparazioni impossibili fra Netanyahu e Hamas di cui è autore Carlo Calenda, o le sanzioni contro Israele proposte da Pina Picierno, per non parlare delle sfuriate contro Israele e le comunità ebraiche di Michele Boldrin. Se questo è il prossimo terzo polo, meglio tenercene due.

Ma si può far di peggio: si potrebbe votare a sinistra. E nella sinistra attuale, a parte qualche esponente della “sinistra per Israele” ancora vivo e non ancora cacciato, c’è praticamente un unico collante che regge forze molto eterogenee: la causa palestinese. Che è una causa implicitamente pro-Hamas, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo. Ed è comunque sufficientemente esplicita da non lasciare spazio alcuno per una battaglia politica in difesa di Israele. Un governo di sinistra riconoscerebbe immediatamente la Palestina. Lo ha chiesto espressamente Elly Schlein. Un governo di sinistra imporrebbe un embargo “totale” sulle armi a Israele. Parlamentari di Pd, Movimento 5 Stelle e Avs, hanno partecipato alla spedizione della Global Sumud Flotilla, la più ambiziosa e raffinata delle operazioni di guerra ibrida a sostegno di Hamas. L’opposizione di sinistra, in particolare Avs e Movimento 5 Stelle, accusa il governo Meloni di “complicità in genocidio” perché, a Gaza, crede per davvero (o dice di credere, comunque) che non sia in corso una guerra, ma un “genocidio”.

In questi quasi tre anni di guerra mediorientale, dunque, abbiamo visto all’opera un governo di centrodestra ambiguo e incoerente, incapace di schierarsi con Israele senza tentennamenti soprattutto per motivi ideologici interni. Ma è il meglio che possiamo permetterci, nello scenario politico italiano attuale. Ogni altra alternativa al centrodestra sarebbe costituita da nemici dichiarati dello Stato ebraico. Meno male che questo governo ha retto. Poteva andare peggio.

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