Israele e Medio Oriente

L’obiettivo è sempre stato la distruzione di Israele

Il 14 maggio 1948 Israele proclamava la sua indipendenza accentendo in linea generale le disposizioni previste dalla Risoluzione 181 dell’Onu, https://www.linformale.eu/israele-lonu-e-le-leggende/

Era la risoluzione che avrebbe riconosciuto la soluzione “due popoli in due Stati”, la stessa che tuttora viene invocata da tutte le cancellerie occidentali. Il 15 maggio 1948, però, Arabia Saudita, Egitto, Transgiordania (attuale Giordania), Siria, Libano, Iraq e Yemen invadevano il territorio del neonato Stato ebraico. Nel 1949 Israele si salvava solo grazie a un miracolo militare del suo nascente esercito e fissava nuovi confini provvisori, più difendibili, noti come Linea Verde. Quei confini provvisori che l’opinione pubblica occidentale conosce come “confini del ‘67” indicando Israele come colpevole per averli attraversati nella Guerra dei Sei Giorni.

Questa è l’origine del conflitto mediorientale e ne spiega la natura. Cambiano i governi, cambiano i regimi, cambiano i confini, ma abbiamo sempre, da allora, uno Stato ebraico che vuole sopravvivere da una parte e dall’altra, con pochissime eccezioni, Stati arabi che non ne riconoscono l’esistenza e lo vorrebbero annientare fisicamente.

Inutile farsi illusioni: da parte araba e islamica, “due popoli in due Stati” è sempre stato solo un espediente retorico. L’obiettivo finale era sempre l’annientamento dello Stato ebraico, non la partizione in due Stati. La prova più evidente, fin banale da trovare, senza scomodare dichiarazioni o leggere fra le righe, è la mappa della Palestina, rappresentata anche sulle bandiere dei partiti e movimenti palestinesi anche dopo che avevano formalmente accettato, nel 1993, la soluzione dei “due Stati”. Non è certo la mappa dei “confine del 67”, ma di tutto il territorio compreso fra il Giordano e il Mediterraneo. Se l’Olp di Yassir Arafat e dei suoi successori ha sempre mantenuto questa doppiezza, il movimento terrorista islamico Hamas e i gruppi islamisti suoi alleati non hanno mai fatto mistero di volere l’annientamento di Israele.

Non per ironia, ma per inevitabile conseguenza, Hamas ha preso il potere nel 2006 nell’unica zona di Medio Oriente in cui gli israeliani, l’anno precedente, avevano applicato alla lettera la filosofia “due popoli in due Stati”: dopo che si sono ritirati dalla Striscia di Gaza, per ordine di Ariel Sharon, allora premier. Il messaggio è chiaro, come la dinamica degli eventi: dove Israele si ritira, lì si insedia un movimento jihadista che va avanti, verso la tappa successiva della distruzione dello Stato ebraico. Dopo tre guerre minori fra Hamas e Israele, il pogrom del 7 ottobre 2023, ai danni di cittadini israeliani (anche non ebrei) nel Negev occidentale, è stato sferrato sempre da Hamas, da Gaza.

Gli unici a credere ancora alla realizzabilità della soluzione “due popoli in due Stati” siamo noi occidentali, noi europei in particolare. Ma fino a un certo punto. Perché dopo il 7 ottobre 2023 è avvenuta una mutazione importante pure nella nostra opinione pubblica, anche se pochi lo hanno realizzato. La retorica pro-Palestina araba non chiede più “due popoli in due Stati”. Lo slogan delle manifestazioni pro-Pal è “dal fiume al mare”. Nelle manifestazioni delle più prestigiose università americane, nel 2024, gli israeliani e gli ebrei in generale erano apostrofati con “tornate in Polonia” e non con “tornate dietro i confini del 67”. La maschera è caduta: si chiede direttamente la distruzione dello Stato ebraico.

Per restare in Italia, è significativo l’appello lanciato l’11 novembre 2023 da be 4000 fra docenti e ricercatori universitari di tutta Italia, dove si lamenta l’ingiustizia subita dai palestinesi “da oltre 75 anni”. Dunque dalla nascita stessa di Israele.

“Come docenti, ricercatori e ricercatrici della comunità accademica e di ricerca italiana – si legge nell’appello – da molti anni assistiamo con dolore e denunciamo ciò che accade in Palestina e Israele, dove vige, secondo Amnesty International, un illegale regime di oppressione militare e Apartheid. Ancora una volta, ci sentiamo atterriti e angosciati dal genocidio (sic! Lo chiamavano così già un mese dopo il 7 ottobre) che sta accadendo a Gaza, definito a ragione dalla scrittrice Dominque Eddé come ‘un abominio che bene esemplifica la sconfitta senza nome della nostra storia moderna’”.

Questo il punto dell’appello più incredibile: “In tutti i report messi a disposizione dalle Nazioni Unite e dalle numerose organizzazioni umanitarie (ad esempio Amnesty International e Human Rights Watch), è segnalata l’importanza di considerare e comprendere le determinanti e antecedenti a questa violenza, da ricercarsi nella illegale occupazione che Israele impone alla popolazione palestinese da oltre 75 anni (corsivo nostro) attraverso una forma di segregazione razziale ed etnica. Comprendere e analizzare queste determinanti è l’unica possibilità per poterne riconoscere le radici, contrastare l’escalation e sperare e reclamare  pace e sicurezza per tutti”.

Con una certa dose di ipocrisia, leggiamo inoltre che: “È possibile e necessario condannare le azioni di Hamas e, al contempo, riconoscere l’oppressione storica, disumana e coloniale che i palestinesi stanno vivendo da 75 anni”.

Questo manifesto ha fornito la cornice entro la quale si sono mosse tutte le successive manifestazioni e occupazioni universitarie, miranti soprattutto a interrompere ogni rapporto con le università di Israele. Non con le università “dei territori occupati” come nelle precedenti campagne di boicottaggio, ma proprio con quelle di tutto Israele: “Chiediamo inoltre di pronunciarsi con chiarezza sulla necessità da parte dei singoli atenei italiani di procedere con l’interruzione immediata delle collaborazioni con istituzioni universitarie e di ricerca israeliane (corsivo nostro, ndr) fino a quando non sarà ripristinato il rispetto del diritto internazionale e umanitario, cessati i crimini contro la popolazione civile palestinese da parte dell’esercito israeliano e quindi fino a quando non saranno attivate azioni volte a porre fine all’occupazione coloniale illegale dei territori palestinesi e all’assedio di Gaza”. Occupazione illegale di quali territori, a questo punto? Se nel documento stesso si parla di un peccato originale risalente al 1948, è facile intuire che Israele, in sé, sia considerato “occupazione coloniale”.

Le manifestazioni studentesche e gli appelli dei docenti non galleggiano nel vuoto, ma si appoggiano a un’ormai vasta letteratura del nuovo anti-colonialismo. Il nuovo anti-colonialismo non c’entra nulla con la liberazione nazionale da una potenza occupante. Israele stesso è nato, appunto, il 14 maggio 1948 dichiarando la propria indipendenza dalla potenza coloniale britannica. Il nuovo anti-colonialismo è puramente etnico-razziale. Si rivolge contro i comuni cittadini discendenti di chi è andato ad abitare terre “non native”. Se la prende con il “settler colonialism”, il colonialismo di insediamento, condannando, dalla nascita, Usa, Canada, Australia, Nuova Zelanda e soprattutto Israele. Secondo Noam Chomsky, il settler colonialism è “la forma più estrema e spietata di imperialismo”, perché si basa sulla sostituzione delle popolazioni native con quelle europee di cultura occidentale. La frase più frequentemente citata nella letteratura sul colonialismo è quella dello studioso australiano Patrick Wolfe: “L’invasione è una struttura, non un evento”. Wolfe si riferiva specificamente all’insediamento britannico in Australia, ma viene adattata anche a Israele.

Se l’invasione è “struttura”, tutto Israele diventa occupazione e tutti gli israeliani bersagli legittimi di un movimento di “liberazione”. Tutti, anche i bambini che dormono nei loro letti in un kibbutz di confine, anche adolescenti (che magari hanno studiato gli stessi autori anti-colonialisti) che ballano in un festival, anche anziani scampati alla Shoah e pacifisti che credono alla convivenza di due popoli in due Stati.

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